giovedì, giugno 23, 2016

 

Assyria: take a peak inside a Christian village on the frontline of Iraq’s offensive to retake Mosul from Daesh

By Al Bawaba
Madeline Edwards
 
 
Photo by Adam Lucente
A Chaldean cemetery in Baqofah, Iraq. Many of Baqofah's residents were adherents of.
 
To see all the photos click on the title.
  
Once one of the many Christian villages that dot Iraq’s northern Nineveh province, today the tiny town of Baqofah is mostly deserted. Scant electricity flickers in abandoned homes and debris litters the streets. The town’s Assyrian residents, adherents of Chaldean Catholic church, are long gone.    
Most of Nineveh province’s Christians fled for their lives when Daesh (ISIS) fighters seized Mosul and surrounding villages in June 2014.  Peshmerga (military of Iraqi Kurdistan) forces retook Baqofah and some other Christian towns soon afterwards, but many former residents remain in displaced persons camps in Erbil and elsewhere, afraid to return home.
Families continue to leave their homes by the hundreds in the northern Nineveh province as fighting rages between Daesh and a coalition of pro-Iraqi forces in the struggle to retake Mosul from the extremists. Recent small victories in the city’s outskirts seem to bode well for the slow-moving offensive, but Mosul remains the grand - and elusive - prize in Iraq’s fight against Daesh.
Still, there is hope.  Last week, Iraqi Prime Minister Haider al-Abadi announced the “liberation” of Fallujah, just 50 kilometers west of the capital Baghdad, after two years of Daesh control.  He promised Mosul would be next.  
Meanwhile, signs of the Mosul offensive are visible in Christian villages like Baqofah, where the only residents are peshmerga and allied forces using the town as a military base.  
Al Bawaba offers you a look inside Baqofah-a glimpse of what Assyrians will return to once Nineveh and greater Mosul are free of Daesh. 

Leggi tutto!
 

Profughe irakene: Daesh, l'esilio e il desiderio di incontrare papa Francesco

 
Il ricordo di una infanzia “pacifica e senza grossi problemi”, trascorsa in famiglia con le difficoltà ordinarie di ogni giorno, stravolta dalla caduta di un regime che riusciva a mantenere “stabile” la vita del Paese, anche con l’uso della forza. Le violenze della guerra, il caos e, da ultimo, l’ascesa di Daesh [acronimo arabo per lo Stato islamico] hanno sconvolto la loro vita costringendole a fuggire dalla propria terra. E cercare un rifugio all’estero, in attesa di capire quale direzione prenderà il futuro. È la testimonianza affidata ad AsiaNews da due 20enni irakene, fuggite due anni fa - una da Kirkuk, la seconda da Mosul - in seguito all’avanzata delle milizie jihadiste, che oggi vivono ad Amman, in Giordania, assieme ad altri rifugiati, grazie ai progetti di accoglienza messi in campo dalla Chiesa e dalla Caritas locale. E che nutrono nel cuore il “desiderio profondo” di poter incontrare un giorno papa Francesco cui chiedere di “non smettere mai di pregare per noi, cristiani irakeni”. 
Hadeel Akko è una giovane irakena originaria di Kirkuk, che ha lasciato l’Iraq dopo aver vissuto anni di violenze e terrore che hanno registrato una progressiva escalation con l’avanzata dello Stato islamico nell’estate del 2014. Maryam Zaitona è nata e vissuta a Mosul, nella piana di Ninive, in quella che oggi è la roccaforte jihadista in Iraq.
Nei giorni scorsi Hadeel e Maryam, insieme ad altre 16 rifugiate irakene (nella foto) affidate alla cura di don Mario Cornioli, sacerdote fidei donum in missione dall’Italia, hanno realizzato una casula cucita con gli scarti del piccolo laboratorio sartoriale avviato nella capitale giordana. Un dono “made by Iraqi girls” per papa Francesco, perché la indossi in una delle sue prossime celebrazioni; il desiderio è vederla “dal vivo” a Cracovia, a fine luglio.
Prima ancora di ricostruirsi una vita, dopo aver abbandonato tutto, il sogno comune di queste ragazze è proprio di incontrare il papa, abbracciarlo, chiedergli di continuare a pregare per il loro Paese. Magari proprio a Cracovia per la Giornata mondiale della gioventù, anche se i problemi di visto rendono difficile questa possibilità. AsiaNews ha voluto incontrarle per raccoglierne storia, sofferenze, ma anche speranze e desideri per il futuro.
“La mia vita era stabile a Kirkuk, in una piccola casa” circondata dall’amore “di mio padre George, mia madre Najwa, i miei fratelli Aydin e David racconta Hadeel. Vivevamo “in pace”, aggiunge, condividendo le attività della Chiesa locale e della cattedrale del Sacro Cuore. “Ero parte del coro della chiesa, non avrei mai voluto abbandonarla […] e andavo a scuola per imparare, e mettermi un giorno a servizio dell’Iraq”. “Ricordo una vita bella, piena - aggiunge Maryam, più schiva a parole ma non nei sentimenti che nutre verso il proprio Paese - e tutte le persone che vivevano in pace e in armonia, senza problemi”. 
Del suo passato, ad Hadeel mancano “gli studi, la chiesa e il coro. Ma più di tutto l’amore e la pace” che si respiravano un tempo in un Iraq “tollerante” e che ora “non c’è più”.
Per Maryam la sofferenza più grande è quella di “non poter più frequentare la mia parrocchia” e le manca anche “il tempo trascorso con i miei amici di un tempo e la famiglia”. In passato “le relazioni erano molto buone fra cristiani e musulmani”, ma “tutto è cambiato” con la deriva estremista culminata nell’arrivo di Daesh; ora ai cristiani in generale “manca la fiducia di un tempo nei loro vicini islamici”. 
“Prima del 2003 - le fa eco Hadeel - le relazioni fra cristiani e musulmani erano stabili grazie alla presenza di un governo forte e autoritario, che esercitava il diritto senza distinzioni” di natura confessionale. Con l’invasione americana e la caduta di Saddam sono venuti a mancare “lo Stato e il diritto” e si è creata “una situazione di caos; le milizie hanno assunto il controllo delle strade” e la comunità cristiana ha iniziato a subire violenze e attacchi, che hanno riguardato “abitazioni private e luoghi di culto”. 
Tuttavia, nonostante le difficoltà e le sofferenze la fede è rimasta ed è un elemento “molto importante della vita di ogni giorno”. Cristo ha affrontato la croce per noi, racconta Hadeel, ha perdonato i nostri peccati e questo è indice della grandezza del suo amore. “Nessuna tribolazione, nessuna difficoltà può minare questa fede, perché questa fede in Gesù è in grado di compiere miracoli”. Un pensiero condiviso anche da Maryam, che in Gesù ha trovato la forza “per affrontare ogni circostanza della vita”. “La mia vita oggi non è bella né brutta - prosegue la giovane di Mosul - ma resta un punto centrale: la Chiesa che è sempre di grande sostegno per tutti noi e ci è sempre rimasta vicina”. Un sostegno, quello della Chiesa e dei suoi rappresentanti, che è “fondamentale” anche per Hadeel perché “ci rende parte della vita cristiana […] ed è sempre fonte di nuove occasioni, come il corso di cucito” che ha seguito ad Amman in queste settimane. 
Entrambe hanno contribuito alla realizzazione della casula per papa Francesco, che sperano di poter incontrare in futuro prossimo. “Lo amo moltissimo” confessa la giovane di Kirkuk e “vorrei chiedergli di benedirmi e di insegnarmi come vivere in umiltà e amore come fa lui. E gli direi anche di non dimenticarsi di noi [rifugiati irakeni], di pregare per noi che siamo suoi figli e sue figlie”. “Io - interviene Maryam - gli vorrei dire che tutti lo amano e gli direi anche di pregare per noi, che ne abbiamo così tanto bisogno”. 
Da ultimo, le due ragazze rivolgono un pensiero all’Iraq, la loro terra di origine e che, forse, hanno lasciato per sempre. “Penso che tornare indietro nella nostra madrepatria - conclude Hadeel - sarà molto difficile, perché non c’è nulla per noi. Ho paura di rientrare; nonostante tutto voglio guardare con speranza al futuro, completare i miei studi e costruirmi un domani”. “Sono triste - afferma la giovane di Mosul - perché mi manca tutto della mia terra. Spero che, un domani, tutti possano vivere assieme senza problemi, amarsi in modo reciproco perché l’amore è la via della pace”.

