giovedì, gennaio 18, 2018

 

HB Patriarch Sako Sent a Thank you Letter to Cardinal Mar George Alencherry the Major Archbishop of Syro-Malabar Church in India


HB Patriarch Sako Sent a Thank you Letter to Cardinal Mar George Alencherry the Major Archbishop of Syro-Malabar Church in India

Beatitude, Eminence  
Words are not enough to express thanks and gratefulness on behalf of myself and my brother bishops who accompanied me during this visit:
Mar Yousif Toma Mirkis, Mar Habib Al-Nawfaly and Mar Basilios Yaldo. It was really a great honor to participate in the Silver Jubilee celebration of the promotion of Malabar Church to a Major Archbishop, and  an opportunity to meet with your Beatitude and members of the Holy Synod to exchange ideas, enrich and broaden our minds in a way that takes us back to our historical bonds, tradition, and common “Oriental” roots.
Despite the shortness of this trip (10 to 16 January 2018), we think it has opened the door widely for cooperation between St. Thomas Christians and the Chaldean Church; encouraged us to renew the spiritual and liturgical heritage that we share; as well as focusing on the formation of our clergy.
Beatitude, Eminence
We are really proud of the Apostolic Malabar Church, in terms of the progress, prosperity and its presence in many countries around the world following the steps of St. Thomas, the Apostle and his brave confession of faith “My Lord and my God:  “Mar Wa Allah”. This significant profession, following the resurrection of Jesus, empowers us with a distinctive authentic, deep and spontaneous perception, to work enthusiastically in spreading the Good News, same as St. Thomas did, by travelling long distances in order to share the love of Jesus Christ with others.
Beatitude, Eminence
We look forward to seeing you in Iraq, in order to hit the ground running and open the horizons up for a better future for both pastoral missions. I believe it is God’s will to initiate this relationship, particularly at this time, that the Lord has blessed your Church with great numbers of priests, monks and nuns, to assist our persecuted Chaldean Church, which is suffering from the shortage in clergy and nuns, due to successive wars and emigration. Thank God for His blessings, it seems like an echo of the past when our Church supported your Church by sending bishops, priests and monks until the sixteenth century.
Thank you again with best regards,
+ Louis Raphael Sako
Patriarch of Chaldeans

Baghdadhope
16 gennaio 2018

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mercoledì, gennaio 17, 2018

 

Te Deum laudamus per chi ha perso tutto per la fede

By Tempi
Amel Nona

Anticipiamo il Te Deum scritto per il primo numero del mensile Tempi da Amel Nona, arcivescovo dell’eparchia caldea di San Tommaso Apostolo a Sydney. È stato arcivescovo di Mosul, in Iraq, fino all’estate del 2014, quando le milizie terroriste dello Stato islamico hanno invaso la città e cacciato tutti i cristiani.


Te Deum laudamus per la liberazione delle città e dei villaggi cristiani in Iraq dal controllo dei jihadisti. È stata davvero una buona notizia quella che mi ha informato che la terra dove i cristiani hanno vissuto per duemila anni è stata liberata. Ora i cristiani che sono rimasti in Iraq avranno la possibilità di tornare alle loro chiese e alle loro proprietà. Siamo stati felici quando abbiamo visto l’Isis sconfitto in Iraq e Siria, perché nessuno vuole vivere nel terrore. Questa è la natura umana. Riflettendo sulla liberazione, sulla gioia dei cristiani in particolare, ma anche sull’influenza che questi fatti hanno avuto su tanta gente lontana da quelle terre, mi chiedo – vivendo ormai in una società occidentale – se la fede cristiana abbia bisogno sempre di sfide così grandi per restare attiva e viva in mezzo alla gente.
Il dolore della Mesopotamia
La difficile situazione dei cristiani in Iraq e Siria, soprattutto la loro persecuzione in quanto seguaci di Gesù, ha spinto tanta gente a tornare a pensare alla fede e all’importanza di vivere da cristiani nelle nostre società moderne. Ciò che i cristiani hanno sofferto in Mesopotamia ha scosso tante persone che avevano ormai quasi abbandonato la fede o che erano arrivate a un livello per cui la vita può andare avanti anche senza Gesù Cristo.
Molte società “cristiane” sono arrivate a rinchiudere la fede nei limiti della Messa domenicale. Sono formate ormai da cristiani passivi, inattivi, nel senso che pensano solo a che cosa possono prendere dalla fede senza sentire la necessità della missione, di portare al mondo questo credo. La sofferenza e la persecuzione dei fedeli in Medio Oriente, insieme alla paura, sono stati fattori fondamentali nel far riconsiderare la fede a queste società. L’Isis ha scosso tanti uomini e donne, che hanno cominciato a domandarsi perché altri cristiani, che non godono neanche della prosperità del mondo moderno, hanno scelto di lasciare tutto ciò che possedevano pur di non abbandonare la fede.
La disponibilità a perdere tutto per la fede non è scontata e non è una scelta facile nella cultura di oggi. Eppure i cristiani iracheni l’hanno fatta, scuotendo dalle fondamenta il mondo cristiano moderno. Molti fedeli nelle società occidentali ora cominciano a sentire la necessità di cambiare approccio verso la fede. La sofferenza di una comunità cristiana, dunque, ha creato una situazione positiva in altre comunità. Questa situazione dolorosa ha stimolato tanti fedeli a ripensare alla fede e al modo più adeguato per viverla.
L’Isis è stato appena sconfitto e io mi chiedo: che cosa succederà tra un po’ di tempo? Siamo destinati a tornare alla “normalità” di una fede chiusa nelle istituzioni e limitata alla presenza rituale? Riflettendo su questo punto mi viene in mente un’altra domanda: le sfide forti sono necessarie per la fede? La nostra fede ha bisogno di situazioni difficili per essere stimolata? Che cosa succederà alla fede quando tutti gli aspetti principali della vita, in generale, andranno bene per l’uomo? Sicuramente ci troviamo davanti a un dilemma perché se da un lato le difficoltà allontanano da Dio molte persone, tanti altri ritornano alla fede quando nelle loro vite si presenta un bisogno o una paura. E io in questo Te Deum non sono in grado di sviscerare tutte le possibilità, ma voglio ringraziare Dio perché mi ha messo nelle condizioni di porre queste riflessioni.
Combattere un’ideologia
Possiamo dire, in generale, che fino a quando esisterà l’uomo ci saranno sempre difficoltà nella sua vita ed essa sarà sempre alla ricerca della “completezza”. Non possiamo mai dire di essere in una situazione in cui è tutto perfetto. Se guardiamo anche solo all’Iraq, non possiamo dire che l’Isis sia stato sconfitto al 100 per cento perché non siamo davanti soltanto a un gruppo militante, ma a un’ideologia che bisogna combattere in molti modi: garantendo pace e diritti umani a tutti, aiutando il paese a svilupparsi perché tutti i cittadini possano vivere in modo dignitoso e perché ci sia libertà di annunciare la novità del Vangelo a voce alta in ogni situazione.
Dobbiamo però anche cambiare la nostra idea di perfezione. Noi pensiamo sempre di non essere perfetti, ma in cammino verso una perfezione che si trova sempre lontana da noi e alla quale le nostre azioni buone ci avvicinano. La realtà cristiana però non è questa: dal momento in cui facciamo la prima comunione e siamo uniti al corpo del Signore, noi diventiamo perfetti. Gesù Cristo, l’uomo perfetto che racchiude in sé ogni perfezione, prende dimora in noi e noi, nel cammino della nostra vita tramite le nostre azioni, irradiamo il mondo di questa perfezione. Ogni atto buono è una dimostrazione della perfezione di Cristo che sta in noi.
Un compito grandissimo
Quindi noi non siamo in cammino verso una perfezione lontana, ma siamo sempre in cammino per mostrare la perfezione che abbiamo già dentro di noi e che ogni volta si rinnova nella santa Messa.
Se noi cristiani moderni prendiamo sul serio questa riflessione sulla fede che è stata fatta già dai padri della Chiesa, smetteremo di sentirci sempre deboli e di cercare di costruire in modo egoistico la nostra perfezione. Al contrario, capiremo di essere depositari di un compito grandissimo: mostrare a tutto il mondo e in ogni aspetto della vita che cos’è la perfezione umana, che già esiste nei nostri corpi e nelle nostre anime. Mi domando quindi in conclusione: se guadagneremo questa concezione cristiana della perfezione, avremo ancora bisogno delle grandi difficoltà per vivere la fede? Te Deum laudamus perché ci dai la possibilità di agire e pensare come ci hai insegnato.

