mercoledì, aprile 12, 2017

 

Ninive, una casa per parrocchia: dall’Iraq l’appello per una Pasqua di “ricostruzione”


La speranza è che la Pasqua segni una “resurrezione” per la comunità cristiana della piana di Ninive, che possa “rinascere” a nuova vita partendo proprio “dalle fondamenta: la ricostruzione delle case devastate da oltre due anni di occupazione jihadista”. È quanto dice ad AsiaNews don Paolo Thabit Mekko, 41enne sacerdote caldeo di Mosul, che nel fine settimana ha guidato la processione e la messa (clicca qui e qui per i filmati) delle Palme a Karamles, trasmesse sulla sua pagina Facebook. “I profughi - racconta - premono per poter tornare a casa, si sentono come sui carboni ardenti. Per questo chiediamo a tutte le parrocchie, in Occidente e nel mondo, di sostenere ciascuna la ricostruzione di una casa nella piana”.
“Ogni comunità, attraverso una colletta, può fare molto - aggiunge - per restituire vitalità alla cittadina di Karamles e alle altre realtà della piana. Il nostro appello è rivolto a tutti”. Secondo quanto riferisce il sacerdote caldeo, vi sono tre categorie diverse di abitazioni in base alla tipologia di danno subito: rotte, bruciate, completamente distrutte. Per le prime servono circa 7mila euro per una loro sistemazione; le seconde prevedono una spesa complessiva fino a 30mila euro; infine, per rifare da zero una casa il costo è di 70mila euro.
Don Paolo è responsabile del campo profughi “Occhi di Erbil”, alla periferia della capitale del Kurdistan irakeno, dove nel tempo hanno trovato rifugio centinaia di migliaia di cristiani, musulmani e yazidi in seguito all’ascesa dello Stato islamico (SI). La struttura ospita 140 famiglie, circa 700 persone in tutto, con 46 mini-appartamenti e un’area per la raccolta e distribuzione di aiuti. A questo si sono aggiunti un asilo nido, una scuola materna e una secondaria.
Nel fine settimana, per la prima volta negli ultimi tre anni, la comunità cristiana ha potuto celebrare la messa della domenica delle Palme nella chiesa di Mar Addai, a Karamles, una delle cittadine della piana di Ninive devastata dallo SI. Per il sacerdote è stata una “grandissima festa della comunità”, cui hanno partecipato “almeno 500 persone”. “La prima - tiene a sottolineare - dopo la liberazione” dalle milizie jihadiste “ed è stata un evento enorme per tutti noi”.
Oltre a Karamles, diverse centinaia di cristiani si sono riuniti anche nella chiesa di Tahira al-Kubra a Qaraqosh per la messa. Quest’ultima cittadina, in particolare, con i suoi 50mila abitanti ha rappresentato a lungo il più importante centro cristiano di tutto l’Iraq. Come a Karamles, anche qui i fedeli hanno promosso la tradizionale processione della domenica delle Palme, seguita dalla messa solenne che ricorda l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme. I membri della “Unità di protezione della piana di Ninive” (Npu) hanno garantito l’incolumità e la sicurezza dei fedeli.
Per la Settimana Santa, confida don Paolo, l’idea è “organizzare altri momenti di preghiera”; tuttavia, l’obiettivo di lungo periodo è una iniziativa di “sensibilizzazione delle parrocchie sparse nel mondo, perché ‘adottino’ una casa del villaggio e contribuiscano all’opera di ricostruzione”. Le abitazioni restano in larga parte impraticabili e un ritorno dei profughi è ancora lontano.
A Qaraqosh, come nella stessa Karamles, l’animo dei fedeli è “diviso” fra la gioia di una festa vissuta nella chiesa di un tempo e la tristezza per una prospettiva di ritorno che è ancora lontana. “Sono segnali - afferma il sacerdote - che testimoniano una comunità viva, che lavora per il ritorno alla normalità. La processione, i canti, gli inni che si recitano una volta all’anno - aggiunge - hanno rappresentato un bel momento. A conclusione della messa abbiamo celebrato anche un piccolo rito di purificazione del luogo di culto. L’aria di primavera, il clima mite hanno reso ancor più gioiosa la festa. Molte famiglie hanno approfittato del bel tempo per un pranzo sui prati, sulla collina in cui sorge il santuario di Santa Barbara” (clicca qui per il filmato).
Ora la speranza è poter celebrare una delle funzioni della Settimana Santa nella chiesa di Mar Addai, “anche se nulla è stato finora deciso” precisa don Paolo. “Potremmo optare - spiega - per una messa e una piccola festa, nel contesto di una iniziativa spontanea e meno partecipata rispetto alla domenica delle Palme. L’obiettivo è mantenere viva la comunità. Un piccolo gruppo potrebbe fermarsi a dormire la notte, documentando l’evento con un’altra diretta sui social”.
Rivolgendo un pensiero “ai nostri fratelli egiziani” per le violenze inflitte dalla stessa follia jihadista, don Paolo ricorda infine quanti - fra gli irakeni della diaspora - hanno assistito su Facebook alla messa delle Palme. Molti hanno seguito la funzione grazie alla diretta e manifestato “gioia, speranza ma anche un po’ di invidia perché avrebbero voluto essere lì con noi”.

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