giovedì, novembre 29, 2007

 

Diario di un Concistoro. Roma 24/26 novembre 2007

By Baghdadhope

Sabato 24 novembre 2007
Nonostante le previsioni il cielo a Roma, almeno a quest’ora del mattino, sembra voler risparmiare la pioggia annunciata ai pellegrini arrivati da tutto il mondo per il secondo Concistoro dell’era di Benedetto XVI. Alle 8.00 le file alle tre entrate in Piazza San Pietro sono già lunghissime. Un gruppo di donne canta l’Ave Maria, un altro di polacchi ne comprende alcuni vestiti con un abito tradizionale che li fa somigliare a pastori sardi non fosse per l’effige di Papa Giovanni Paolo II riprodotta sulla medaglia appesa al collo di ognuno. Alle 8,30 i varchi vengono aperti e tutti i pellegrini sono obbligati a passare al controllo dei metal detectors, le bandiere sventolano per tenere uniti i gruppi, gli incaricati del Vaticano chiedono, in italiano ed in inglese, di mostrare ai poliziotti i biglietti d’ingresso anche se, ne siamo testimoni, sono molti i fedeli che sono entrati sprovvisti di biglietto nella speranza di riuscire comunque a passare. Bianchi, azzurri, arancioni e verdi. Questi sono i colori dei biglietti. In possesso di uno arancione, contraddistinto dalla scritta: “Reparto speciale” veniamo indirizzati verso la navata centrale al cui termine solerti funzionari ci indirizzano verso i posti alla destra dell’altare. Le nostre richieste di poter raggiungere il gruppo di iracheni già sistemati nell’ala destra viene respinta con cortese fermezza. Siamo in cinque ma, come tutti, occupiamo qualche posto in più nella certezza che prima o poi spunterà un caldeo in ritardo da sistemare e nel giro di mezz’ora, infatti, i posti sono tutti occupati.
Il brusio nella Basilica è incessante mentre la zona davanti all’altare inizia progressivamente a colorarsi della porpora dei cardinali e dal viola dei vescovi. Ma la luce è ancora fioca e quella del sole che dovrebbe entrare dai finestroni del “Cupolone” è ormai nascosta dalle nuvole.
Alle 10.30 però tutto cambia e la Basilica viene illuminata a giorno tanto da rendere inutili i flash delle migliaia di macchine fotografiche. Benedetto XVI, vestito con un piviale di seta dorata avanza lento. E lentamente procede la cerimonia interamente celebrata in latino.
“.. intrepidi testimoni di Cristo e del suo Vangelo nella Città di Roma e nelle regioni più lontane.” Sono queste le parole che Benedetto XVI usa per descrivere “questi nostri fratelli” nuovi “Cardinali di Santa Romana Chiesa” che vengono poi elencati in ordine di nomina insieme all’Ordine Presbiteriale o Diaconale al quale vengono assegnati.
Dei 23 nuovi “Principi della Chiesa” il Patriarca di Babilonia dei Caldei, Mar Emanuel III Delly, è diciannovesimo nella lista e primo dei “non elettori” quei Cardinali cioè che, avendo superato gli 80 anni, non partecipano ai conclavi elettivi (Motu Proprio di Papa Paolo VI, Ingravescentem aetatem, 1970 ) e secondo quanto disposto sempre da Paolo VI nel 1965 con il Motu Proprio Ad Porpuratorum Patrum non hanno diritto, proprio in quanto Patriarchi di Rito Orientale e non appartenenti al clero di Roma, a titoli o diaconie.

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All’udire il nome del Patriarca caldeo gli iracheni presenti nella Basilica liberano un caloroso applauso e le donne emettono il tipico urlo beduino che nelle regioni mediorientali sottolinea i momenti di festa.
Ad indirizzare al Pontefice il discorso di omaggio e gratitudine è il primo dei nuovi cardinali, Monsignor Leonardo Sandri, Arcivescovo di Cittanova e Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, che dedica
“una menzione speciale (alla) scelta di un venerato rappresentante delle Chiese orientali cattoliche, il Patriarca di Babilonia dei Caldei, trovato a svolgere il servizio patriarcale tra lacrime e sangue e nel doloroso esodo di tanti cristiani dalla terra che vide un tempo partire Abramo, padre comune nella fede e nella speranza, una terra che fu tra le prime ad avere la grazia di udire l’annuncio del Santo Vangelo.”