Leggi tutto!

mercoledì, giugno 22, 2016

 

Closing Statement of the Meeting of the Chaldean Priests in Iraq 20 – 21 June 2016 Ankawa / Erbil

 
Under the auspices of His Beatitude the Chaldean Patriarch Louis Raphael Sako and the presence of the Chaldean Bishops in Iraq, a meeting was held at the Patriarchal Monastery of St. Adday and St. Maary in Ankawa, where all Iraq's Chaldean priests gathered for the first time from 20 – 21 June 2016. The motto was "Merciful as Father":
During the meeting, the mission of the priest “as a Bearer of the Divine Mercy” was discussed in-depth in a spiritual, fraternal and comfortable environment, in which sense of humor was not excluded. The participants shed the light on the spiritual, pastoral, cultural, educational and social challenges facing them during their priestly services; especially that Iraq and the region are going through such a difficult situation.
His Beatitude started the meeting with a speech entitled "Lines of Strength as a Road Map" stressing the importance of the spiritual life of the priest that makes him attached to Jesus Christ. The speech highlighted also, the significance of standing by the community in their suffering as well as engaging lay people in the mission of the Church.
The following session was moderated by His Excellency Bishop Yousif Toma about the "Priest in the Light of the Writings and Speeches of Pope Francis".
Later on, the participants were distributed into groups, to discuss and answer a questionnaire prepared by His Excellency Bishop Bashar Matti Warda on the topic of “The Priesthood: Aspirations and Concerns”.

In conclusion, the following decisions were agreed upon as a first step:
1.    Bishops have to be committed for the sustainable reforming of their priests by holding regular meetings and inviting clergy who are specialized in this field.
2.    The Chaldean Patriarchate has to organize an annual spiritual retreat that brings all the Chaldean clergy in Iraq together. For this year, it will be on 19 – 22 September on the subject of the “Priest, the Holder of Divine Mercy”.
3.    Form a committee of priests to follow-up on all sides of sustainable reforming of a priest as a human, in addition to his spiritual, theological and pastoral aspects.
4.    Endorse the fact that priestly services are free, in particular, sacraments that cannot be sold or bought, as is the case at all the Iraqi Chaldean Dioceses. Therefore, the diocese should guarantee a reasonable salary that assures a decent life for the priest (i.e. one million ID a month for a celibate priest and one million two thousand ID for the married priest).  
5.    Activate the Patriarchal Synod decisions in "transferring priests every six years to serve in the parishes of the same diocese".  It is important also and based on the law that a priest is not allowed to move from one diocese to another without the permission of his bishop and the approval of the bishop who receives him.
6.    Confirm the participation of lay people (of both genders) in the parish and diocese councils. Especially because the church canons recommend that faithful are partners and have the right to express their opinion. Lay People could help the clergy in their mission based on the grace given to each one of them.
7.    Establish a finance committee that works honestly and transparently under the supervision of the bishop.
8.    Priests have to coordinate all activities with the bishop of the diocese, who should held regular meetings with his priests to strengthen the fathers – sons relationship between them, since the bishop is the guarantor of unity and the guardian of the diocese. The bishop is officially responsible for making statements or the press release and not the priests.
9.    All participants expressed their support to the community with much love and generosity, especially by helping displaced families and foster their confidence to holdfast onto their land and identity.
His Beatitude concluded the meeting by celebrating a mass at the St. Joseph Cathedral in Ankawa, where all the clergy renewed their full dedication to Christ by being ready to serve with love, as the Gospel recommends.

