lunedì, settembre 01, 2014

 

"Se il tuo vicino di odia, sposta la porta della tua casa."


By Baghdadhope*
Foto by Ankawa.com

Le foto mostrano quelle sembrano essere migliaia di persone in fila che agitano un foglio giallo e sono state pubblicate dai maggiori siti di informazione sulla comunità irachena cristiana. Chi sono quelle persone? Sono cristiani, (ma forse anche qualche yazida, curdo, sunnita, sciita o turcomanno) che ad Erbil hanno passato ore sotto il sole con un solo scopo: ottenere il passaporto, viatico per la fuga verso l'estero.

Cosa è successo sabato 30 agosto nella città irachena che più di ogni altra ha accolto i profughi sfuggiti alla violenza delle truppe dello Stato Islamico?
E' successo che l'Ufficio Passaporti di Erbil ha stabilito che il sabato di ogni settimana si possa presentare domanda per l'ottenimento del passaporto da parte di coloro che, a partire dal 10 di giugno, hanno dovuto abbandonare le proprie case nel governatorato di Ninive per trovare rifugio nel Kurdistan iracheno di cui Erbil è capitale.
Ed è successo che a presentare tale domanda si siano presentati a migliaia tanto che non è stato possibile accoglierle tutte e che i nomi di chi otterrà l'agognato documento saranno comunicati via media.
La domanda doveva essere accompagnata da una lettera del Dipartimento per l'Immigrazione e gli Sfollati, un documento attestante lo stato civile, un certificato di nazionalità, un assegno pari a 25.000 Dinari iracheni, (21.50 $) 3 foto formato tessera con sfondo bianco ed un certificato di residenza. Documenti indispensabili per ottenere l'agognato passaporto biometrico della serie A che, in sostanza, è valido in tutto il mondo, compresi gli Stati Uniti
Per l'ennesima volta, questa volta dettata dall'urgenza di sfuggire ad una situazione che sembra apparire ai più senza speranza, gli iracheni ricominciano il "ballo" dei passaporti, una storia lunga ormai più di un decennio.
Prima della guerra del 2003 i passaporti iracheni potevano iniziare con la lettera M, la prima ad essere stata dichiarata non valida nel periodo post-bellico, con la lettera N, la cui validità è cessata alla fine del 2007, e con la rarissima lettera H. Subito dopo la guerra quei passaporti furono sostituiti con quelli di serie S e dall'aprile del 2006 con quelli di serie G che però, non ritenuti sicuri, vennero considerati validi fino alla data di scadenza e non rinnovabili, per essere sostituiti nel febbraio 2010 da quelli della serie A. Non considerando i passaporti diplomatici (serie D) e di servizio (serie E) un iracheno potrebbe quindi avere avuto dal 2003 anche 4 passaporti: serie M o N o H, serie S, serie G ed infine serie A.
Ma torniamo alla notizia dell'assembramento dei richiedenti passaporti ad Erbil. Come si è detto non ci sono stime precise sui numeri anche se le foto parlano da sole, ma ad essi si devono aggiungere quelli riguardanti coloro che non hanno potuto presentare la domanda. 
Secondo Shawan Jamil, membro del comitato parrocchiale di supervisione per gli sfollati a Sulaymaniyya, molti cristiani non sono infatti in possesso di tutti i documenti necessari all'ottenimento del passaporto perchè li hanno persi nella fuga, perché sono stati costretti ad abbandonare le proprie case nel cuore della notte e li hanno dimenticati o perchè sono stati sequestrati loro dalle truppe dell'IS ai posti di blocco insieme al denaro ed ad altri beni.
Questi e gli altri sono solo una parte però dei più di 100.000 che secondo le stime della Chiesa locale sono profughi in patria, e per quanto da sempre la Chiesa irachena abbia cercato di trattenere i suoi fedeli a salvaguardia delle radici della cristianità mesopotamica, tanto da far dichiarare al Patriarca caldeo, Mar Louis Raphael I Sako, che aiutare i cristiani in questa emergenza, lasciandoli in Iraq, è più importante che farli fuggire all'estero, gli accorati appelli a resistere non sembrano aver sortito effetto di fronte all'avanzata dell'Islam estremista che altro non è che, ricordiamolo, l'ultimo anello di una catena di cieca violenza che si è abbattuta sulla comunità dai primi attacchi alle chiese di Baghdad e Mosul il 1 agosto del 2004 e che a fasi alterne ha imposto loro la fuga. 

Se in tutti questi anni gli iracheni cristiani rimasti in patria sembrano aver seguito il proverbio arabo che recita:  "Non arrenderti. Rischieresti di farlo un'ora prima del miracolo" le immagini da Erbil ci dicono un'altra verità e di proverbi arabi ne richiamano un altro: "Se il tuo vicino ti odia, sposta la porta della tua casa."

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«Questi jihadisti non vogliono solo occupare e razziare, vogliono cancellare tutto quello che c’era prima di loro»

