mercoledì, dicembre 06, 2017

 

Noi profughi cristiani, in Libano per sopravvivere

By Avvenire
Luca Geronico

Da Teleskof, nella Piana di Ninive, è fuggita il giorno prima dell’arrivo dei diavoli neri del Daesh: era il 6 agosto del 2011. La prima estate come profuga a Duhok, nel Kurdistan del Nord, è passata nella tendopoli sorta spontaneamente davanti al sagrato della chiesa.
«Sono venuta in Libano nel novembre del 2011, raggiungendo alcuni miei parenti fuggiti poco prima dal Kurdistan», racconta Milad George, 34 anni, e tre figli ora di 11, 9 e 7 anni. Il Libano come prima tappa dove presentare la domanda di protezione internazionale alle Nazioni Unite in attesa che «un Paese ci accolga». Il Libano, scelto come porto franco, anche perché più accogliente e aperto degli altri Paesi e perché, come si ripetevano fra loro i membri della diaspora caldea, con una forte comunità cristiana.
In quattro anni di attesa, sono solo una decina le famiglie note a Milad che hanno ottenuto il visto. Per gli altri una vita da sans papier: senza un permesso di soggiorno non è possibile un lavoro regolare. «Mia marito era meccanico, ora ha trovato posto in un garage dove lava le auto», spiega Milad nella sala d’attesa del dispensario Saint Antoine della Fondazione internazionale Buon Pastore (socio Focsiv). I 400 dollari di stipendio se ne vanno tutti per l’affitto della casa. La sopravvivenza, davvero dura, Milad con la sua famiglia la conquista ogni giorno con lavori saltuari: «Ho provato a fare le pulizie in una università, mi pagavano circa 200 dollari al mese, ma ho abbandonato perché nessuno si occupava dei miei figli». Milad, con le lacrime agli occhi, ti racconta del marito diabetico: «Quando ha delle crisi, allora vado io a lavare le auto al suo posto». Un altro lavoro saltuario, dalle 5 e trenta del mattino fino alle 14, procura a Milad circa 13 dollari a giornata. 
Quando i figli sono a scuola. Ma anche questa è stata una conquista. «Alla scuola pubblica i bambini siriani malmenavano mio figlio. L’ho ritirato e abbiamo pure deciso di cambiare quartiere dover abitare», racconta. Poche parole, pronunciate sottovoce, per un tormento chiamato emarginazione e razzismo.
Gli aiuti umanitari delle grandi agenzie, spiegano tutti gli operatori sociali, sono all’80 per cento per i profughi siriani. Così per gli iracheni, tutti i cristiani, l’estenuante attesa del visto è in come un limbo: «Nessuno si occupa di loro, sono dimenticati da tutti», anche dalla macchina degli aiuti umanitari. Senza diritti, senza possibilità di un lavoro regolare e con i soli 170 dollari garantiti dalla carta rossa delle Nazioni Unite.
«Per curare mio marito in un ospedale qui in Libano si deve pagare», spiega Milad. Per questo le medicine distribuite gratuitamente nel poliambulatorio, dentro i container all’inizio del quartiere Roueisset, sono una benedizione. «Ma per fare esami medici particolari - spiega con gli occhi lucidi – non abbiamo i soldi».
Una volta al mese, una serie di incontri nel vicino centro sociale sempre della Fondazione Buon pastore, serve a Milad, come al gruppo delle altre 14 donne irachene, a conoscere dove poter ricevere cure, a conoscere le leggi locali, e a discutere con le altre mamme dell’educazione dei figli. «Di solito, sola nella mia casa, non esco mai», confida Milad con un sorriso triste. Un sabato ogni quindici giorni la catechesi nella parrocchia più vicina, e la domenica la Messa: «I miei figli mi dicono che vorrebbero tornare in Iraq: A Telleskof c’era spazio per giocare», dice sorridendo Moilad. Anche Milad, se fosse possbile, vorrebbe ogni tanto giocare a volley, come faceva quando da ragazzina andava a scuola nel villaggio della Piana di Ninive.
C’è anche della fierezza, in questa sofferenza. 

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