Leggi tutto!
 

Sacerdote irakeno: Il summit caldeo ci spinge a "nuove vie" per dare speranza al popolo

 
Il clero caldeo “ha una missione speciale” di “pace e riconciliazione” da svolgere oggi in Iraq. La Chiesa resta “un punto di riferimento essenziale, non a livello di numeri ma di sostanza, perché è parte di questa terra”.
È quanto racconta ad AsiaNews p. Samir Yousef a conclusione della due giorni di
summit della Chiesa caldea, che si è riunita il 20 e il 21 giugno a Erbil, nel Kurdistan irakeno, per ripensare l’opera di evangelizzazione e il ruolo del sacerdote nella società. “Immaginavo un incontro di routine - spiega il sacerdote - invece è stato un momento di forte carica umana e spirituale. Ho incontrato sacerdoti che non vedevo dai tempi del seminario, abbiamo rinsaldato i legami dopo 15 anni… e abbiamo gettato le basi per un futuro di unità”. 
I lavori del clero caldeo, riunito all’insegna del motto “Misericordiosi come il Padre”, si sono svolti presso il monastero patriarcale di St. Adday e St. Maary, ad Ankawa, il quartiere cristiano di Erbil. La discussione e il confronto, raccontano i presenti, si sono svolti in un clima spirituale fraterno che ha saputo mettere a proprio agio tutti i presenti. In particolare il summit ha affrontato le sfide “spirituali, pastorali, culturali, educative e sociali” che trovano i sacerdoti (e i vescovi) nella loro opera quotidiana. 
Al termine dell’incontro, il patriarcato caldeo ha tracciato alcuni punti che serviranno a guidare il lavoro: in primis una maggiore collaborazione fra vescovi e sacerdoti, che devono “incontrarsi con regolarità” per migliorare la qualità della loro opera; a questo si aggiunge l’impegno a tenere un ritiro spirituale annuale, che quest’anno si svolgerà dal 19 al 22 settembre sul tema: “Il sacerdote, colui che possiede la Divina Misericordia”. 
I vertici della Chiesa caldea ricordano al clero che “i sacramenti non possono essere impartiti dietro compenso o denaro” e che per il sostentamento dei sacerdoti verranno stanziate somme di denaro sufficienti al bisogno. E ancora, ai preti non è permesso spostarsi da una diocesi all’altra - inevitabile il richiamo ai sacerdoti e ai monaci ribelli - senza il consenso dei vescovi; altro elemento di discussione è stato la valorizzazione del ruolo dei laici - di entrambi i sessi - nella missione e dar vita a un comitato chiamato a “vigilare” in modo trasparente sulle casse e i bilanci. 
“È stato un incontro molto bello e positivo a livello comunitario” racconta ad AsiaNews p. Samir Youssef, parroco della diocesi di Amadiya (nel Kurdistan irakeno); egli cura 3500 famiglie di profughi cristiani, musulmani, yazidi fuggiti da Mosul e dalla piana di Ninive nell’estate 2014 con l’arrivo dello Stato islamico (SI). “Abbiamo messo al centro - spiega - la vita del sacerdote, a livello pastorale e spirituale, oltre ad approfondire la situazione dei profughi cristiani. Una situazione nuova e una nuova missione: come sacerdoti dobbiamo capire come dare speranza a questa gente”. 
Preparando l’incontro, i vertici della Chiesa caldea hanno insistito a lungo sul tema della misericordia, scegliendo vari passaggi di papa Francesco in materia come spunto di riflessione. “Noi sacerdoti non dobbiamo mostrare un volto duro - ha detto p. Samir - ma rivelare un volto e un cuore umano, essere testimoni del volto misericordioso di Cristo come lo è il papa”. 
“Abbiamo anche parlato degli aspetti postivi e negativi della vita pastorale - prosegue - che ha bisogno di un cambiamento. E anche noi, come clero caldeo, avevamo bisogno di questo incontro per parlare, aprire il cuore, essere strumento ed elemento di speranza”. L’imperativo comune è quello di “non avere paura” e “continuare il nostro servizio non solo per i cristiani, ma per tutti compresi i musulmani e gli yazidi… La Chiesa è per tutti, non solo per i battezzati”. 
Dopo aver affrontato il tema dei sacerdoti ribelli, p. Samir ha sottolineato la gioia del patriarca Sako che ha voluto “ringraziare noi sacerdoti rimasti in Iraq, accanto al nostro popolo, a portare la croce. Qui è la nostra missione”. “Il sacerdote che cerca la tranquillità - aggiunge - ha già perso in partenza la sua missione. Noi, a dispetto delle difficoltà, siamo felici e vogliamo essere fonte di speranza per il futuro”. 