By Tempi
Rodolfo Casadei

Padre Gabriel alza lo sguardo verso la candida Madonna incoronata che regge Gesù bambino sul suo braccio sinistro. Incastonata in una cappella del colore della pianura d’estate e protetta da una finestra dalle cornici bianche, sovrasta il cortile d’ingresso del monastero di Nostra Signora delle Messi ad Alqosh.
Il superiore dei monaci antoniani intristisce gli occhi e le labbra:
«Non riesco proprio a pensare che domani Daesh potrebbe impadronirsi di questo monastero».
«Se dovesse succedere, li ricacceremo via»,
lo confortano in coro i presenti.
Fino alla notte fra il 6 e il 7 agosto, vigilia della festa della Trasfigurazione, Nostra Signora delle Messi era il più grande monastero cristiano dell’Iraq coi suoi 11 monaci e l’eredità di una storia secolare, quella del monastero di sant’Ormisda che sorge due chilometri più in su, aggrappato a un fianco del monte Bayhidhra. Si tratta del convento che promosse la ricongiunzione fra la Chiesa assira e quella cattolica, culminata nella creazione della Chiesa caldea in comunione con Roma nell’anno 1553, e che oggi è utilizzato solo per alcune cerimonie religiose. Prima e dopo di allora Alqosh e i suoi due monasteri sono stati assaliti, saccheggiati e occupati innumerevoli volte, da parte di mongoli, tartari, curdi, ottomani, persiani, arabi e altri ancora, sempre con centinaia di morti. Stavolta sono stati evacuati nottetempo senza perdite di vite umane e senza troppi danni materiali, e tuttavia il sentimento dominante è quello di una catastrofe imminente irreversibile: l’esodo permanente e l’estinzione definitiva di tutti i cristiani dall’Iraq.
La notte della vigilia della Trasfigurazione tutta la linea difensiva curda nella pianura di Ninive, da Karamlish a oriente fino a Telkeff a occidente, è arretrata sotto la pressione dell’avanzata degli armati dell’Isil, lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante, che tutti qui chiamano Daesh, dal suono delle lettere arabe che compongono l’acronimo. Centomila cristiani sono fuggiti nel massimo disordine verso le città curde di Erbil, Duhok e Zakho, dove tuttora si trovano, mentre le loro proprietà venivano occupate o razziate. Alqosh non è stata presa dai jihadisti dell’Isil, ma la sua popolazione – 8 mila residenti e 3 mila profughi di varia estrazione religiosa provenienti da Mosul e Telkeff in varie ondate – si è dileguata alla  massima velocità. Il 14 agosto, quando abbiamo visitato insieme all’abate il monastero e vi abbiamo pernottato, ad Alqosh c’erano soltanto 100 uomini armati e una donna (la candidata cittadina, non eletta, alle elezioni politiche dell’aprile scorso): il fronte si trovava appena sei chilometri più a sud, in direzione di Mosul, all’altezza della cittadina di Tel Eskof. Alqosh sembrava una città fantasma come quelle che si vedono nei film sugli zombie o su calamità fantascientifiche.

La fuga nottetempo
«Siamo fuggiti a mezzanotte con le auto e dopo aver caricato i 18 bambini dell’orfanotrofio sulla loro corriera, senza poter prendere gli archivi storici con noi», racconta padre Gabriel. «Avevo le lacrime agli occhi».
Adesso sta a Zakho, dove ha sistemato i confratelli e gli orfani nelle due case della sua famiglia. Trova anche il tempo e i mezzi per assistere i bambini degli yazidi, che a migliaia hanno invaso i parchi e le scuole della città curda ai confini con la Turchia fuggendo anche loro dai villaggi della pianura e della montagna. E fa avanti e indietro fra Zakho e il monastero. «Questa invasione e questa cacciata, che io considero la conseguenza ultima delle politiche degli americani nel Medio Oriente in tutti questi anni, sono diverse da quelle del passato. Questi jihadisti non vogliono solo occupare e razziare, vogliono cancellare completamente tutto quello che c’era prima di loro». Racconta del monastero di san Giorgio alle porte di Mosul, appartenente anch’esso all’ordine antoniano. All’inizio i capi del Daesh avevano fatto sapere che nulla sarebbe stato toccato, e che in caso di danni avrebbero pagato loro dieci volte il valore delle cose rubate o distrutte. Avevano messo due uomini di guardia al cancello. Poi una mattina le guardie non si sono presentate. Qualche giorno dopo la statua della Vergine nel cortile era a terra in pezzi e al posto della croce in cima alla cupola c’era la bandiera nera dello Stato islamico. Da allora nessuno sa nulla di quello che è stato fatto o non fatto al monastero.
Per saperne di più sulla Mosul dell’anno zero del Califfato basta andare nei cortili e presso le altre strutture del compound della cattedrale caldea di Erbil, san Giuseppe. La maggioranza dei 3.060 sfollati cristiani che affollano le aule della scuola parrocchiale, le aiuole, le tende sui prati, i prefabbricati e il perimetro esterno delle pareti della chiesa provengono da Qaraqosh, ma un certo numero sono arrivati da Mosul dopo la scadenza dell’ultimatum ai cristiani del 20 luglio scorso che lo Stato islamico aveva fatto dare attraverso gli altoparlanti delle moschee: o la conversione all’islam, o il pagamento della tassa di protezione e sottomissione (pari a 250 dollari mensili) o la morte. Per ingraziarsi i residenti il Califfato sta distribuendo benzina a prezzi irrisori fatta arrivare dalla Siria, dove l’organizzazione controlla pozzi petroliferi e raffinerie, ma nella maggior parte della città mancano acqua ed elettricità.