Se l’udire il nome del Patriarca Caldeo aveva suscitato entusiasmo tra gli iracheni presenti la menzione di Abramo rende l’applauso ancora più caldo. Agli iracheni cristiani che sono e si sentono eredi della cristianità delle origini e ne vanno giustamente fieri si aggiunge infatti quello di molti fedeli che sembrano aver ricordato ora le notizie che in questi anni hanno segnato le tappe della sofferenza di quei loro fratelli lontani: chiese distrutte, sacerdoti rapiti ed uccisi, famiglie costrette a fuggire dalle proprie case ed a divenire profughe nel proprio paese o all’estero.
Ma è l’omelia di Benedetto XVI che suscita vera commozione e gli applausi diventano lacrime trattenute negli occhi di molti. “Penso ora con affetto alle comunità affidate alle vostre cure” dice Benedetto XVI indirizzandosi ai nuovi cardinali “ed in maniera speciale a quelle più provate dalla sofferenza, da sfide e da difficoltà di vario genere. Tra queste, come non volgere lo sguardo con apprensione ed affetto, in questo momento di gioia , alle care comunità cristiane che si trovano in Iraq? Questi nostri fratelli e sorelle nella fede sperimentano nella propria carne le conseguenze drammatiche di un perdurante conflitto e vivono al presente in una quanto mai fragile e delicata situazione politica. Chiamando ad entrare nel Collegio dei cardinali il patriarca della Chiesa Caldea ho inteso esprimere in modo concreto la mia vicinanza spirituale ed il mio affetto per quelle popolazioni. Vogliamo insieme, cari e venerati fratelli, riaffermare la solidarietà della Chiesa intera verso i cristiani di quella amata terra ed invitare ad invocare Dio misericordioso, per tutti i popoli coinvolti, l’avvento dell’auspicata riconciliazione e della pace.”
Dopo l’omelia la cerimonia continua fino ad arrivare al momento da tutti atteso: l’imposizione della berretta cardinalizia che ogni cardinale riceve inginocchiandosi davanti al Papa con cui scambia l’abbraccio di pace. Con passo fermo i più giovani, lentamente i più anziani, i neo cardinali salgono le scale che conducono dal Pontefice negli applausi di chi li ha accompagnati dalle proprie città o paesi in questa giornata di festa e che, contrariamente a quanto ho letto su
La Stampa,
che parla di cinque (5) persone, sono tante anche per Mar Emmanuel: una delegazione formata da 8 vescovi, una ventina di sacerdoti, almeno 200 fedeli provenienti da Iraq, Francia, Germania, Svezia, Stati Uniti, Canada ed Australia e rappresentanti sia del governo iracheno che di quello regionale curdo.
Nell’ala dove ci troviamo la folla, che fino a quel momento si è alzata e seduta a proprio piacimento, segue una regola non stabilita ma giusta. Ad alzarsi per fotografare, filmare o semplicemente ad applaudire sono di volta in volta i sostenitori di questo o quel cardinale. Ciò permette anche a me di poter filmare Mar Emmanuel mentre riceve la berretta che è diversa da quella degli altri cardinali a sottolineare la sua appartenenza ad una chiesa di rito orientale: un tamburello rosso bordato di nero sulla sommità.
Al momento di alzarsi il neo cardinale iracheno ci regala anche un attimo di suspense: sembra infatti non farcela, ma viene prontamente aiutato e lentamente lascia l’altare verso la navata sinistra.
Dopo la consegna della berretta la cerimonia prosegue con la preghiera universale che dispiace non preveda neanche una parte in arabo. Alla luce delle dichiarazioni di orgoglio nazionale espresse ufficialmente dal governo centrale iracheno che si è detto felice della nomina del primo cardinale nella storia del paese, infatti, ed ipotizzando che spezzoni della cerimonia verranno trasmessi e riportati dai media di lingua araba, proprio l’uso della stessa lingua avrebbe rimarcato l’importanza ed il peso della nomina. Magari si sarebbe potuto scegliere la parte della preghiera che invece è stata letta in tedesco: “Per i capi delle nazioni e per coloro che le governano: affinché sappiano realizzare concretamente le attese di libertà, di giustizia, di pace e di solidarietà che sono nel cuore di tutti i popoli.” Si sarebbe in questo modo sottolineato l’importanza che la Chiesa da’ a tali valori che sono anche quelli che lo stesso governo iracheno, formato nella sua quasi totalità da fedeli islamici, dichiara di voler seguire ma che faticano a trovare applicazione pratica, una cosa che gli iracheni cristiani, come ha detto il Papa nell’omelia, ben sanno.