Leggi tutto!

martedì, giugno 21, 2016

 

Meeting of the Chaldean Priests 20 – 21 June 2016, Ankawa, Erbil “Lines of Strength as a Road Map”


By Chaldean Patriarchate

Patriarch Louis Raphael Sako




Meeting, as bishops and priests, at Saint Peter’s Patriarchal Seminary and the Patriarchate Summer Headquarters is a conscious return to the fountain of our faith, and to the roots of our genuine Church. This meeting is aiming to renew our commitment to Christ and in serving people with love in the midst of such extremely difficult circumstances, where Iraqis, especially Christians are overwhelmed with fears and worries.
We pray humbly for the Blessed Virgin Mary to keep an eye on this meeting. At the same time, we meditate and reflect deeply on her faith, love, openness, service and hope, as a role model to be followed.
Enlightened by the Holy Spirit, this meeting provides an excellent opportunity for us to read together the reality in a way that will enable us to evaluate our mission, our performance and be opened to the new possibilities in order to equip the Christian people, who have been suffering all this time, with hope and confidence. We realize that we have a long “spiritual” way to go on the steps of Jesus Christ, inspired by the Gospel that has been implanted in this land and watered by the blood of our martyrs.
Iraqi Christians as a good-hearted people are expecting from this meeting: Spiritual, liturgical and pastoral reforms that may fit-in with their current situation and enable them to bear out their mission courageously. These reforms may help them also to continue making history and to bridge the gap with their fellow citizens through enhancing cooperation and co – existence, rather than retreating.
So, we should carry this concern in our mind and heart with determination and persistent to prepare the Chaldean Church for an important phase of restoration and renewal. So, the church would become present, effective and impacted in a way that these conditions will lead to God of life, resurrection and renewal  (which is the motto of our church).
Thank God that we have an enthusiastic team who feel the pain and are keen to serve and do something beautiful! Therefore, I would like to call on everyone to rise to the level of his responsibility taking into consideration the following “lines of strength” that is essential for renewing our commitment:
First: Renew Our Consecration to Christ
Jesus Christ must have the priority in our mind, hearts, approach and service. We should ensure that we will embody this “pledge” in Iraq, which requires seriosity; follow up; as well as honest, transparent and ongoing update. In addition, our consecration needs to be enriched and nurtured by individual and community prayers: I warn our priests from having “empty heart”, but to be guided by the following sentence that summarizes the priestly spirituality "There is nothing on earth more precious to God than a monk on his knees, praying unceasingly"
1.
Second: Gospel is Our Cause
Our evangelical service is not a business and should be unconditional, voluntary, honest and full of God’s light. That might touch the hearts of our displaced people and deals with their related worries of immigration and returning home. Keeping in mind that migration of Iraqi Christians means that, our traditions, values and heritage will melt gradually and the country will become like a story from the past!
Third: Support Our People
We need to show solidarity with our people in their suffering and pain by keeping our doors open, responding to their different needs, practicing virtual patience and listening to them as fathers with a shiny face, especially with those who are struggling. Hence, we cannot isolate ourselves from the community, knowing that we are from them and for them.
Pope Francis tackled this subject with the priests who participated in the Jubilee Year of Mercy in Rome (4 June 2016)
2, by encouraging clergy to be close to the people entrusted to them by God through the church and not to exclude anyone from their hearts, prayers and smiles. Also, reminded the priests to accept, integrate and discipline their people by a glance of love and a heart of a father, understanding that their mission is to be servants of comunionship they celebrate and live, listening patiently to their problems, accompanying them and granting a divine forgiveness with compassion and generosity.
Fourth: Never Dispense with Faithful “the Church”
We as a community of "God's people" gathering around Jesus and granted “a Royal Priesthood”
3 should not confine our mission and service to the patriarch or bishop or priest, as a person but rather to feel that we as a cohort are responsible for the sustainability and the progress of our Church. Furthermore, we need to integrate lay people of both genders in the Church mission, education and service, based on the grace given to each one of them in order to spread the Gospel and build the kingdom of God. For example, lay people can be involved in the diocese and parish councils and committees as well as participating in the cultural, educational, charitable and social activities.
Fifth: Never Forget that Sacraments are Free
Sacraments are a free gift from God that nobody can sell or buy. In order for the priests to deserve the priesthood identity!; they should have an attractive, deep and spiritual touch in celebrating the sacramental prayers; never get attached to money or other material things; live an ascetic life that enables them to serve as a full-time dedicated, to be eligible for entering the Mystical Mystery and “the Sacred History”.
Sixth: Church Mission is always Up-to-date
Church is a dynamic community and its’ mission is characterized by vitality, enthusiasm and creativity. In addition and based on the fact that the “Good News” is for all mankind at all times and places, church must never fear “Newness” since it is a decree of life and the essence of Christianity. However, newness shouldn’t be superficial or external, but rather a thoughtful and authentic, as projected strongly by the Second Vatican Council (Lumen Gentium). Pope Francis highlighted the importance of renewing in the church, during the Sermon of Easter Eve 31 March 2013: "Newness often makes us fearful, including the newness which God brings us, the newness which God asks of us. We are afraid of God’s surprises. Let us not be closed to the newness that God wants to bring into our lives”
4. Therefore, I believe that updating of liturgy helps faithful understand and apply it on their daily life, especially that our liturgy is mostly dated back to the seventh and eighth centuries AD. Thus, liturgy has not to be limited to one particular text only and it is not right to say that “liturgical text cannot be touched or translated”. Such mentality is intolerant and not in line with the Gospel: "the Sabbath was made for a man"5.
Seventh: Rising above Differences
With love and cooperation, we will be able to leave our differences behind, cleanse our thoughts, carefully select our approaches and learn lessons from our mistakes to live with each other in one spirit. Love is an openness that frees us from pride and selfishness and all what has been accumulated within us. This kind of conscious openness will help each one of us to understand his skills, weaknesses and disabilities. It will also make us stand firm in humility and gratefulness that will end up in fruitful integration. Therefore, it is necessary that we work on ourselves, and form our hearts sustainably with a renewable education. Knowing that compassion (even mercy) alone does not help us grow up nor build us! We need also to refine our temper so that we may live in peace with ourselves and with whom we serve, as we become their role model! Let us get used to have words of politeness, encouragement and admiration with our co-workers such as, thank you, please, well done, "bravo".
I hear sometimes people saying that I am “strict”, but aren’t we in need to have authority? (not domination / dictatorship) until we reach the balance – maturity, especially in this society that tends to call chaos / freedom and independence / boldness.
Eighth: Self Review
Unfortunately, some people in the church think that they are better than others, criticize everything, and consider their word as “order”. These people are self-centered, overload themselves and hinder the work! I invite them all to be released from this self-esteem and arrogance that means / death, so they can be filled with God’s grace! Let us meditate on the warning of Pope Francis from being obsessed by authority (position), money, pride and arrogance
6. Jesus says: "For those who exalt themselves will be humbled, and those who humble themselves will be exalted"7.