Vietati il fumo, l’alcol e i jeans
In compenso sono stati emessi decreti molto dettagliati che vietano il fumo, l’alcool, capi di abbigliamento come i jeans e acconciature dei capelli non in linea con la tradizione islamica, che li esigerebbe lunghi e abbinati alla barba nel caso degli uomini. Quanto alle donne, niqab (sarebbe l’abito che copre integralmente il corpo lasciando appena una fessura per gli occhi) per tutte. Che i jihadisti abbiano il progetto di riportare le lancette della storia a istituzioni vigenti nel passato dei primi secoli dell’islam lo si capisce da episodi come quello dell’asta pubblica di centinaia di donne yazide al mercato di Nakkasa, uno dei più importanti di Mosul. Secondo testimonianze provenienti dalla città per via telefonica, Daesh ha reintrodotto la schiavitù, mettendo in vendita sulla pubblica piazza le donne yazide catturate in varie località. Si racconta che un musulmano di buon cuore abbia acquistato tre di queste disgraziate pagando 160 dollari per ciascuna, solo per poterle liberare e restituirle alle famiglie. Altri acquirenti sembrano essere stati mossi da ben altre motivazioni. Una cosa poco nota è che a Singar, capitale dello yazidismo in Iraq, esisteva anche una piccola comunità siriaca ortodossa di 100 famiglie. È verosimile che anche donne cristiane siano state sequestrate e poi messe in vendita come schiave insieme alle yazide. Altro dato di fatto che fatica a filtrare in Europa è che a Mosul e a Qaraqosh risiedono ancora singoli cristiani e addirittura famiglie cristiane, che per vari motivi non hanno voluto abbandonare la propria dimora. Ma che non escono di casa (consumano le provviste di riserva nella speranza di tempi migliori) o dal loro quartiere. Non pagano la jizah (la tassa per i cristiani) solo perché Daesh non ha ancora organizzato gli esattori o perché vivono in quartiere controllati da altri gruppi islamici estremisti, che gli uomini di al Baghdadi per il momento non intendono sfidare. Le altre notizie che arrivano dalla Piana di Ninive parlano di razzie in grande stile in corso o in preparazione ai danni delle proprietà dei cristiani e degli yazidi lasciate sul posto, alle quali si associano musulmani sunniti arabi dei villaggi vicini. «Tanti stanno fiancheggiando Daesh non per ragioni politiche, ma perché vogliono prendere parte ai saccheggi dei nostri beni: purtroppo le cose stanno così», spiega un profugo.
È per questi fatti e altri ancora che i profughi della cattedrale ai quali si pone la domanda sul futuro rispondono tutti allo stesso modo: «Vogliamo andarcene per sempre da qui, va bene qualunque paese europeo». E chi ha deciso di rimanere prende quelle che a lui sembrano precauzioni.
Raphael è il giovane monaco incaricato di fare il guardiano del monastero di Alqosh per tutto il tempo che durerà la crisi. Voce gentile e fisico segnato dall’obesità, di primo acchito non lo prendereste per un monaco: indossa una t-shirt mimetica, sulla spalla porta un kalashnikov e una cartucciera gli attraversa l’opimo ventre. Dorme di giorno e sta di sentinella tutta la notte su e giù per i cortili e le scale del convento. «Se Daesh deve entrare qui – spiega – preferisco che credano che io sia una guardia della milizia di paese (ce ne sono un certo numero che proteggono il monastero anche di questi tempi – ndr) piuttosto che il monaco che sono in realtà: sono convinto che sarei trattato meno duramente».
A similitudine di padre Raphael, la situazione della Chiesa in Iraq è caratterizzata da una serie di paradossi: è sull’orlo dell’espulsione dal paese e contemporaneamente al centro dell’attenzione internazionale; la sua dimensione quantitativa è in costante discesa mentre le risorse che si trova a dover gestire sono in impetuosa ascesa; è odiata intensamente dai jihadisti e rispettata da un numero crescente di musulmani; vive intense esperienze di ecumenismo della carità ma anche divisioni e incertezze relative al da farsi. Quest’ultimo paradosso è quello più difficile da comporre. Il Patriarca caldeo Louis Sako e i vescovi di tutti i riti hanno costantemente ripetuto che bisogna fare il massimo perché i cristiani non abbandonino il paese, ma la base li ha contestati giudicando il loro obiettivo irrealistico a fronte dei duri dati di fatto. C’è chi insiste sull’immagine della Chiesa come punto di riferimento di un Iraq unitario e chi suggerisce che si debba collocare sotto l’ala protettrice curda, l’unica disponibile e dotata di una qualche forza; molti non credono più che sia possibile esistere come cristiani in questa parte del mondo e chiedono che le Chiese irachene semplicemente aiutino i loro fedeli ad emigrare. Questa è, purtroppo, l’opinione della totalità della gente comune. Ultimamente il Patriarca caldeo e i vertici di tutte le Chiese della regione di Mosul si sono trovati d’accordo nell’invocare un intervento militare internazionale che metta insieme Usa, Europa e Lega Araba con l’obiettivo di spazzare i jihadisti fuori dalla piana di Ninive e dintorni.

La solidarietà interreligiosa
Priva di ombre, invece, la vicenda relativa alla solidarietà fra le Chiese, fra i cristiani dei vari riti e fra i cristiani e persone di altre religioni. Le pertinenze della cattedrale caldea di Erbil occupate da fedeli in grande maggioranza di rito siriaco cattolico originari di Qaraqosh sono un segno eloquente della capacità di solidarietà di una Chiesa verso un’altra; là dove era possibile i cristiani si sono aperti e hanno accolto i più lontani e diversi: ad Alqosh, cittadina interamente cristiana che per la sua storia rappresenta una sorta di Vaticano della Chiesa caldea, sono stati ospitati in scuole e strutture varie, prima dell’offensiva del 6-7 agosto che ha costretto tutti a fuggire, profughi di diversissima estrazione: turcomanni sunniti e sciiti, arabi sciiti, shabak (un gruppo etnico a sé perlopiù sciita), perfino alcuni arabi sunniti. Poi merita di essere segnalato il fenomeno della solidarietà di molti musulmani nei confronti dei cristiani, che ha trovato espressione nelle manifestazioni dove sunniti e sciiti di Baghdad hanno mostrato cartelli con la scritta “io sono cristiano” e in gesti come quelli della giornalista musulmana irachena che ha presentato il suo notiziario su una tivù libanese con una croce al collo. A questi andrebbero aggiunti tanti episodi di aiuto ai profughi da parte di vicini musulmani. Molti fuggiaschi della Piana di Ninive riescono ad ottenere notizie circa la loro casa e circa parenti lasciati dietro grazie alla silenziosa opera di collegamento di amici musulmani.
In controtendenza col pessimismo che fa dire a tanti cristiani iracheni che è ormai giunto il momento di abbandonare in massa il paese, merita di essere conosciuta la notizia dell’inaugurazione di una statua della Vergine Maria alta tre metri eretta nella rotonda principale di Ankawa, il quartiere a maggioranza cristiana di Erbil. È una classicissima Madonna con l’abito bianco e il manto azzurro, la testa coronata, le braccia allargate e lo sguardo rivolto verso chi sta in basso. Sta su di una larga colonna degli stessi colori, circondata da quattro colonnine azzurre sottili. Nella posizione in cui è stata collocata, a poche centinaia di metri dai luoghi che in questo momento ospitano migliaia di profughi della piana di Ninive, sembra messa lì per proteggere gli sventurati da ulteriori mali. È stata inaugurata la sera della festa dell’Assunzione, di fronte a migliaia di persone festanti. Quella notte i caccia americani hanno lanciato un attacco e colpito obiettivi in quattro località a sud di Alqosh: Mahmoudia, Zumar, Telkeff e Tel Eskof, che sta a una manciata di chilometri dal monastero di Nostra Signora delle Messi. L’obiettivo strategico è quello di recuperare il controllo della grande diga di Mosul, ma il primo risultato è stato quello di allentare la pressione su Alqosh. Per molti è l’inizio del contrattacco che solo può salvare il persistere di una presenza cristiana in Iraq. Chissà cosa ha pensato quella notte padre Raphael, scrutando i bagliori nell’oscurità e impugnando istintivamente il suo mitragliatore. Sotto quel cielo di tenebre e luci siderali che chi ha pernottato ad Alqosh la notte precedente a quella dell’attacco ricorda come la più imponente muta preghiera del Creato mai ascoltata.