La celebrazione termina con la benedizione papale ed il congedo del Diacono. La folla inizia a scemare verso le porte della Basilica che sono però ancora chiuse. Si attende nella luce di nuovo fioca e davanti a noi, sopra un mare di teste, brilla la cappella della Pietà di Michelangelo che però sfortunatamente non possiamo ammirare.
Finalmente le porte si aprono e la piazza ed il cielo grigio ci attendono. La confusione regna. I gruppi e le persone si cercano, i cellulari squillano, le bandiere sventolano. Proprio davanti all’obelisco due bandiere irachene ci fanno da guida. Sono grandi e belle ma, noto, quelle, come la maggior parte delle altre, non hanno la scritta “Allah Akbar”come a voler sottolineare la specificità non araba e non islamica dei proprietari. Una presa di posizione che contrasta con le parole del Cardinale Delly che proprio ieri durante la conferenza stampa è tornato a sottolineare come non ci sia una persecuzione dei cristiani in Iraq che soffrono della stessa violenza di cui sono vittime i “fratelli musulmani” attribuendo le sue dichiarazioni contrarie risalenti allo scorso maggio alla specificità del momento anche se, per dovere di cronaca esse erano precedenti all’episodio più efferato di cui la comunità cristiana irachena è stata vittima: l’uccisione a sangue freddo di un sacerdote, Padre Ragheed Ganni, e di tre diaconi senza neanche la “giustificazione “ di un rapimento.
In ogni caso, con scritta o senza scritta, le bandiere irachene aumentano e convergono verso il lato destro della piazza dove accompagnati da canti e grida delle donne alcuni iracheni esprimono la loro felicità con una danza improvvisata. Vengono da tanti paesi quegli iracheni. I paesi dove sono emigrati già molti anni fa e dove si sono rifatti una vita con lavoro e sacrificio, ripagato ora da questo viaggio che è sì celebrazione me anche pellegrinaggio e vacanza: in fondo siamo a Roma!
Dopo circa mezz’ora una certa agitazione segnala l’arrivo del neo cardinale scortato da uno dei suoi vicari, Monsignor Shleimun Warduni, dal Procuratore della Chiesa Caldea presso la Santa Sede, Monsignor Philip Najim e da Mr. Yousef Aziz, segretario personale di Sarkis Aghajan, il Ministro delle Finanze del Governo Regionale Curdo che, non fanno altro che ripetere tutti, tanto ha fatto per gli iracheni cristiani che sono fuggiti nel nord.
A decine le persone si stringono attorno al nuovo cardinale formando un muro invalicabile che mi permette di scattare solo una foto: quella della famosa nuova berretta!
Mi allontano pensando che a volte un qualche centimetro in più non ci starebbe male ed a questo punto non so se a far scomparire quel muro sia l’andar via del Cardinale o il tempo.
Comincia piano infatti, ma nel giro di pochi minuti la pioggia diventa violenta. A centinaia i fedeli ancora in piazza si radunano sotto il colonnato che, alto com’è ferma solo in parte l’acqua. Tra i capannelli che si formano nella parte occupata dagli iracheni che finalmente si sono riuniti arrivano i vescovi. C’è Monsignor Warduni, vescovo vicario di Baghdad, Monsignor Jibrail Kassab, vescovo dell’Australia e della Nuova Zelanda, i due vescovi dell’Iran, Monsignor Ramzi Garmou da Teheran e Monsignor Thomas Meran da Urmia, Monsignor Ibrahim Ibrahim, vescovo di Detroit, Monsignor Faraj P. Rahho, vescovo di Mosul e Monsignor Hanna Zora, vescovo del Canada.
Cosa si fa? I gruppi si dividono per il pranzo ma la parola d’ordine è una sola: oggi pomeriggio tutti alla Porta di Bronzo a San Pietro per le visite ai cardinali, quelle che una volta si chiamavano “visite di calore” previste dalle 16.30 alle 18.30.
Alle 16,00 la fila inizia già da Porta Sant’Anna. A balzi si procede verso il primo controllo di polizia e si esce in piazza per constatare che è già piena. Un procedere relativamente veloce mi fa illudere, ma la mia speranza si esaurisce ad un passo dal colonnato dove tutto si ferma per un’ora.