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Iraq, il ritorno a casa di Helda: non abbiamo mai smesso di credere nell'aiuto di Dio

By Il Sussidiario
Paolo Vites

"Ci sentivamo umiliati a ricevere gli aiuti, il cibo, i vestiti, perché non avevamo mai pensato che sarebbe arrivato il giorno in cui saremmo stati ridotti come dei barboni, oppressi senza forze e potere".
Così racconta con grande lucidità Helda Khalid Jacob Hindi una bambina di soli 10 anni che solo adesso è potuta tornare a casa, nel villaggio di Qaraqosh nella piana di Ninive in Iraq, da dove lei e la sua famiglia erano stati costretti a scappare nell'agosto 2014 all'arrivo dell'Isis. Ero terrorizzata all'idea di non rivedere mai più i miei amici, la mia città, la mia scuola, racconta. Adesso però ha ritrovato la sua scuola e i suoi vecchi amici: "Durante l'esilio avevamo solo Dio e non abbiamo mai cessato di credere nella sua pietà per tutti coloro che soffrono in Iraq e nel mondo. I miei familiari non hanno mai smesso di credere che Dio fosse sempre vicino a noi. Per quanto possa vedere del mio passato, Dio mi è sempre stato vicino".
Del suo futuro dice che non sa bene cosa fare: vorrebbe rimanere in Iraq perché è la sua casa, ma ha ancora paura che i cristiani possano venire perseguitati: "Ho un messaggio per le nazioni occidentali: aiutate per quanto possibile i cristiani perché in Iraq sono vicini all'estinzione. Abbiate compassione per noi e sarete ricompensati in cielo". Purtroppo Helda non conosce la realtà della politica internazionale, dove della sofferenza delle minoranze non interessa a nessuno, scambiate come pedine nel gioco degli interessi di ogni singolo paese e nlla loro corsa al potere. Il suo sogno? "Diventare una dentista per servire la mia comunità, il mio paese, dovunque dovessi andare a vivere" (testimonianza raccolta da Ragheb Elias Karash dell'Aiuto alla Chiesa che soffre degli Stati Uniti).

Zenit
December 12, 2017
A 10-Year-Old Dares to Dream Again

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martedì, gennaio 16, 2018

 

Si rafforzano i legami tra la chiesa caldea e la chiesa siro malabarese

By Baghdadhope*

E' terminata ieri la visita del Patriarca caldeo Mar Louis Raphael I Sako in India.
Il Patriarca è arrivato nel continente indiano il giorno 11 gennaio accompagnato dal Vicario Patriarcale Mons. Basel Yaldo, dall'Arcivescovo di Kirkuk, Mons. Thomas Y. Mirkis e dal Vescovo di Bassora Mons. Habib Al Naufali che, già sofferente per l'infiammazione di alcune vertebre cervicali, ha dovuto essere ricoverato al suo arrivo in una struttura ospedaliera.
L'invito a visitare alcune delle diocesi della chiesa cattolica siro-malabarese in occasione del 25° anniversario della sua elevazione a sede Arcivescovile Maggiore (avvenuta nel dicembre 1992 per volere di Papa Giovanni Paolo II) è stato rivolto al Patriarca Sako da parte del cardinale George Alencherry, presidente del Sinodo della chiesa siro-malabarese.
Nel discorso di apertura della cerimonia per il festeggiamento dell'anniversario che è stata presieduta dal Nunzio apostolico in India, Mons. Giambattista Diquattro, Mar Sako ha sottolineato i legami storici e spirituali delle due chiese che affondano nella comune predicazione di San Tommaso Apostolo esplicitandosi nel rito comune, (siriaco orientale) e la necessità della cooperazione nella modernizzazione dei riti e nella ricerca dei valori che le legano. Ha inoltre chiesto l'aiuto della chiesa siro malabarese, che non soffre di mancanza di vocazioni, nell'inviare sacerdoti e suore in sostegno dei fedeli caldei in Iraq invitando una delegazione ecclesiastica a visitare il paese così da approfondirne la conoscenza. Da parte sua il Cardinale Alencherry ha promesso aiuti finanziari per la ricostruzione dei villaggi caldei.
Intervista con George Alencherry, arcivescovo maggiore della Chiesa siro-malabarese
30 giorni 