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Il patriarca Raï: fermare jihadisti o si torna alla preistoria


I patriarchi cattolici e ortodossi del Medio Oriente, riuniti in questi giorni a Bkerké, in Libano, hanno lanciato a tutto il mondo un appello a intervenire con urgenza contro la minaccia dei jhadisti del sedicente Stato Islamico. Ascoltiamo il cardinale libanese Béchara Boutros Raï, patriarca di Antiochia dei Maroniti, al microfono di Manuella Affejee:
(Per ascoltare l'intervista cliccare sul titolo)

"Quello che sta succedendo per mano dello Stato islamico e di altri gruppi fondamentalisti, ci riporta alla preistoria, ci riporta al tempo in cui ancora non c’era alcuna legge. Faccio un esempio. Arriva un bel giorno lo Stato Islamico ed emette un decreto per i cristiani: o vi convertite all’Islam o pagate la tassa, perché non siete musulmani, o lasciate subito le vostre case. Avete due giorni, altrimenti … la spada. Le vostre case e le vostre proprietà sono ormai nostre! E vedere che il mondo intero osserva in silenzio assoluto, vuol dire che siamo tornati all’era della preistoria! Questo è un grande scandalo! Questa è una piaga nell’umanità. Quindi abbiamo fatto questo appello affinché la Comunità internazionale, il mondo arabo e l’Unione Europea si assumano la responsabilità di mettere fine a questi gruppi fondamentalisti per salvare la dignità stessa dell’umanità e salvare la pace nel mondo: questi gruppi minacciano il mondo intero, perché sono ricchi, sostenuti finanziariamente e con tutte le armi sofisticate date dai diversi Stati… Costituiscono una minaccia enorme! Noi abbiamo parlato fortemente alla coscienza mondiale: lo abbiamo detto; l’ho detto io stesso ai parlamentari cattolici internazionali durante l’incontro a Frascati di questi giorni; lo diremo, noi Patriarchi, a Washington, dove dal 9 all’11 settembre si terrà un convegno dal titolo “In difesa dei cristiani del Medio Oriente”.

Come cristiani del Medio Oriente cosa volete dire al mondo?
"Vogliamo dire al mondo intero che noi cristiani del Medio Oriente non siamo una minoranza: lo statuto di minoranza non si applica ai cristiani, si applica ai gruppi etnici, ai gruppi politici, ai gruppi culturali. Noi siamo la Chiesa di Cristo presente in Medio Oriente. Quindi, non siamo una minoranza! Siamo cittadini di tutti questi Paesi del Medio Oriente da duemila anni, 600 anni prima dei musulmani. Abbiamo vissuto con i musulmani 1400 anni e abbiamo trasmesso loro i valori del Vangelo, i valori e la dignità della persona umana, la sacralità della vita umana; ma abbiamo anche ricevuto dalle tradizioni e dai valori dei musulmani: abbiamo costruito una cultura insieme, una civiltà insieme. Devo dire al mondo intero che la Siria, l’Egitto, la Giordania, la Palestina, l’Iraq sono culture cristiane, con un fondamento interamente cristiano. Non possono venire qui e demolire tutto quello che nell’arco di 2000 anni e di 1400 anni abbiamo costruito!
Si parla di riforme politiche …
Basta parlare di riforme politiche e di democrazia. Loro non cercano questo e lo dico chiaramente, perché ormai nessuno lo ignora: gli Stati fanno i propri interessi politici ed economici! Ormai sappiamo tutto nel dettaglio. Quindi bisogna dire la verità: questa è la Radio Vaticana che porta la voce del Papa, la voce della verità. Il mondo ha bisogno di verità! Le coscienze umane hanno bisogno di essere toccate dalla Parola del Vangelo. Bisogna che l’umanità riprenda la sua dignità e si assuma le sue responsabilità a livello internazionale e locale. Noi cristiani sopportiamo tutto con i nostri fratelli, che sono vittime in Medio Oriente, e portiamo con loro la Croce della Redenzione. E non rinunceremo!

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martedì, luglio 29, 2014

 



Baghdadhope* ricomincerà a seguire la situazione degli iracheni cristiani nella seconda metà di agosto.

Baghdadhope* will resume following the events of the Iraqi Christians in the second half of August.

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lunedì, luglio 28, 2014

 

Delegazione Chiesa francese in Iraq: troppa indifferenza verso i cristiani


Una delegazione della Chiesa cattolica francese ha iniziato oggi in Iraq una visita di solidarietà ai cristiani di questo Paese, la cui esistenza è sempre più minacciata dalla guerra e dall’avanzata degli integralisti del cosiddetto Stato islamico. A Mossul, dopo quasi 2000 anni, non ci sono più cristiani, cacciati a forza dalle loro case. La delegazione, guidata dal cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione, incontrerà, tra gli altri, il patriarca di Babilonia dei Caldei, Louis Raphaël Sako I. Partecipa alla missione anche mons. Michel Dubost, vescovo di Evry-Corbeil-Essonnes. Antonino Galofaro lo ha intervistato:
Noi vogliamo che l’attenzione a quanto sta accadendo ora, soprattutto a Gaza, non ci faccia dimenticare che i cristiani d’Oriente vivono un momento estremamente difficile. Desideriamo manifestare a questi nostri fratelli e sorelle che noi siamo solidali con loro e che vogliamo con tutto il cuore essere accanto a loro.