Ninth: Priests and their Bishop, Strings and Harp
I am saddened by the departure of some priests from their dioceses seeking refuge in the west and we hope that would never happen again. On the other hand, I extend my sincere thanks to the majority of our courageous priests who remained, with their bishops, firm and honest in serving their community in spite of the difficult circumstances. On this occasion, I invite priests; to gather around their bishop in performing their mission and their service as one team; to coordinate their activities with him because the bishop is the guarantor of unity and the guardian of the diocese; and to strengthen the fathers – sons relationship based on trust, obedience and love through sharing, service and cooperation, as recommended by Ignatius of Antioch: "you should run together in accordance with the will of your bishop … as the strings are to the harp"
8. At the same time, I call on all bishops in both patriarchal territories and the diaspora to be around their Patriarch and deepen their unity with him as "the father and the head". Additionally and because we, as a church, are experiencing difficulties, I invite bishops to share with the Patriarch the burden of the church’s aspirations in education, spiritual formation, organization and institutional work. I also urge them to have an active and responsible involvement at the synod, which strengthens the collegiality, and enhances friendship as well as reinforces the ties of unity among us.
Conclusion: Let us learn from Pope Francis’ experience in simplicity, humility and warmth of love to reveal the face of Gospel’s Christ via his voice and his life. Let us follow Pope’s example in serving Jesus with a new way of thinking and approaching as well as an ongoing search for new things to serve our brothers and offer assistance to them due to their poverty, worries and suffering so that our church can witness the love, mercy and resurrection of Christ forever.
___
1 Ibrahim Alnathfary, Louis Sako, Syriacs’ Fathers, Dar El-Mashreq, Beirut, 2012, p. 253.
2 Speech to Priests Saturday, 4 June 2016 on the occasion of their participation at the Jubilee year of Mercy:
3 1 Peter
4 Sermon on the Easter Eve 3/31/2013,
5 Mark 2/26
6 Speech in the Chapel of St. Martha17/5,
7 Matthew 23/12.
8 Agnatius of Antioch, martyr in 107, Ephesus 4/1

Leggi tutto!

lunedì, giugno 20, 2016

 

Cristiani perseguitati nel mondo, il Papa parla di “martirio” e non di “genocidio”

By Il Messaggero
Franca Giansoldati
 
Proprio mentre diversi cardinali e vescovi hanno sottoscritto una campagna internazionale per sensibilizzare l'opinione pubblica che è in atto un “genocidio” senza precedenti contro le comunità cristiane in Medio Oriente, il Papa – a sorpresa - ha fatto sapere che a lui non piace che si parli di genocidio. Gli sembra una parola “riduttiva”, ha detto proprio così. Riduttiva. Il termine per descrivere quello che avviene in molti paesi arabi e in diverse zone dell'Africa è invece “martirio”.
La precisazione è arrivata mentre parlava a braccio durante una visita all'Istituto Nazareth, rispondendo ad una studentessa su quello che sta accadendo alle comunità dei cristiani perseguitate dai miliziani islamici . Iraq, Siria, Libia, Egitto, Sudan, Nigeria, Kenia, Somalia, Eritrea, Mali. L'elenco potrebbe continuare. “Parlare di genocidio è riduttivo, fa riferimento a considerazioni sociologiche, meglio parlare di martirio”. Per i cristiani si tratta di “dare testimonianza della fede in una situazione difficile”. Il Papa ha citato anche l'esempio coerente che hanno i giovani copti sgozzati l'anno scorso sulla spiaggia libica, guardando il mare. Tutti morti invocando il nome di Gesù.
Il Papa non ha fatto nessun riferimento alla campagna per sensibilizzare il genocidio dei cristiani, promossa dalla associazione cattolica tedesca Aiuto alla Chiesa che Soffre, e presentata anche nel parlamento italiano due settimane fa. A sostegno si sono già mobilitati diversi cardinali, tra cui Jean Luis Tauran, il 'ministro' del dialogo interreligioso.
In Vaticano sono in tanti che si chiedono perché a Villa Nazareth, parlando delle persecuzioni in corso e del concetto teologico di martirio, assai più ampio del significato di genocidio, abbia voluto glissare sulla campagna in corso, evitando qualsiasi riferimento alla iniziativa internazionale partita dall'associazione – Aiuto alla Chiesa che Soffre – fondata nel 1947 da padre Lardo, una figura eroica che si è spesa per aiutare i profughi di guerra e poi, fino alla morte, per soccorrere le chiese perseguitate nell'Est Europa, durante l'impero sovietico. Un silenzio che a molti è apparso singolare, visto che una delegazione di Aiuto alla Chiesa che soffre, guidata dal cardinale Piacenza era stata ricevuta dal Papa a Santa Marta tre giorni fa, per illustrargli migliaia di progetti umanitari in corso nei paesi arabi.
 