India: al via il 25° Sinodo della Chiesa siro-malabarese
Radiovaticana
 

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A Malta mostra di oggetti sacri vandalizzati dall’ISIS nelle Chiese Cattoliche

By Paese Italia Press
Fra Mario Attard OFM Cap

La fondazione Internazionale Aiuto alla Chiesa che Soffre (Aid to Church in Need ACN) ha recentemente trasferito a Malta oggetti sacri provenienti dalle Chiese Cattolice in Iraq gravemente danneggiati dai terroristi dell’Isis. L’organizzazione del terrore che ha perseguitato migliaia di Cristiani.
La fondazione ha dichiarato che gli oggetti saranno esposti per sensibilizzare la tragica sorte dei Cristiani che subiscono persecuzioni in varie parti del mondo a causa della loro fede.
Tra i tanti oggetti sacri in mostra attualmente a Malta si trovano crocifissi, calici e ostensori tutti distrutti o gravemente danneggiati. Lo stato degli oggetti religiosi vandalizzati  evidenzia  la crudeltà e la massima ferocia della persecuzione contro i Cristiani in Iraq e in  Siria. In questi paesi molte chiese sono bersaglio dell’odio degli estremisti dell’ISIS contro la fede Cristiana.
Il vescovo di Mosul in Iraq ha dichiarato che le sue chiese sono state vandalizzate gravemente dall’ISIS. Ed è questo vescovo che ha dato il via perchè gli oggetti fossero esposti a Malta. Lo scopo di questa missione è sensibilizzare il popolo locale all’esperienza di sofferenza che i nostri fratelli e sorelle Cristiani subiscono in Mosul praticamente ogni giorno.
Il rappresentante dell’Aiuto alla Chiesa che Soffre a Malta, Stephen Axisa,ha sottolineato che migliaia di Cristiani vivono in terrore in estrema povertà, proprio a causa dei terroristi. Axisa ha detto che la fondazione riconosciuta dal Vaticano e composta da altri Cristiani, sta aiutando quest’ultimi che sono perseguitati. Axisa si è espresso così: “In Iraq e in Siria, c’è urgente  necessità di assistere coloro che hanno bisogno di accoglienza e le scuole,  procurando il cibo quotidiano. Noi provvediamo a fornire circa mille sacchetti per giorno di alimenti”.
Ad ospitare la mostra, è la Chiesa di Gesù Boun Pastore a Balzan.
Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) è una fondazione Pontificia diretta all’assistenza della Chiesa ovunque essa sia perseguita, oppressa o necessiti di risorse. ACS centra l’attenzione al  supporto verso le chiese locali, particolarmente in quei Paesi laddove la Chiesa non sia in grado di provvedere al proprio sostentamento o, se capace di farlo, non senza grandi difficoltà.
Nella messa mattutina nella cappella di Casa Santa Marta di lunedì, 30 gennaio del 2017 Papa Francesco ha celebrato la funzione religiosa  proprio per “i martiri di oggi”, cioè per i cristiani perseguitati e in carcere, per le Chiese che non hanno libertà, con un pensiero particolare a quelle più piccole. In quella messa il Papa ha sottolineato che sono proprio i martiri a sostenere e portare avanti la Chiesa. E anche se “i media non lo dicono, perché non fa notizia”, attualmente “tanti cristiani nel mondo sono beati perché perseguitati, insultati, carcerati soltanto per aver portato una croce o per confessare Gesù Cristo”.
E noi, che ci sentiamo sfortunati e ci lamentiamo “se ci manca qualcosa”, perchè non iniziamo ad imparare a pensare “a questi fratelli e sorelle che oggi, in numero più grande dei primi secoli, soffrono il martirio”?


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lunedì, gennaio 15, 2018

 

Baghdad, doppio attentato provoca 26 morti e 90 feriti. Mons. Warduni: Atti destabilizzanti


È di almeno 26 morti il bilancio, ancora provvisorio, del doppio attentato suicida che ha colpito questa mattina il centro di Baghdad. La maggior parte delle vittime sono lavoratori giornalieri, in attesa di chiamate per un incarico. Si tratta del secondo attentato sanguinoso in soli tre giorni che colpisce la capitale dell’Iraq. 
Abdel Ghani al-Saadi, medico e direttore generale del Dipartimento sanitario per il settore orientale di Baghdad, riferisce di “26 morti e 90 feriti”, alcuni dei quali in gravi condizioni. 
Il generale Saad Maan, portavoce del comando congiunto che coordina le operazioni di polizia ed esercito, parla di “16 morti accertati”. “Due kamikaze - aggiunge l’alto ufficiale - si sono fatti esplodere sulla piazza di al-Tayaran, nel centro di Baghdad”. 
Interpellato da AsiaNews mons. Shlemon Audish Warduni, vescovo ausiliare di Baghdad e braccio destro del patriarca caldeo, conferma che “la situazione non è del tutto calma”, anche se nell’ultimo periodo “il clima era migliorato”. A creare instabilità e tensione, aggiunge, vi sono “il bilancio della nazione da approvare e sul quale manca l’accordo e poi le prossime elezioni” parlamentari in programma a maggio. “C’è gente - conclude - che vuole mescolare le questioni e fomentare la tensione, compiendo atti contrari alla nazione. Sono attacchi che fanno male, mentre noi preghiamo per la pace e perché il mondo la smetta di vendere le armi”. 
Il luogo teatro dell’attentato è un importante crocevia di affari e commerci nel centro della capitale irakena. Esso è divenuto anche un punto di incontro e reclutamento per i lavoratori giornalieri del settore edile, che si piazzano nell’area fin dalle prime ore del mattino nella speranza di poter trovare un impiego. La zona è stata teatro di diversi attacchi in passato, spesso mortali. 
Testimoni oculari raccontano di numerose ambulanze accorse sulla scena dell’attentato, nel tentativo di prestare soccorso alle decine di ferite. Intanto le forze di sicurezza hanno circondando l’area dell’attacco kamikaze, che non è stato ancora rivendicato in via ufficiale. 
Baghdad ha registrato attacchi pressoché quotidiano dall’estate del 2014, in concomitanza con l’ascesa delle milizie dello Stato islamico (SI, ex Isis), che hanno conquistato quasi la metà del territorio. L’offensiva lanciata dall’alleanza arabo-curda, sostenuta da una coalizione internazionale a guida statunitense, ha permesso di sconfiggere sul piano militare i jihadisti e limitato il numero di attentati; tuttavia, restano sul terreno alcune sacche di resistenza o cellule isolate pronte a colpire come avvenuto questa mattina. 
In una nota il ministero irakeno degli Interni sottolinea che il bilancio è “destinato a salire” per il probabile ritrovamento di ulteriori cadaveri nel contesto delle operazioni di soccorso e pulizia dell’area dell’attacco. Nel fine settimana un attentatore suicida si è fatto esplodere nei pressi di un checkpoint nella zona nord della capitale, provocando cinque vittime.