Voi denunciate l’indifferenza” che c’è verso le persecuzioni che subiscono cristiani in questi Paesi …

E’ chiaro che non ci sono molte immagini alla televisione: quello che si vede è Gaza. Ma dalla Siria e dall’Iraq non abbiamo immagini: eppure, qui, i cristiani soffrono molto! E se ne parla poco o non se ne parla affatto. Quello che noi cerchiamo di fare è rendere pubblica questa sofferenza.
Voi sostenete che la Comunità internazionale non si è impegnata nella risoluzione di questi conflitti…
La Comunità internazionale, ormai da tempo, mostra la sua impotenza. Il presidente Bush è voluto intervenire in Iraq, ma ha aperto un vaso di Pandora, che ha fatto più male che bene! E oggi il “Califfato” ha moltissimi soldi, moltissime risorse e moltissimi mezzi e questo è davvero molto inquietante per la pace nel mondo. Bisognerebbe che le grandi potenze se ne preoccupino per tempo! Ma non sanno cosa fare: questo è il problema!
Cosa vi aspettate da questa missione in Iraq?
Le nostre attese sono molto chiare! Vogliamo anzitutto incontrare queste persone, dir loro che noi siamo presenti spiritualmente accanto loro … Certo, è una piccola consolazione: ma quando si soffre è importante sentire gli altri accanto, vicino. Chiediamo al Signore di cambiare i cuori. Non ci sono altre soluzioni!  Noi andiamo in Iraq come poveri: ma i poveri possono cambiare il mondo!

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domenica, luglio 27, 2014

 

Papa Francesco telefona al Patriarca caldeo. Smentite per ora le voci sulla distruzione di chiese a Mosul

By Fides

Papa Francesco ha telefonato al Patriarca di Babilonia dei Caldei Louis Raphael I Sako per manifestare la sua partecipazione e vicinanza alle sofferenze di tutto il popolo iracheno, a partire dai cristiani di Mosul espulsi dalla città per ordine dei militanti dell'auto-proclamato “Califfato Islamico”. La telefonata è avvenuta nella mattinata di venerdì 25 luglio. Il Vescovo di Roma – secondo quanto riportato dalle fonti ufficiali del Patriarcato caldeo – ha ringraziato il Patriarca Louis Raphael per la saggia guida del popolo cristiano da lui assicurata nelle attuali circostanze critiche, e ha espresso il suo affetto per tutti i cristiani della nazione irachena, esortandoli a custodire la fede e la speranza in questi tempi di prova.
Nel frattempo, fonti autorevoli della Chiesa caldea smentiscono come finora infondato l'annuncio messo in circolo nel Web secondo cui i miliziani del Califfato Islamico, dopo aver distrutto a Mosul la Moschea di Giona, avrebbero fatto esplodere anche la chiesa caldea dedicata allo Spirito Santo. Verifiche realizzate sul campo smentiscono al momento queste voci. “Nei tempi difficili che stiamo vivendo” riferisce all'agenzia Fides il Vescovo caldeo di Mosul Amel Shamon Nona “un ulteriore motivo di preoccupazione e amarezza è rappresentato dagli allarmismi provocati da persone senza scrupolo che fanno circolare notizie false anche su quello che tocca la sorte dei cristiani. Anche a me sono state attribuite negli ultimi giorni affermazioni e interviste che non ho mai rilasciato. E' un fenomeno inquietante, e viene da pensare che in alcuni gli autori di queste operazioni rispondano a qualche interesse di natura ideologica”.

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Patriarca di Baghdad: Il cuore "sanguina" per gli innocenti in lraq, Siria e Gaza. Ed è "triste" per la timidezza del mondo civilizzato


Un cuore che "sanguina per gli innocenti che muoiono o che sono cacciati dalle loro case", pensando alla situazione dell'Iraq, della Siria e di Gaza; allo stesso tempo vi è tristezza per "la timidezza del mondo civilizzato verso di noi", nella completa mancanza di azioni della comunità internazionale. E' quanto esprime il patriarca di babilonia dei Caldei (Baghdad), Louis Sako, in un messaggio inviato al card. Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione (Francia). Il messaggio sarà letto oggi durante una marcia lanciata dalla diocesi in solidarietà con i cristiani dell'Iraq, la cui situazione è divenuta tragica dopo l'invasione del centro nord del Paese ad opera dell'esercito islamico, che ha inaugurato a Mosul  un Califfato islamico. Nei giorni scorsi, una specie di editto ha posto ai cristiani alcune condizioni: convertirsi all'islam; pagare la tassa dei dhimmi; abbandonare tutto e fuggire.
Ecco il messaggio di Mar Sako:

A Sua Eminenza il card. Philippe Barbarin
Arcivescovo di Lione

Eminenza, caro Padre,
pensando oggi alla situazione in Iraq, Siria e Gaza-Palestina, il mio cuore sanguina per gli innocenti che muoiono o che sono scacciati dalle loro case; e sono triste per la timidezza del mondo civilizzato verso di noi.
Caro Padre,
il vostro coraggio, la preghiera e la prossimità di coloro che sono attorno a voi in questa marcia di solidarietà, mantiene in noi la fiducia e la forza di sperare.
Il cristianesimo d'Oriente non deve scomparire. La sua sparizione è un peccato mortale e una grande perdita per la Chiesa e l'umanità intera. Esso deve sopravvivere o meglio vivere in libertà e dignità.
In questa tormenta, vogliate accettare voi e coloro che sono con voi l'espressione di tutta la mia gratitudine.
Non ci dimenticate!