Leggi tutto!
 

Erbil, la Chiesa caldea riflette sulle sfide della missione fra jihadismo e migrazione

 
Rilanciare l’azione e l’opera pastorale della Chiesa irakena e la missione nel Paese e fra le comunità della diaspora, rafforzando “la nostra fede e la nostra speranza”. Assumersi la “responsabilità” di quanto “sta accadendo” in una nazione e in una regione caratterizzata da “saccheggi, devastazioni, violenze e migrazioni”.
Con questo spirito si è aperta oggi la due giorni di
summit della Chiesa caldea, che si riunisce il 20 e il 21 giugno a Erbil, nel Kurdistan irakeno, per ripensare all’opera di evangelizzazione e al ruolo del sacerdote nella comunità. Nell’area hanno trovato rifugio centinaia di migliaia di cristiani in fuga da Mosul e dalla piana di Ninive, con l’ascesa dello Stato islamico (SI) nell’estate del 2014.
In una nota pubblicata sul sito del patriarcato caldeo, a firma di Mar Louis Raphael Sako, l’incontro del clero caldeo è presentato come una occasione per riflettere davanti ai “rapidi cambiamenti politici e sociali” che si sono verificati in Iraq nell’ultimo decennio.
Dall’invasione statunitense e la successiva caduta del ra’s Saddam Hussein, la nazione ha vissuto un cambiamento che ha “colpito tutti i ceti sociali”. Uno stravolgimento politico, sociale e umano che ha investito “la vita stessa del sacerdote” e che, in questo Anno della misericordia indetto da papa Francesco, deve diventare esso stesso uno spunto per rinnovare la missione.
Il futuro della comunità caldea si basa in gran parte sulla qualità del suo clero; ecco perché alla base dell’incontro di Erbil vi è il desiderio da parte dei vertici della Chiesa locale di “trovare un nuovo stile di gestione” delle sfide e rispondere alle necessità dei fedeli “nel Paese natale e nella diaspora”. 
A questo si aggiunge il proposito di trovare “nuove modalità” per “vivere il cammino sacerdotale”, un servizio che richiede “una preparazione accurata” dal punto di vista culturale e psicologico. “Il sacerdote - si legge nella nota patriarcale - deve essere testimonianza di Cristo” e vivere con la propria gente, condividerne il cuore “non con le parole, ma con il suo esempio”. 
L’auspicio, conclude il comunicato patriarcale, è che l’incontro del clero caldeo possa “dare nuova forza” alla missione ed essere “fonte di consolazione” per la “sopravvivenza” della comunità cristiana irakena e di “fedeltà” alla “chiamata a Cristo”. 
Alla vigilia dell’incontro del clero il patriarcato caldeo ha infine voluto sottolineare il successo della giornata di digiuno e preghiera che si è tenuta lo scorso venerdì 17 giugno, in “solidarietà” con i musulmani nel mese sacro di Ramadan. Condividere il digiuno e la preghiera, spiegano fonti del patriarcato, è stato “un messaggio di amore e fratellanza” e un segno di “rispetto” nelle relazioni fra musulmani e cristiani, oltre che un “rifiuto dell’ideologia estremista, della divisione e dell’odio”. 
L’invito lanciato da Mar Sako e dalla leadership caldea è stato accolto con favore “da molte chiese a Baghdad e in tutto l’Iraq”, a dispetto di alcune polemiche emerse nei giorni precedenti sull’opportunità di condividere un precetto caratteristico di un’altra fede. 
In concomitanza con la giornata di digiuno e preghiera, il patriarcato caldeo ha infine deciso di stanziare 50mila dollari per l’acquisto di pacchi di cibo e altri generi di prima necessità da destinare alle famiglie sfollate di Anbar e Fallujah, in larghissima maggioranza musulmane. Una iniziativa condivisa da molte famiglie cristiane della capitale, che hanno “dato una mano” in modo “silenzioso” per l’allestimento degli aiuti. 

Leggi tutto!
 

Papa Francesco ad ACS: grazie per la vostra campagna, continuate così affinchè la misericordia possa cambiare il mondo