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venerdì, gennaio 12, 2018

 

Il leader curdo Barzani dal Papa dopo il referendum sull'indipendenza

By Il Messaggero
Franca Giansoldati

Photo by Rudaw.net
Missione in Vaticano del premier curdo, Nechirvan Barzani che stamattina ha incontrato Papa Francesco per un colloquio privato che arriva a quattro mesi dal referendum sull'indipendenza della regione del curdistan iracheno. L'ultima volta che Barzani era transitato Oltretevere per sondare il terreno per un supporto indipendentista era nel 2015.
Il corrispondente di Rudaw, il network curdo, ha riferito che il Papa è sembrato piuttosto preoccupato per la situazione in Iraq, soprattutto in merito al quadro che riguarda i rifugiati costretti a fuggire durante il conflitto con l'Isis. Secondo dati non ufficiali i cristiani iracheni di diverse confessioni coinvolti in questi anni nelle migrazioni forzate per sfuggire al Califfato sarebbero almeno 400 mila. Di questi 100 mila sono stati accolti nella regione curda in attesa di tornare a Baghdad o a Erbil. Il Vaticano ha sempre sostenuto il ritorno dei cristiani nei loro luoghi di origine.

Il nodo politico principale del futuro della regione curda è naturalmente legato al referendum che si è svolto il 25 settembre scorso. Praticamente un plebiscito che dava mandato al governo curdo di avviare negoziati con il governo iracheno per la creazione di uno stato. L'area autonoma dell’Iraq curdo attualmente è già ampiamente indipendente dal 1991.

L'ipotesi della secessione non è ben vista a livello internazionale perchè destabilizzerebbe ulteriormente l'area. La Turchia e l’Iraq hanno condotto esercitazioni militari vicino ai confini del Kurdistan iracheno, dichiarando recentemente che faranno tutto il possibile per boicottare l'aspirazione indipendentista.

Nel mondo si contano circa trenta milioni di curdi sparsi tra Turchia, Siria, Iraq e Iran. Il voto referendario non includeva quelli che vivono in Turchia (che sono la netta maggioranza) o che vivono in Iraq e Siria. 

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ACS ai governi dell'Unione Europea: «Per l'Iraq fate presto!»

Foto Aiuto alla Chiesa che Soffre
By Aiuto alla Chiesa che Soffre

Aiuto alla Chiesa che Soffre manifesta vivo apprezzamento per lo stanziamento di almeno 75 milioni di dollari da parte degli Stati Uniti d’America per agevolare il rientro degli sfollati interni, prevalentemente cristiani e yazidi, nella Piana di Ninive e nella città di Sinjar, secondo quanto affermato dall’ambasciatore USA in Iraq Douglas Seelman in vista della Conferenza internazionale per la ricostruzione dell'Iraq in programma a Kuwait City a partire dal prossimo 12 febbraio.
La fondazione pontificia ha auspicato un analogo impegno dei governi nazionali incontrando decine di ambasciatori accreditati presso la Santa Sede nel corso di una conferenza internazionale sulla Piana di Ninive svoltasi a Roma a fine settembre 2017, e alla quale ha partecipato anche il Segretario di Stato vaticano Card. Pietro Parolin. Si tratta di un impegno che ACS ritiene sia dovuto ad una popolazione vittima di un genocidio che l’ONU non ha ancora avuto il coraggio di riconoscere formalmente.
Aiuto alla Chiesa che Soffre dal 2011 ha finanziato progetti per l’Iraq per un totale di circa 35,7 milioni di euro, e in questi mesi sta procedendo nella raccolta fondi per il Progetto di ricostruzione di 13.000 case danneggiate o distrutte dall’ISIS nei villaggi cristiani della Piana di Ninive. Il costo stimato di questo “piano Marshall” per l’Iraq è di oltre 250 milioni di dollari. Il sostegno alla minoranza cristiana irachena rappresenta un seme di speranza per popolazioni flagellate dal terrorismo di matrice islamica, ma non solo. La ricostruzione del tessuto sociale della Piana di Ninive costituirà anche un pacifico argine contro la diffusione dell’ideologia politico-religiosa dell’estremismo, niente affatto debellata nonostante la sconfitta militare dell’ISIS.
ACS è quindi convinta dell’importanza strategica della ricostruzione di quest’area dell’Iraq per garantire la stabilizzazione del Medio Oriente nel suo complesso. Ora, dopo la decisione statunitense, auspica un maggiore coinvolgimento anche delle nazioni dell’Unione Europea, e lo fa con un solo, pressante, appello: per l’Iraq fate presto!