Louis Raphael Sako
Patriarca di Babilonia dei Caldei
Baghdad 24 luglio 2014

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venerdì, luglio 25, 2014

 

Da Mosul: salta in aria la moschea di Giona


I miliziani dello Stato islamico (Isis), che controllano dal mese scorso Mosul, nel nord dell'Iraq, hanno distrutto la moschea intitolata al profeta Giona, considerata uno dei più importanti monumenti storici e religiosi e luogo di pellegrinaggio di musulmani sia sunniti sia sciiti. A dare la notizia è il blog Baghdadhope, citato dal Sir, che spiega come la moschea Hazrat Yunus, simbolo della città, fosse diventato per i membri dell'Isis un "luogo di apostasia e non di preghiera", in quanto "frequentato sia da musulmani sia da cristiani".
Secondo fonti locali, i miliziani dell'Isis hanno dato tempo fino a sabato ai cittadini curdi per lasciare la città, come avevano fatto una settimana fa con i cristiani.
Da oltre un mese, da quando cioè l'Isis si è impadronito di Mosul, combattimenti sono in corso a nord della città tra jihadisti di questa organizzazione e forze peshmerga curde giunte dalla vicina regione autonoma del Kurdistan. Nuovi scontri sono in corso a partire da giovedì in particolare nell'area di Telkeif, una località una ventina di chilometri a nord-est di Mosul popolata da una maggioranza cristiana.

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Iraq, parte “missione” della Chiesa francese


Tre rappresentanti della Chiesa francese, tra cui l'arcivescovo di Lione, cardinale Philippe Barbarin, voleranno lunedì per una visita di tre giorni in Iraq, per dare il loro sostegno e solidarietà ai cristiani del Paese, oggetto di persecuzioni.
"Il cardinale Barbarin, monsignor Dubost (vescovo di Evry) e monsignor Gollnisch (direttore generale dell'Oeuvre d'Orient) saranno, dal 28 luglio al prossimo primo agosto, emissari della Chiesa cattolica di Francia presso i cristiani di Iraq, accolti dal patriarca Louis-Raphaël Sako", riferisce la Conferenza episcopale francese (Cef), aggiungendo che i tre religiosi intendono affermare "che la lotta contro l'indifferenza deve essere permanente. Pregheranno e agiranno presso le comunità minacciate".

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Il leader curdo Barzani ai Capi delle Chiese: “vivremo insieme o moriremo insieme”

By Fides

“Noi moriremo tutti insieme, o continueremo a vivere tutti insieme con dignità”. Così il leader curdo Masud Barzani, Presidente della Regione autonoma del Kurdistan iracheno, si è rivolto al Patriarca di Babilonia dei Caldei, Louis Raphael I Sako, e agli altri rappresentanti delle Chiese del nord dell'Iraq nell'incontro avuto con loro mercoledì scorso, 23 luglio, a Erbil. Lo confermano fonti della Chiesa siro cattolica consultate dall'Agenzia Fides.
Nell'incontro, il Presidente Barzani ha ripetuto che i cristiani costretti a lasciare Mosul su pressione delle forze dell'autoproclamato “Califfato Islamico” non devono pensare in alcun modo a lasciare il Paese e a emigrare all'estero, perchè la Regione autonoma del Kurdistan è pronta ad accogliere e soccorrere i profughi e a proteggere “le loro vite e la loro terra” contro quelli che vengono definiti “terroristi”.
In un appello sulle vicende di Mosul diffuso martedì scorso, 22 luglio, il Patriarca Raphael I e i Vescovi delle Chiese cristiane del nord iracheno avevano espresso un eloquente apprezzamento per il ruolo assunto dalla Regione autonoma del Kurdistan iracheno, apprezzandone la pronta disponibilità ad “accogliere le famiglie sfollate, a abbracciarle e ad aiutarle. Noi - avevano dichiarato i Capi delle Chiese del nord iracheno - proponiamo la creazione di un comitato congiunto tra il governo regionale e i rappresentanti del nostro popolo per venire incontro alla sofferenza delle famiglie di rifugiati e migliorare le loro condizioni”.
“I cristiani dell'Iraq
- ribadisce all'Agenzia Fides il sacerdote siro cattolico Nizar Semaan - vogliono vivere in pace con tutti. E hanno apprezzato la condanna dell'espulsione dei cristiani da Mosul espressa in maniera unanime da rappresentanti sunniti, sciiti e curdi nelle varie aree del Paese”. 

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Christians Say Terror Drove Them From Mosul

By Radio Free Europe
Abdul Hamid Zebari

Video: Iraqi Christians describe expulsion from Mosul

Rawan Jinan
, a 25-year-old Iraqi Christian, says when she received an order on June 18 to leave Mosul within 24 hours, she could not believe her eyes.
The order came in the form of a letter delivered to every Christian home by the Islamic State, formerly known as the Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL), which rules Iraq's second-largest city. The letter offered the recipients just three choices: to convert to Islam, to begin paying a monthly tax for practicing a religion other than Islam, or to be executed if they remained in Mosul.
Jinan, now in a refugee camp near Irbil, in the Kurdish autonomous region, says she and her husband stared at the paper in amazement. "We were prepared for anything, but we were not expecting to be banished from our city in this manner," she says. "When we first heard Christians should leave the city, we thought this meant that Mosul was about to be targeted by heavy shelling. We did not know they were going to rob us and throw us out."
The couple initially thought the letter was an evacuation, not expulsion, order because they and their two young sons -- one 4 years old, the other 18 months -- had already fled fighting in Mosul once. That was when ISIL captured the city in three days of combat that ended with the rout of the Iraqi Army on June 9.