C’è tempo per guardarsi intorno. Attorno a me un gruppo di sacerdoti e suore francesi che indossano dei pesanti mantelli di lana nera che sprigionano calore solo a guardarli, degli spagnoli e dei tedeschi, due amiche italiane che approfittano per raccontarsi con dovizia di particolari i propri figli, un indiano con il turbante tipico degli indù che continua a guardare male chiunque senza volerlo lo sfiora. Approfitto dell’attesa per chiamare qualcuno e scoprire che un gruppo ha già passato il secondo posto di controllo ma che è ancora in attesa sotto il colonnato. Alle 17.00, mezz’ora dopo l’apertura della Porta di Bronzo, ci si comincia ad agitare a vedere ancora tutto fermo. La disorganizzazione appare già evidente. Al di là delle transenne che bloccano gli accesi tra le colonne i poliziotti sono irremovibili con chi cerca di entrare accampando una qualsiasi motivazione, ora un bambino in passeggino, ora un anziano, non fosse che gli stessi poliziotti spariscono quando, prima una e poi un’altra, alcune persone capiscono che il modo migliore per entrare è proprio solo spingere quelle stesse invalicabili transenne. Nella folla, come è chiaro dai discorsi che pur non volendo arrivano alle orecchie, ci sono quelli che devono incontrare i cardinali e quelli che devono entrare in basilica, e solo una misteriosa logica vaticana a noi ignota fa sì che migliaia di persone dirette in due luoghi diversi debbano fare la fila insieme all’unica entrata. Mi guardo intorno e mi consolo: Monsignor Hanna Zora ed il gruppo di iracheni dal Canada sono circa duecento persone dopo di me. Ma no, improvvisamente alla mia destra i poliziotti rimuovono una transenna tra due colonne ed il gruppo riesce ad entrare sotto il colonnato mentre noi, già sulle scale, rimaniamo bloccati.
Dopo circa un quarto d’ora la situazione appare sbloccarsi: metal detector e via, di nuovo in fila!
Il nervosismo è ormai palpabile. Sono le 17.30 e la Porta di Bronzo neanche si vede. Arrabbiati come siamo tutti blocchiamo delle suore che, quatte quatte, cercano di saltare la fila. Sono americane e vorrebbero raggiungere i sacerdoti che sono proprio lì davanti. La fortuna, la Provvidenza e la pietà umana a questo punto però non le aiutano ed in diverse lingue si eleva la stessa protesta: Ferme lì sorelle, la fila non si salta!
A fianco a me due ragazze, anch’esse americane, approfittano per ripassare la lezione di italiano: siamo ai pronomi dimostrativi, mentre delle ragazzine italiane fanno quello fanno le ragazzine alla loro età: gridano, ridono e mandano messaggini alle amiche ormai perse tra la folla. Ormai in dirittura d’arrivo vedo i poliziotti che regolano l’accesso e che respingono la richiesta di due loro colleghi che in borghese provano a passare prima mostrando i tesserini.
Proprio prima di passare vedo che un signore davanti a me ha in mano un foglio e sta dicendo che il cardinale X riceverà i suoi ospiti nella sala Y. In questo caos derogo sulla buona educazione e provo a sbirciare: in quale sala sarà Delly? Non faccio in tempo però a vedere nulla che i poliziotti ci fanno entrare. Lo scalone al di là della Porta di Bronzo del Palazzo Apostolico è lunghissimo, a destra e sinistra a bloccare l’accesso le guardie svizzere che vengono assalite con la stessa richiesta: dov’è il cardinale X? Impassibili e gentili i giovani elvetici con perentorio gesto della mano invitano tutti a continuare a salire. Facendolo rivedo il signore della lista e lo placco: dov’è Delly? Gentile controlla e mi dice: Sala delle Benedizioni. Ma dove diavolo avrà trovato quella lista?