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giovedì, gennaio 11, 2018

 

Dominican sisters help educate Iraqi children returning home

By Catholic News Agency

When Iraqi residents fled their homes during the Islamic State invasion, they left behind their houses, neighbors, and day-to-day lives.
For the children who fled, leaving their home behind also meant an interruption in their education – in some cases for months or years.
While some refugee camps offer classes for children, challenges abound and students often fall behind.
Now, a group of Dominican sisters in one Iraqi town is working to help educate displaced children as their families return to their homes and work to rebuild their lives. 
With the support of Catholic charity Aid to the Church in Need in Spain, the Dominican Sisters of Saint Catherine of Sienna were able to restore their convent, which had been destroyed by the Islamic State in Iraq. Today, they offer classes to hundreds of children who had been displaced by the war.
“We try to help the children, giving them peace: in our convent we offer them a safe place,” Sister Ilham told ACN in late December. Despite the expulsion of ISIS, security in the area remains unstable.  
In May 2017, ACN funded the restoration of Our Lady of the Rosary Convent with a grant of $54,000. Located in Teleskuf, north of the plain of Nineveh, the convent is just over 20 miles outside of Mosul.
The sisters worked 12-hour days to prepare the convent to welcome the children, Sister Ilham said.
They provide daycare for children between three and five years old. In the mornings, they teach about 150 children between the ages of six and 12. In the evenings, they teach students 12 years of age and older.
Sister Ilham, 57, was working for a church in Mosul when the rapid advance of the Islamic State forced her and her community to flee. However, after the fall of the terrorist group, she returned to the area and today is helping those displaced from Teleskuf.
“None of us wanted to leave where we come from, but as the attacks continued, we had to flee to save our lives,” she said. 
“In 2016 some 6,000 people had to leave Telskuf. When I returned to this area, all the houses were abandoned and many of them destroyed,” she continued. “In Teleskuf all that is left of many of buildings are the ruins. The school and the children's home are destroyed, the doors of the convent were forced open and the sisters' home was sacked.”
In addition to teaching at the convent, the sisters visit the members of the Christian community in their homes, teach catechism to the children, and prepare them for their First Communion.
Once the local school is rebuilt, the children will no longer need to attend the convent classes. In the meantime, the sisters hope they can help the children from falling too far behind in their studies.
“Before the Islamic State invasion, there were five sisters in the convent, while now there are only two of us. Fortunately, we are will soon receive reinforcements,” Sister Ilham said.
In addition to helping fund the convent reconstruction, Aid to the Church in Need is currently helping rebuild 13,000 houses and more than 300 church properties destroyed by the Islamic State in Iraq.

This article was originally published by our sister agency, ACI Prensa. It has been translated and adapted by CNA.

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Gli USA stanziano fondi ad hoc per la ricostruzione di città e villaggi della provincia di Ninive

By Fides

Gli Stati Uniti hanno deciso di stanziare almeno 75 milioni di dollari per sostenere la ricostruzione di villaggi e infrastrutture delle regioni liberate dal controllo dello Stato islamico, e favorire il ritorno dei profughi – in gran parte cristiani e yazidi – fuggiti dalla Piana di Ninive e dalla città di Sinjar.
Lo ha confermato, in una conversazione con ankawa.com, il diplomatico statunitense Douglas Seelman, ambasciatore USA in Iraq. Il rappresentante USA ha ribadito l'intenzione del suo Paese di giocare un ruolo di primo piano nella Conferenza internazionale per la ricostruzione dell'Iraq, in programma a Kuwait City a partire dal prossimo 12 febbraio, sottolineando che in tale cornice il sostegno ai rifugiati fuggiti da Sinjar e dalla Piana di Ninive rappresenta una priorità per l'attuale governo di Washington.
Mahdi al Allaq, segretario generale del Consiglio dei ministri iracheno, ha preannunciato che la ricostruzione delle aree dell'Iraq riconquistate dopo gli anni del dominio jihadista richiedà finanziamenti per almeno 100 miliardi di dollari. Alla Conferenza internazionale in programma a Kuwait City, che dovrebbe durare almeno tre giorni, sono attesi i rappresentanti della Banca Mondiale e di settanta Paesi.

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Iraq: 13 battesimi nella Piana di Ninive. Padre Kajo (Tellesqof), “Isis voleva distruggere la nostra fede, questa è la nostra risposta”

 
“La nostra risposta alla violenza subita. È stato un grande segno di speranza e di gioia. Ci siamo rimessi in cammino”: così padre Salar Kajo, parroco caldeo del villaggio cristiano di Tellesqof, nella Piana di Ninive (Iraq), racconta al Sir la cerimonia dei battesimi che si è svolta lo scorso 6 gennaio nella chiesa caldea di san Giorgio.
“Abbiamo battezzato tredici bambini, 8 maschi e 5 femmine, e si è trattato del primo rito del genere da quando il villaggio venne occupato dalle milizie dell’Isis”, dice il parroco. “La città sta tornando a sperare ed è piena di vita. Queste nascite lo stanno a dimostrare. La ricostruzione continua grazie all’impegno dei fedeli, delle Chiese e di tanti benefattori. Nella mia omelia ai battesimi, ho voluto sottolineare proprio come queste creature siano un vero segno di rinnovamento per tutti. La vita per noi è anche fede, croce, sofferenza, ma adesso anche molta speranza. È stato bello vedere la festa delle famiglie dopo il rito. I loro volti erano pieni di gioia. Pregate per noi mentre continuiamo a ricostruire ciò che la violenza cieca dello Stato islamico ha distrutto. Volevano distruggere la nostra fede, questa è la nostra risposta”.

Baghdadhope
9 gennaio 2018
Primi battesimi post-ISIS a Tellesqof

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mercoledì, gennaio 10, 2018

 

Sorrow stalks Iraqi Christians in Lebanon


In the hardscrabble Beirut suburb of Sad al Baoushriye, the narrow apartment rented by the Yousifs, a family of refugees from northern Iraq, is shrouded in sorrow.
The Yousifs were forced to flee the Nineveh region near Mosul in Iraq in 2015 amid a wave of reprisals against Christians and minorities, and persecution by extremists. The family of seven, who span three generations, first moved to Erbil. Then, still feeling vulnerable, they travelled on to Lebanon, with little more than memories.
Though the security worries have diminished, life in exile has itself been fraught. Soon after escaping from Iraq, Mirna, the mother, suffered another loss – her husband, Munzer, died in Beirut of natural causes. The four children, aged between 12 and 22, who are still with her in Lebanon, were left without a father.
"First my son had to leave Iraq as he was being forced to go and fight, then we followed. It was too dangerous to stay," Mirna told UNHCR, the UN Refugee Agency, during a visit to the apartment alongside an Iraqi volunteer from the Catholic NGO Caritas, a UNHCR partner.
As she spoke, Mirna rustled around for a photo printout of the former family home, now just pockmarked walls encasing bricks, dust and twisted metal fragments. "We've lost our home. It was completely destroyed. What have we got to go back to?"
As well as keeping the immediate family together, Mirna has to care for her bereaved parents-in-law. Her mother-in-law, Faheemah, 82, is nearly blind and almost entirely bedridden, having suffered a stroke and other complications; her swollen legs only carry her from bed to bathroom, when assisted. The cost of medication has stretched family finances to breaking point.
Her father-in-law, Gorgis, 83, sometimes leaves the apartment but generally ventures no further than the local church or a plastic chair in the ground-floor car park, from where he surveys the street through glassy eyes.
"We've lost our home. It was completely destroyed. What have we got to go back to?"