 
«Grazie per quello che fate! Vi prego di continuare, per far sì che questa campagna continui anche in futuro. Così che la misericordia possa cambiare il mondo».
Con queste parole Papa Francesco ha accolto stamattina in udienza una delegazione di Aiuto alla Chiesa che Soffre, in occasione del lancio di Be God’s Mercy (Sii la misericordia di Dio), la campagna internazionale di raccolta fondi per la realizzazione di numerose opere di misericordia in tutto il mondo. La campagna durerà fino al 4 ottobre, giorno di San Francesco, quando ACS presenterà al Pontefice i primi “frutti” dell’iniziativa. Be God’s Mercy è stata sostenuta personalmente dal Pontefice, che in un
videomessaggio ha invitato i fedeli di tutto il mondo «a realizzare assieme a ACS in ogni luogo del mondo, opere di misericordia durature, che incontrino le tante necessità di oggi».
«Dal Papa ci è venuta una trasfusione di entusiasmo», ha commentato il cardinale Mauro Piacenza, presidente internazionale di ACS, durante la conferenza stampa di presentazione di Be God’s Mercy che si è tenuta oggi presso la sede di Radio Vaticana ed è stata moderata dal portavoce vaticano padre Federico Lombardi. Il porporato si è poi soffermato sulla missione di ACS, sempre pronta ad intervenire «qualsiasi problema faccia soffrire la Chiesa», che senza mai dimenticare la propria «fisionomia pastorale» riesce a creare uno speciale legame di «unione tra chi riceve e chi dona».
Anche Philipp Ozores, segretario generale di Aiuto alla Chiesa che Soffre, ha posto l’accendo sul grande «incoraggiamento di Papa Francesco», che in udienza ha raccontato come ACS lo abbia sostenuto da vescovo a Buenos Aires, ma ancor prima da sacerdote durante i suoi studi. «Il supporto del Santo Padre – ha affermato Ozores – ci dona l’energia per dire a tutto il mondo di fare opere di misericordia, e per realizzare tanti progetti per tanti bisogni!». Saranno infatti realizzate numerose iniziative concrete in tutto il mondo, che seguiranno quattro direttrici: l’attenzione al grande bisogno di misericordia; il sostegno ai tanti apostoli della misericordia; la creazione o il mantenimento di luoghi della misericordia, strutture quali ospedali, centri di riabilitazione, case, e soprattutto chiese e cappelle; e saranno valorizzati anche i frutti della misericordia, con particolare attenzione alla riconciliazione. «Anche nelle situazioni più drammatiche – ha detto Ozores – la Chiesa resta sempre al fianco della popolazione. E così in ogni luogo, noi possiamo lavorare con e attraverso la Chiesa».
Tre dei progetti saranno realizzati a Lahore, in Pakistan, come raccontato dall’arcivescovo della monsignor Sebastian Francis Shaw. «ACS è un ottimo esempio di misericordia – ha detto il presule in conferenza stampa – in tempi di crisi, anche se siamo lontani, attraverso il loro immediato aiuto li sentiamo vicini nel cuore». Nella città colpita dal tragico attentato del 27 marzo scorso, quando un attentatore suicida si è fatto esplodere in un parco dove i cristiani stavano festeggiando la Pasqua, ACS sosterrà le vittime degli attacchi del marzo 2015 a due chiese del quartiere cristiano di Youhanabad e metterà in sicurezza una delle due chiese colpite, la Chiesa di St. John, ed il vicino seminario maggiore di St. Francis Xavier.
Infine un progetto sostenuto da un benefattore speciale: Papa Francesco. In occasione di un recente viaggio di una delegazione italiana di ACS ad Erbil, nel Kurdistan iracheno, il Pontefice ha affidato ad ACS un contributo per cristiani iracheni, attraverso il vescovo di Carpi, monsignor Francesco Cavina. Questo contributo servirà a sostenere per quattro mesi la clinica St. Joseph Charity di Erbil. È una clinica speciale perché si compone di container e offre cure mediche gratuite a circa 2800 rifugiati di ogni religione. Cristiani, musulmani e yazidi costretti ad abbandonare le proprie case per fuggire dalle violenze dello Stato Islamico. «Un progetto che mostra come per ACS la misericordia e il sostegno non siano soltanto parole ma fatti concreti», ha detto il sacerdote iracheno don Imad Gargees presentando la clinica. Don Imad ha ricordato come dall’inizio dell’avanzata di Isis, la fondazione pontificia abbia donato in Iraq più di 16 milioni di euro. «Un enorme aiuto per farci sopravvivere in questa difficile situazione. E speriamo che un giorno anche noi potremo arrivare ad aiutare gli altri».

Leggi tutto!

giovedì, giugno 16, 2016

 

Banks Accused of Funding 'Christian Genocide'

Nicholas Iovino

A California nonprofit wants two Middle Eastern banks and a Kuwaiti sheikh to pay damages for claims they funded the Islamic State's systematic murder and displacement of Christians in Iraq and Syria.
     St. Francis of Assisi, an Alameda-based nonprofit that assists refugees, sued the Kuwait Finance House, Kuveyt-Turk Participation Bank and Hajjaj al-Ajmi in Federal Court on Monday.
     "My clients have lost everything," St. Francis attorney Mogeeb Weiss told Courthouse News. "They've lost their property, livelihoods, members of families that have been murdered systematically. It's very important, for no other reason than it is so unprovoked, other than religious beliefs."
     In February, the European Parliament issued a resolution condemning the genocide of Christians and other religious minority groups in Iraq and Syria. On Feb. 29, White House Press Secretary John Earnest acknowledged ISIS was targeting religious minorities but refused to use the word "genocide."
     The number of Christians in Iraq dropped from 1.4 million to 300,000 from 2003 to 2015. Less than 500,000 Christians remain in Syria today, compared to 1.25 million in 2011, according to 2015 estimates from the Catholic global charity Aid to the Church in Need.
     "To successfully plan, fund, and carry out the killings of members of [St. Francis of Assis], ISIS relies upon an open, notorious, well known, and formalized system of terrorist financing which incentivizes and incites the killings and displacement of the Assyrian Christians," the 19-page complaint states.
     The lawsuit says al-Ajmi, a Kuwaiti-born, Sunni cleric, organized Twitter campaigns to solicit donations that were funneled through the defendant Kuwait Finance and Turkey-based banks into the hands of terrorists, who target Assyrian Christians with murderous intent, forcing them into refugee camps.
     Al-Ajmi was briefly detained by Kuwaiti authorities after the United Nations and U.S. government listed him as a fundraiser for al-Qaida's Syrian wing, Al Nusra Front, in August 2014.
     The June 13 complaint accuses al-Ajmi and the banks of violating the U.S. Antiterrorism Act, aiding and abetting genocide, assisting in the intentional injury of others, reckless disregard and funding terrorism in violation of international law.
     The lawsuit is not the first to seek damages from a foreign entity accused of funding terrorism under the Anti-Terrorism Act of 1992, which was amended by Congress in 2001.
     Last year, one of the largest financial institutions in the Middle East, Aman-Jordan based Arab Bank, settled a lawsuit brought by 300 families who accused the bank of funding Hamas-sponsored suicide attacks in Israel from 2001 to 2004.
     That settlement was reached after a federal jury in 2014 found the bank liable for funding the attacks, but before a new jury was chosen to decide how much the bank owed the families.
     Another lawsuit now making its way through Federal Court claims Chevron's purchase of 78 million barrels of Iraqi oil from 2000 to 2002 funded crimes against humanity and acts of terrorism during Saddam Hussein's regime.
     In 2014, the Second Circuit upheld two rulings that found Iraq and torture survivors could not blame Chevron for turning a blind eye to Hussein's atrocities.
     The Kuwait Finance House and Kuveyt-Turk Participation Bank did not respond to emails seeking comment on Tuesday.
     Weiss is based in Alameda, Calif.        