Si sale ancora una doppia rampa di scale superando una colorata e numerosa delegazione senegalese che avanza dietro un’enorme bandiera e si arriva in una sala splendidamente affrescata. In realtà la prima cosa che si vede entrandovi non sono gli affreschi ma altre due gigantesche guardie svizzere che hanno il compito di smistare il pubblico verso le diverse sale. Delly? Sala delle Benedizioni. A destra in fondo. Stringato ma efficente lo svizzero! Eccola. Un’ultima rampa e ci sono. Ad alzare gli occhi si capisce che per apprezzare tanta bellezza ci vorrebbero anni, non fosse altro che per gli enormi finestroni che affacciano direttamente su Piazza San Pietro. Ma non c’è tempo. Nella sala ci sono ben sette cardinali e si deve proseguire zigzagando tra le file che la tagliano in senso trasversale. Mar Emmanuel è invisibile ma se ne intuisce la presenza dalle persone che affollano il fondo della sala. Mi metto ordinatamente in fila e, come sempre succede in questi casi, c'è chi mi rivolge la parola in arabo. Scambiamo due chiacchiere sul caldo e la folla mentre ci guardiamo in giro per il solito gioco del “chi c’è.” Riconosco alcuni vescovi, molti sacerdoti, la madre superiore delle suore caldee di Roma, Mr. Abdallah Naufali, che come responsabile dell’ufficio per gli affari dei non musulmani è uno dei rappresentanti del governo iracheno, la Signora Wijdam Michael, ministro dei diritti umani dello stesso governo e Mr. Yonadam Kanna, segretario generale del’Assyrian Democratic Movement ed unico cristiano nel parlamento eletto nel 2005. Il solito muro di gente si dissolve davanti a noi e possiamo vedere il cardinale che, seduto, riceve le congratulazioni dei suoi ospiti mentre il suo vicario, Monsignor Warduni ed il Procuratore presso la Santa Sede, Monsignor Philip Najim, gli suggeriscono, quando necessario, qualcosa su chi lo saluta. Dietro Mar Delly, quasi a ribadire lo stretto legame tra la chiesa ed il Governo Regionale Curdo, Mr. Yousef Aziz, lo stesso che al mattino lo aveva accompagnato in piazza dopo la cerimonia, questa volta però con una onorificenza appuntata alla giacca. L’avrà ricevuta tempo fa o oggi? Mmah!
Terminato il saluto non rimane che compiere a ritroso il percorso ed uscire nella sera calda ed umida di Roma dopola pioggia. Ora basta cerimonie. Ne riparleremo domani.

Domenica 25 novembre 2007
Ore 8.30. Solita fila e trafila. Navata sinistra però oggi. A Sua Eminenza Mar Emmanuel III Delly viene concessa una posizione privilegiata: non solo è il primo a ricevere l’anello cardinalizio “segno di dignità, di sollecitudine pastorale e di più salda comunione con la Sede di Pietro” quanto è anche il primo tra i due concelebranti che recitano in latino la preghiera per la Chiesa universale ed i suoi pastori. A differenza di ieri però alla preghiera dei fedeli gli spettatori possono udire la lingua araba da un sacerdote libanese che legge: “Concedi, Signore, che il tuo Regno di vita diventi per tutti autentica esperienza di comunione e le comunità familiari e religiose ricerchino sempre le vie della riconciliazione.”
La Santa Messa e la cerimonia, per quanto accompagnate dai canti della Schola Cantorum, sono oggi più brevi perchè si devono rispettare i tempi televisivi dell’Angelus domenicale che il Papa pronuncia non dalla finestra ma dal colonnato centrale facendo un lungo riferimento alla prossima riunione di Annapolis sul Medio Oriente.

Lunedì 26 novembre 2007
Alle 11.30, nell’Aula Paolo VI, da tutti conosciuta come “Sala Nervi” dal nome del famoso architetto italiano che l’ha progettata, Papa Benedetto XVI rivolge un saluto ai nuovi cardinali ed alle 8.000 persone presenti e Mar Delly, seduto alla testa della prima fila davanti ed a sinistra del Pontefice, è il primo a ricevere il suo fraterno abbraccio.
Al pomeriggio un altro evento importante: alle 16.30 nella chiesa di Santa Maria alla Traspontina di Via della Conciliazione, il neo cardinale presiede una toccante cerimonia secondo il rito caldeo. Presenti, oltre a circa un centinaio di fedeli, alcune suore delle Figlie dell’Immacolata Concezione e del Sacro Cuore, i vescovi Ibrahim Ibrahim, Ramzi Garmou, Hanna Zora e Jibrail Kassab come concelebranti e Faraj Rahho tra i fedeli, ed il coro formato dai seminaristi e guidati da un diacono.
E' con la musicalità della lingua di Gesù che si concludono quindi i tre giorni di celebrazioni dedicati al primo cardinale della chiesa caldea. Giorni che hanno visto anche incontri formali ed informali, persone riunirsi dopo lunghe separazioni forzate, racconti di eventi tragici ma anche voglia di vivere in modo normale. Resta solo da vedere se tale nomina avrà un qualche riflesso sulla vita della comunità irachena cristiana, e se sì, quale. Servirà a migliorarne le sorti in quanto, come molti hanno detto, è un segno di rispetto ed onore per l'Iraq intero o, al contrario, un tale riconoscimento verrà interpretato come una sorta di "protettorato occidentale" di ottomana memoria? Tutti si augurano che la prima ipotesi sia quella giusta e che davvero gli iracheni di fede cristiana possano tornare a vivere nel loro paese dal quale sono stati costretti a fuggire.

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