The Honeymoon's Over

But after that fighting ended, the family returned amid reports that the Islamic State promised to guarantee the safety of all religious minorities in the city, so long as they respected Islamic law.
At first, she says, the militants seemed almost protective. "They welcomed us, and asked us what we needed, asking us to contact them if anyone bothered us."
In return, the city's Christians saw no reason why they would offend the city's fundamentalist new rulers. Christian women had already long been wearing the "abaya," the figure-shrouding outer garment Muslim women wear for modesty outdoors, and both Christian men and women mostly stayed within their own neighborhoods to avoid trouble.
But the honeymoon period, which contrasted starkly with the Islamic State's reputation for cruelty toward religious minorities in areas it occupies in Syria, did not last long. As soon as the militia was firmly in control of Mosul, the mood began to change.
Then, Jinan says, the militants began to enter Christian churches, intimidating priests and making people afraid to go to their places of worship. "They did not only enter the churches," she says. "They also went into the shrine of Prophet Younis [the Old Testament prophet Jonas], which they demolished. They also demolished monasteries."
The reported destruction of the tomb of Jonas was shocking for Mosul's Christians and many mainstream Muslims alike, because he is revered by both faiths. The tomb itself is housed in a mosque built on a site where a church once stood, and the interlayering of faiths around the site had long been a symbol of Mosul's tradition of religious tolerance.

Things soon got worse.
On July 16 and 17, Jinan says, a black painted symbol began appearing on Christian homes. "They began marking Christians' homes with the letter 'N' within a circle and the phrase 'property of the Islamic State.' When we asked why, they said that 'this would ward off anyone coming to loot [your home] because looters will fear that this house belongs to us. You need not be afraid; there's nothing wrong,'" she recalls.
But the Christians were feeling terrorized. The letter N stood for "Nasrani," a term used for Christians in the Koran that refers to Nazareth, the hometown of Jesus Christ. By this time, the Islamic State was also replacing the crosses atop some churches with their own black jihadist flags, as if they had been seized in a holy war. "I saw the flags on the Orthodox Mar [St.] Ephraim Cathedral and the Chaldean Bishop's Seat," Jinan notes.

Driven from their homes
When the order with three choices came, Jinan says she and the other several thousand Christians in the city had no trust left in the Islamic State. She personally did not even inquire about the amount of the "jizya," or religious tax, the militants promised would grant Christians immunity. The amount has been variously reported by other refugees as being around $100 monthly.
Instead, Jinan and her husband rushed to get their sons and fled by car to one of the Christian towns to the east of Mosul on the Nineveh plain. From there, they proceeded on to the greater safety of Ayn Kawa, a town just inside the Kurdish autonomous region where they remain today.
The Kurdish autonomous region, which is religiously tolerant and is guarded by its own powerful security forces, puts her beyond the reach of the Islamic State. But Jinan says she and most other refugees lost many of their possessions to the Islamic State's fighters, who shook them down as they fled from Mosul.
The fighters took the money her husband was carrying and searched their luggage thoroughly, stealing clothes and even baby diapers. They also treated their victims with open contempt. "They opened the can of baby milk and poured its contents into the street," she says. "We begged them to give us a bottle of water for the children, to quiet them, but they opened the water bottles and poured out the water in front us."
Now, with Mosul less about 80 kilometers to the west but her former life closed to her, Jinan says she doesn't know what to expect next.
Her options range from waiting for the Iraqi government to retake Mosul -- something she calls unlikely when the Islamic State is at the gates of Baghdad -- to emigrating, something she says she never had to consider before.
Her only certainty is that her family now would not want to return to Mosul even if it could. "No Christian, and I for one, will return to the place where I lived, where I was persecuted, and from which I have been expelled," she says.

Reported from Irbil by RFE/RL's Radio Free Iraq correspondent Abdelhamid Zebari. Written by Charles Recknagel in Prague. Translation from Arabic by Ayad al-Gailani

http://www.rferl.org/media/video/iraq-christians/25468901.html

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Noi cristiani non.... il Patto di Omar proposto ai cristiani di Mosul

By Baghdadhope*

IL PATTO DI OMAR

Dal Sirāj al-mulūk di Abū Bakr Muḥammad ibn al-Walīd al-Ṭarṭūshī (m. 1126), il più antico autore che abbia riportato il contenuto del cosiddetto Patto:

«ʿAbd al-Raḥmān b. Ghanm (morto nel 78 E./697) ha detto:
Quando ʿOmar b. al-Khaṭṭāb, che Dio sia compiaciuto di lui, accordò la pace ai cristiani di Siria, noi gli scrivemmo quanto segue:
Nel nome di Dio Clemente Misericordioso.
Questo è il patto che il servo di Dio, ʿOmar, Comandante dei credenti, diede alla gente di Ælia. Egli diede loro sicurezza per loro stessi, il loro denaro, le loro chiese, le loro croci, i loro malati e i sani, e per tutta la comunità; che le loro chiese non siano occupate né distrutte e che niente manchi nelle loro proprietà in tutto o in parte, né nelle loro croci, né niente del loro denaro, e non vengano obbligati a lasciare la loro religione e che nessuno di essi sia maltrattato e che nessun ebreo viva in Ælia con loro.
La gente di Ælia dovrà pagare il tributo come tutti gli abitanti delle altre città e dovrà espellere i Romei e i banditi. Chi di essi decide di partire sarà sicuro e avrà la sicurezza per se stesso e per il suo denaro finché raggiunga la sua destinazione. Chi di essi rimane avrà la sicurezza e avrà gli obblighi del tributo come tutti i cittadini di Ælia.
Chi, tra la gente di Ælia, volesse prendere il suo denaro e andarsene con i Romei avrà la sicurezza fino a quando li raggiunga.
Chiunque sta in Ælia dei popoli della terra chi vuole può restare e avrà l’obbligo di pagare il tributo come tutta la gente di Ælia, e chi lo desidera potrà andare con i Romei, e chi lo desidera potrà tornare dai suoi parenti, e non si prenderà nulla del suo raccolto.
Quanto è incluso in questa lettera ha il patto di Dio e la fiducia del suo Profeta e la fiducia dei Califfi e la fiducia dei fedeli musulmani, se essi (i cristiani) pagano il tributo, come si deve”.
I testimoni su questo sono stati Khālid b. al-Walīd, ʿAmr b. al-ʿĀṣ, ʿAbd al-Raḥmān b. ʿAwf e Muʿāwiya b. Abī Sufyān. Scritto e sigillato il 15 (dall'Egira)
Noi cristiani:
Non costruiremo, nelle nostre città e nelle loro vicinanze, nuovi monasteri, chiese,
conventi, celle per monaci,
neppure ripareremo, di giorno o di notte, quegli edifici che stanno andando in rovina
o che sono situati nei quartieri dei musulmani ...
Noi non daremo rifugio, nelle nostre chiese o nelle nostre abitazioni, ad alcuna spia
né la nasconderemo ai musulmani
Non manifesteremo pubblicamente la nostra religione
né convertiremo alcuno
Non impediremo ad alcuno dei nostri parenti di entrare nell'Islam, se lo desidera.
Noi mostreremo rispetto nei confronti dei musulmani, e
ci alzeremo dal nostro posto se desiderano sedersi.
Non cercheremo di assomigliare ai musulmani negli abiti, nei cappelli, turbanti, calzari e acconciatura di capelli
Non parleremo come loro
e non impiegheremo i loro titoli onorifici.
Non saliremo su alcuna sella,
e non ci cingeremo di spade, non indosseremo alcuna arma, neppure le trasporteremo sulle nostre persone.
Non scolpiremo sigilli in lingua araba
Non venderemo bevande fermentate (alcoliche)
Non faremo vedere le nostre croci o i nostri libri nelle strade o nei mercati dei musulmani
Noi potremo suonare il batacchio delle campane solo molto delicatamente
Noi non alzeremo la voce durante servizi religiosi nelle chiese oppure in presenza di musulmani
e neppure alzeremo la voce quando seguiremo il nostro morto.
Non useremo luci in alcuna strada dei musulmani o nei loro mercati
Non seppelliremo il nostro morto vicino ai musulmani
Non prenderemo schiavi che siano stati assegnati ai musulmani
Non costruiremo case più alte di quelle dei musulmani » *