During the visit, Gorgis broke into a mournful Chaldean chant that appeared to an outsider to be a lament for home, and perhaps the family's current plight.
Dreams of the future are mostly on hold. The family's daily preoccupation, like that of so many other refugees, is financial. The apartment that they rent in Beirut's poor quarter costs US$700 a month. Food, utilities, medicine and other costs add hundreds more to monthly outgoings. UNHCR cash assistance helps cover some of this, but it is far from sufficient.
That means the two older children, Michael and Media, 22 and 18 respectively, have to work menial jobs in Beirut to keep the family afloat. Hence their prospects are dimming – something that is a preoccupation for refugee parents the world over.
As fighting continues in parts of northern Iraq after extremists were pushed from Mosul last year, many of those forced to flee – like the Yousifs – have abandoned hope of returning home, fearing sectarian tension may endure, and are looking at a protracted exile, or moving on to other countries under UNHCR resettlement programmes, though places are few and reserved for the most vulnerable.
Earlier in the day, at a weekly therapy and discussion session for Iraqi refugees run by Caritas, dozens of Iraqi Christian refugees spoke over black tea about the pain of limbo. It is a life of frustration at best, often leaving psychological scars.
"I feel I'm living on borrowed time," said Laith, a man in his 60s. "I want to provide for my kids, but I can't. My son used to be top of his class in Iraq. Now he's a labourer."
Among the daily challenges cited by Laith and other Iraqi Christians at the session were depression, health issues, lost opportunities for their children and financial hardship. Most expressed a desire to move on to a new life elsewhere, if possible.
"I feel I'm living on borrowed time. I want to provide for my kids, but I can't."

A study published by the World Council of Churches and Norwegian Church Aid indicates that sectarian feelings in Iraq had "become deeply ingrained" and warned that the defeat of extremists alone "will not solve these underlying dangers or ensure that minorities return to their place of origin." It stressed the need to keep providing flexible and sufficient humanitarian funding in Iraq.
The diaspora is spread wide: Last year there were nearly 260,000 Iraqi refugees registered in Turkey, Lebanon, Iraq, Jordan, Egypt and the Gulf Cooperation Council countries.
A number of refugees at the Caritas session said they felt more at ease in Lebanon, partly because of its large Christian community.
"Although the conditions here are extremely difficult, the most important thing is that we feel safe," said Josephine, an Iraqi mother whose son was an engineer in Iraq. "He now gets small jobs in Lebanon, and earns no more than US$400 a month."
Minorities in Iraq have been especially affected by recent violence, not least Nineveh's Christians. In all country offices, UNHCR has measures to ensure that all asylum-seekers, regardless of their religion or background, have access to its services.
Indeed, the Agency assists all refugee communities – including religious minorities – to register, including via mobile registration units, trained outreach teams and help desks in areas where these groups are concentrated.
Back in Beirut, one thing that provides a constant for the Yousifs is the local church, where most of the family joins other Iraqi Christians to pray for better times.
Gorgis, the father-in-law, worries about the family's future while they are in limbo. "Every day I ask God to help us," he said, his voice cracking as he fought back tears.

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martedì, gennaio 09, 2018

 

Primi battesimi post-ISIS a Tellesqof

By Baghdadhope*

Foto Ankawa.com
E' il sito Ankawa.com a riportare la lieta notizia del battesimo di 13 bambini svoltosi ieri nella chiesa caldea dedicata a San Giorgio di Tellesqof.
La cerimonia, la prima di questo tipo da quando il villaggio fu catturato dalle milizie dell'ISIS, è stata celebrata da Padre Salar Boudagh e da Padre Steven Esam
Ai bambini battezzati (8 maschi e 5 femmine) sono stati imposti in molti casi nomi "occidentali" come Lucinda, Melissa, Stella e Robin così come, fa notare sempre il sito Ankawa.com, nomi che ricordano alcuni personaggi dello sport, un vezzo diffuso nella comunità cristiana irachena, come Marcelinho, Ramos e Santos.    


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COOPI: educazione per i bambini del Niger e dell’Iraq

By Radiovaticana
Lucas Duran e Gabriella Ceraso 

“L’educazione è l’arma più potente per cambiare il mondo”: da questa frase di Nelson Mandela prende spunto la campagna “Aiuta un guerriero”, lanciata dall’8 al 28 gennaio da COOPI-Cooperazione Internazionale, e dedicata all’educazione di migliaia di bambini in Niger e Iraq. Il COOPI è un’organizzazione umanitaria impegnata in 28 Paesi per lo più africani, anche a tutela della sicurezza alimentare e della malnutrizione. Ma l’impegno maggiore è appunto per la formazione dei bambini e delle bambine.
Niger e Iraq: lontani ma dilaniati dalla medesima guerra
Niger- zona del lago Ciad- e Iraq – zona del Kurdistan iracheno: sono queste le due aree destinatarie della raccolta fondi tramite sms solidale del Coopi. ”Aiuta un guerriero”, nome della campagna, spiega il presidente Claudio Ceravolo, vuole essere una provocazione: “I bambini in queste aree a causa della guerra combattono e rischiano la vita per andare a scuola, atto che nei nostri Paesi è scontato e semplice”. Sono proprio loro dunque i “guerrieri”, gli “eroi” alla conquista del loro futuro tramite l’educazione scolastica.

I progetti : tendoni, container, libri e materiale scolastico

In Iraq, si stima che i profughi in movimento entro i confini, siano circa 3,1 milioni, oltre ai 239.000 rifugiati siriani e la presenza di ordigni inesplosi rende difficile spostarsi per andare a scuola. In Niger invece, nel 2016, ben 151 scuole lungo la frontiera con la Nigeria sono state chiuse. Si stima che nella regione di Diffa 32 bambini su 100 non vadano a scuola e solo il 35% degli alunni completi il percorso educativo. Con i fondi raccolti COOPI garantirà quindi accesso all’istruzione a 3.000 bambini che nel Paese africano vivono in accampamenti temporanei e a 1.200 minori in quattro villaggi vicino a Mosul in Iraq. Tendoni e container-aule dotate di tutti gli arredi necessari, libri e materiale didattico, saranno animati da personale scolastico e rappresenteranno luoghi di apprendimento e di protezione fisica e psicologica.