Questa è una delle versioni del testo del cosiddetto Patto di Omar, (
ʿOmar ibn al-Khaṭṭāb, il secondo califfo islamico dopo Abu Bakr - 634-644) che regola i rapporti tra l'Islam ed il Cristianesimo.
Secondo quanto riporta il sito Ankawa.com dai minareti delle moschee di Mosul sarebbe stato rivolto un invito ai musulmani perchè convincano i cristiani a tornare alle proprie case, cristiani cui verrebbe offerto di stipulare un patto (i cui termini non sono stati definiti) che si rifarebbe proprio al Patto proposto da 'Omar ed accettato da Sofronio, Patriarca della Gerusalemme assediata dalle truppe musulmane.
Un passo indietro di 14 secoli, certamente un'occasione da cogliere al volo!

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giovedì, luglio 24, 2014

 

L'ISIL distrugge la Storia. Sparisce la moschea di Nabi Yunis

By Baghdadhope*




Non bastava avere occupato e distrutto chiese e moschee sciite, non bastava aver costretto migliaia di persone alla fuga, non bastava averne ucciso altre perchè appartenenti alle minoranza etniche o religiose o anche perchè si opponevano al califfato islamico.
Oggi l'ISIL si è macchiata di un altro delitto radendo al suolo uno dei simboli di Mosul, la moschea di Nabi Yunis. 

 
Dopo aver costretto chi era in moschea a lasciarla l'edificio è stato fatto saltare in aria ed il minareto che dominava la città in un attimo è scomparso in una nuvola di fumo.
La grandiosa moschea, in origine un'edificio di culto cristiano, era posta sulla sommità della collina di Al Tauba (Pentimento) nella parte orientale di Mosul,  ed era dedicata al profeta Giona (Yunis) che si diceva vi fosse sepolto tanto da essere luogo di pellegrinaggio sia per i musulmani che per i cristiani, ma per i membri dell'ISIL "era diventato luogo di apostasia e non di preghiera".
Non bastasse ciò durante la notte ha anche cominciato a circolare la notizia sui social network che ai cittadini di Mosul che vivono nei pressi della moschea di Nabi Jirjis, risalente al XII secolo e dedicata a San Giorgio, sia stato ordine di evacuare la zona per "non subire danni".
La moschea di Nabi Jirjis
 
 

Già all'inizio del mese (non c'è certezza sulla data) un video aveva mostrato un membro dell'ISIl distruggere a colpi di mazza quella che si è detto fosse la tomba del profeta Giona.
Le immagini parlano da sole:


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Si prega in Libano per la pace in Iraq e per i cristiani di Mosul

By Baghdadhope*

.. verrà l'ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio.
(Giov. 16:2)
Le parole di Giovanni, quanto mai descrittive di ciò che sta succedendo ai cristiani di Mosul, aprono la lettera con la quale la diocesi caldea di Beirut (Libano) annuncia per domenica 27 luglio la celebrazione di una Santa Messa nella cattedrale caldea dedicata all'Arcangelo Raffaele.
Durante la Messa, che sarà guidata dal vescovo Mons. Michael Kassarji, si pregherà per la pace in Iraq e specialmente a Mosul da dove la gente è stata costretta a fuggire per salvarsi dall'oppressione, dalla tirannia e dalla morte violenta.
اعلان "تأتي ساعةٌ يظنُّ فيها كلُّ من يقتُلكم أنّه يقدّم عبادةً للّه"
  (يوحنا 16/1-2)

يوم الأحد 27/7/2014، يحتفل سيادة المطران ميشال قصارجي رئيس الطائفة الكلدانية في لبنان بالقداس الإلهي على نية السلام في العراق ولا سيّما في الموصل التي يتهجَّر أهلُها بكثافةٍ كبرى الى أصقاع الأرض هرباً من الظلم والاستبداد والموت الزؤام، وذلك في كاتدرائية الملاك رافائيل الكلدانية في بعبدا – برازيليا عند العاشرة والنصف صباحاً بمشاركةٍ رسميةٍ وشعبيةٍ. إننا إذ نأمل حضوركم ومشاركتكم، نسألُكم أن تتحدوا معنا في الصلاة على هذه النيّة راجين أن يمنَّ علينا إله السلام والمصالحة بنعمه الوافرة ويبلُغ بنا سريعاً الى فجر القيامة التي طالت مسيرةُ جُلجلتها... 

 أمانة سر مطرانية بيروت الكلدانية

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