Terrorismo vuole cancellare la cultura

Il presidente COOPI Ceravolo, spiega anche come la minaccia dell’estremismo islamico gravi soprattutto sull’aspetto culturale. La distruzione o la chiusura delle scuole, la fuga e la dispersione delle famiglie per paura delle violenze favoriscono l’allontanamento dei minori dall’istruzione e il loro più facile coinvolgimento in gruppi armati e nella criminalità organizzata. Le bambine, in particolare, corrono il pericolo maggiore sin dalla primissima età di cadere anche vittime di violenza sessuale e matrimoni precoci forzati.
E’ possibile donare con un sms solidale del valore di due euro al 45541 fino al 28 gennaio.

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venerdì, dicembre 22, 2017

 

Buon Natale e Buon Anno Nuovo

Edo Bri'cho o Rish d'Shato Brich'to

عيد ميلاد سعيد وسنة ميلادية مباركة

Happy Christmas and Happy New Year

Feliz Navidad y Feliz Año Nuevo

Feliz Natal e Feliz Ano Novo


Joyeux Noël et Bonne Année

Fröhliche Weihnachten und Gutes Neues Jahr

God Jul och Gott Nytt År

By Baghdadhope*

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Genocide survivors celebrate Christmas

By The Whig
Geoffrey Johnston

When ISIS arose in 2014, the jihadist force swept across northern Iraq and carried out an ethnic cleansing campaign of Christian villages as part of a broader genocidal plan to wipe out all religious and ethnic minorities.
Approximately 100,000 displaced Christians found refuge in the Kurdish-controlled population centre of Erbil, said Philipp Ozores, international secretary general of Aid to the Church in Need. ACN, a papal humanitarian agency, closely monitors the situation on the ground, including the number of Christians who are still classified as internally displaced persons (IDPs) in Iraq.
After years of fighting, Iraqi, Kurdish and international forces have finally defeated ISIS in Iraq, driving them off the Nineveh Plain, the traditional homeland of ethnic Assyrians and other ancient Christian communities in the north.
This Christmas season, tens of thousands of displaced Christians are returning to their recently liberated villages for the first time in more than three years.
“The situation is hopeful in spite of tensions, which are still there in the region currently between the Kurdish Regional Government and the Iraqi central government,” said the leader of Aid to the Church in Need, which serves persecuted and vulnerable Christians around the globe. The nongovernmental organization (NGO) has a permanent presence in Iraq.
“In spite of this tension, Christians are now already returning from Erbil, the regional capital Kurdistan, where they have been living since ISIS expelled them,” Ozores said in a telephone interview from ACN’s Montreal offices.
Ewelina Ochab, a legal researcher and genocide expert, is cautiously optimistic this Christmas season. “I do believe that many Christians will celebrate Christmas in the Nineveh Plain with more and more hope for the future,” said Ochab, author of the 2016 book Never Again: Legal Responses to a Broken Promise in the Middle East.
Ochab has been to Iraq to collect evidence of genocide and interview survivors. For example, she met with displaced Christians in Erbil. She also visited a number of liberated towns and villages that had previously been under ISIS occupation, including Quaragosh, Karamless and Bartallah.
“There is definitely more hope than last year this time,” she said.

Home for Christmas
According to International Christian Response (ICR), Assyrians and other Christians have been returning to their villages since before the Kurds held a referendum on independence in September. “Regional politics have weighed heavily against Christians, and other minority populations,” said an official with International Christian Response (IRC) who is on the ground in Iraq. For reasons of personal security, the ICR official cannot be named.
“Most of the 18,500 refugees ICR deals with directly were helped back to their hometowns in or around Mosul,” said Karen Ellis, who is also with ICR, serving as the organization’s ambassador.
ICR is a humanitarian organization that provides spiritual and material support to Christians in places where traditional missionaries cannot go. According to Ellis, “ICR helped significant numbers of Christian families when they first fled the Nineveh Plain,” providing life-saving assistance to IDPs living in harsh outdoor mountain camps.
More recently, clashes between the Iraqi army and the Kurdish Peshmerga on the Nineveh Plain disrupted the organization’s plan to distribute aid to the returning Christians. Many of the IDPs reportedly had to flee again to Kurdistan when the fighting broke out.
“When Christians went back to the Christian villages after the [Kurdish independence] referendum, we promised to help them resettle in Nineveh Plain,” Ellis said. “Over the next two weeks, ICR will distribute food to as many of these areas as possible.”
According to Ozores, approximately 29,000 Christians have already returned to their villages in northern Iraq. “So this is great news,” he said, adding that 70,000 Christians IDPs remain at Erbil for now. Displaced Christians are also currently living in other northern population centres, such as Dohuk.
“The level of destruction is very varied in the villages on the Nineveh Plain,” Ozores said of what ACN found during inspections of liberated Christian areas. “We could see that almost 30,000 houses have been damaged in one or another way.”
The inspections revealed that 8,200 Christian homes had sustained only light damage. “So it means that these houses can be made livable again for a relatively low amount of funding,” said Ozores, who visited the Nineveh Plain earlier this year. And he hopes that all 100,000 Christian IDPs will eventually return to their homes.

Did ISIS booby trap Christian homes before they withdrew from the region?
“I only heard of booby traps in very few villages,” Ozores answered. For example, he did not see any in Khatarah when he visited the Christian town. However, some of the homes had been destroyed by U.S.-led coalition airstrikes and ISIS explosives.
However, it was a different story in the abandoned Assyrian city of Batnaya in northern Iraq. “I could see the booby traps myself,” Ozores recalled.
“The bigger problem was the mining of the fields around the villages in some areas, especially in the north between the battle lines of the Peshmerga Kurdish Army and the ISIS [fighters],” he said. The mines prevent returning farmers from working in their fields.
Fortunately, Ozores said, “there are now international teams clearing the fields of mines.”

A safe Christmas?
Will Christians be safe in Iraq this Christmas?
“I don’t think safety now is the biggest issue for them,” Ozores said of the victims of ethnic cleansing. “They have been living in a state of extreme crisis in the last three years.”
In some villages, there are hard feelings between Christians and Muslims. “In one or two smaller villages,” Ozores said, “there are some tensions, which is unsurprising after what has happened in the last years.”
According to Ozores, ISIS is “not in the picture” anymore in the villages on the Nineveh Plain. “No one is afraid of ISIS anymore.”
However, the ACN secretary general acknowledged that “the Christians will also be taking some kind of security measures” to protect churches and worshippers at Christmas services.
“This Christmas won’t be different from all other Christmas years,” said Monica Ratra of the Canadian branch of Open Doors, an NGO that serves persecuted Christians around the world. “There always exists the risk of terror attacks, especially in Baghdad. But that could also happen on any other time of the year.”
“Christians most definitely do not feel safe; there is too much uncertainty,” the unnamed ICR official in Iraq asserts. “Right now the region is quiet, men have returned as well as some families, but those who have returned are very uncertain.”
In the northern city of Mosul, the situation “is not really safe,” the ICR official contends. “Sunni Arabs have switched to civilian clothes to infiltrate places without being detected, and there is much mistrust from the Shia Iraqi army toward the Sunni.”
Ochab agrees that “safety continues to be an issue” in northern Iraq. “The region is still fragile and there is still no sustainable solution to address the security needs,” she said.
“Over the last months and post-referendum, yet another issue came to light: the conflict between the Iraq and Kurdistan over the disputed territories [including the Nineveh Plain],” Ochab explained. “The conflict was exacerbated by the recent referendum that supported the independence of the KRG.
“The conflict escalated to the point that a few weeks ago, Christians had to flee from Teleskof out of fear of being injured or worse,” Ochab said of clashes between Iraqi and Kurdish forces. “A number of civilians got injured. This is unacceptable. The people in Nineveh Plain have suffered enough.”

Will this be a joyous or uncertain Christmas for Iraqi Christians?
“There is more hope for Christians in Iraq now than ever before in the last three years,” Ochab answered. However, she added that post-war reconstruction and security issues must be addressed.
Moreover, Ochab stated that “interfaith dialogue and community reconciliation is not being discussed yet, but is a crucial step to ensure that Iraqi Christians feel like a part of the Iraqi community.”
In addition, the genocide researcher said that “legal steps are yet to be taken, both to ensure that the Daesh fighters are brought to justice, but also to ensure that the rights of Iraqi Christians — a minority group — are adequately protected under the law and fully enforced.”

Reconstruction and the future
Ozores said that it has been heartening to see the international Catholic community “rallying around the cause of the plight of the Christians in the Middle East.” And he said that the suffering of Iraqi Christians has “woken up many Christians around the world.”
However, International Christian Response offers a more sobering view of the situation in Iraq.
According to ICR’s Karen Ellis, many of the Christians feel forsaken by the international community.
“They feel the abandonment most tangibly in terms of financial support, but the need is so much greater than food and Christmas celebration … they need desperately to rebuild. People are persevering, but they can only hold on for so long,” Ellis said of Iraq’s long-suffering Christian communities. “While there may be spiritual growth in the region in spite of the hardship, we must pray that there will be relief from unrest in the region, as well as true justice and mercy.”
Although there is no census data for Iraq, it is estimated that there were approximately 1.5 million Christians in Iraq before the 2003 U.S.-led invasion of the country unleashed many waves of anti-Christian violence.
As bad as the situation was after the ouster of Iraqi dictator Saddam Hussein, the plight of Christians worsened greatly with the rise of ISIS in 2014.
According to ACN’s Ozores, there are only between 200,000 and 400,000 Christians left in Iraq. “Definitely, there is a very significant reduction” from 2003, he said.

Do Christians have a future in Iraq? Or will this be one of the last Christmases they celebrate in the Muslim-majority country?
“Christians will definitely have a future in Iraq,” Ozores replied without hesitation. “The most critical point has passed. And we have a much reduced but significant base of Christians there.
“These people want to stay, and they have shown determination. And they will receive a means to do so,” continued the ACN boss, noting that the needs of the Christian population are being met in the short run. “And then from there, no one can tell what will happen in five or 10 years.”
Ozores pointed out that many Iraqi Christians are professionals “who are important for the Iraqi economy.”
“No one knows at this point if the majority of Christians will stay in the region. It is difficult to say and hope is still infused with uncertainty,” the ICR official of Iraq’s ancient Christian population said.
“The reconstruction of the many parts of the Nineveh Plains is ongoing,” Ochab said. “For example, in Quaragosh, one of the biggest Christian towns in the Nineveh Plain, over 1,000 houses have been refurbished and released to their rightful owners. Another 600 are being refurbished at the moment.
“The reconstruction is generously funded by organizations like Aid to the Church in Need or the Knights of Columbus.”
According to Monica Ratra, Christians still have a future in Iraq. She stated that the Open Doors organization is also supporting Iraq’s remaining Christians. For example, the NGO is doing its part by restoring houses in the Nineveh Plain and through “income generating projects, micro loans etc.”

Joy and uncertainty
Will this be a joyous or uncertain Christmas for Iraqi Christians?
“For those who returned back home, it is indeed a joyous Christmas,” the Open Doors Canada spokesperson said.
“On the other hand, it is a time of uncertainly for Christians, too, especially those in the Nineveh Plain, as so much needs to be done,” Ratra said. “Schools are slowly starting with students coming back. As more teachers return, classes can begin full swing. Other businesses are slowly becoming operational. Life is just starting afresh.
“There are varying levels of trauma, discouragement and hope among every population during the holidays,” the ICR official in Iraq said.
“It will definitely be both,” Ozores said of Christians’ mixed emotions this Christmas. “Uncertain, because the future is not 100 per cent sure for the whole area,” he said of the tension between the Kurdish Regional Government and the Iraqi central government.
“On the other hand, it’s a big moment of joy, because after three years, surviving in camps, and with brutal terrorists hiding in their homes, now they are able to return again. They are already seeing aid coming in,” he said.
“Uncertainty, of course, is still there. We should not be naive; they are not. But they are very hopeful.”

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