Leggi tutto!
 

Iraqi Christian refugee "I don't think there's a chance to go back to Mosul"

By Premier
Hannah Tooley
                         

An Iraqi Christian refugee has been speaking to young believers in Scotland at a youth rally, in an act of solidarity with those who're persecuted for their faith. 
Sarmad Ozan told them his family could not afford to leave their city but that the 20-year-old had to flee Mosul in northern Iraq after it was seized by Islamic State (IS) in the summer of 2014.
He now lives in the UK and has been speaking at the Scottish Youth Rally in Carfin Lourdes Grotto.
"One day we woke up and noticed a letter "N" is marked above all our doors which stands for Nazareans, signifying the house within are Christians," he said.
"In addition, a marking stating 'This is now the property of ISIS'.
"We were all terrified and then as we walked around the city, we saw that it was barricaded and surrounded by ISIS military.
"At that moment I thought I was going to die, therefore I rushed back home warning my family to stay inside and explained the situation."
His family fled to Erbil, where he said "we had no change of clothes and our shoes were ripped and stuck in our feet as we walked a long distance in them.
"And all the families slept on the pavements before finding a local church of Erbil, where we finally washed, ate and slept indoors."
"As the number of families were quite high, the church could not have everyone inside, as there wasn't enough space.
"Therefore tents were made outside the church, where during the winter it would be freezing but we knew we had no other option.
"Even though we were in a safer place as some people think, Erbil being a majority Muslim city, made all the Christians, including us feel unwelcomed."
Sarmad's family were given three options:
1. Convert to Islam and stay in the house
2. To pay a high tax called al-Jeziya, a fee Christians must pay
3. Leave the city within 24 hours without taking any belongings
If orders were not followed families were threatened and told they will be brought out in public and beheaded
Sarmad finished by saying: "In Scotland, there are many Christian Arabs who have a similar story to mine."
"I thank God today, I am here and safe to be able to share my story with you."
Event organiser Lorraine McMahon from Aid to the Church in Need (ACN) said: "ACN Scotland is very excited to be holding our second youth rally.
"The rally is an opportunity for the youth of this country to stand up and be counted and say we will not sit back as Daesh eradicates Christianity and other minority groups from the Middle East."
A petition is being put forward to the government after the discussion.
It reads: "We call on the Scottish Government to stand with ACN Scotland in promoting religious freedom around the world through: 1) Prayer 2) Solidarity and 3) Inter-faith dialogue."
The former Engineering student Sarmad Ozan told Premier that he does not think it will ever be able to return to his home country ever again. 
He said: "I don't think there's a chance to go back to Mosul, even our neighbours who're Muslim are supporting ISIS [another name for Islamic State], there would not like to have us inside Mosul again.
"And they took all our properties, so our properties became the property of the Islamic State."
He told Premier they put their faith in God and thought: "We have Jesus Christ to help us, we'll be alright.
"That's how he helped us to get out of Mosul and no one killed us."
He went on to say he hopes that: "The people here will help the people in the Middle East and Iraq."
Sarmad Ozan "People don't have food now and they're starving.
"Even when I was in Erbil I slept some days on the pavement, so that's what's happening to people there."
He urged Christians to help support charities working in the region: "We need to help the charities to help them [the people] in Iraq."

Leggi tutto!
 

Miliziani assaltano civili in fuga ostentando simboli cristiani. Patriarca caldeo: non hanno niente a che fare col cristianesimo

By Fides
 
 Negli scenari di guerra intorno a Falluja, dove è in corso l'offensiva per liberare la città dal controllo dei jihadisti dell'auto-proclamato Stato Islamico, agiscono anche gruppi paramilitari di varia composizione che si sono resi responsabili di assalti e violenze anche contro gruppi di civili in fuga dai territori occupati dal Daesh (tra i quali, secondo alcuni osservatori, provano a infiltrarsi anche i jihadisti).
Negli ultimi giorni, nei media e nelle reti sociali, sono circolate immagini che mostrano alcuni miliziani operanti nei gruppi paramilitari che partecipano alle operazioni ostentando croci, effigi di Gesù e altri simboli cristiani. Tenendo conto anche delle pericolose strumentalizzazioni che possono prendere a pretesto tali immagini, il Patriarcato caldeo ha diffuso un tempestivo comunicato per esprimere la più netta riprovazione per tali atti, e ribadire che i loro artefici non possono vantare alcun rapporto, neanche nominale, con il cristianesimo.
“Si tratta di singoli individui, che agiscono in maniera cattiva: l'ostentazione dei simboli cristiani è parte della cattiveria, e fomenta scontri di matrice religiosa, spirali di vendetta e nuove sofferenze” riferisce all'Agenzia Fides il Patriarca caldeo Louis Raphael I. I gruppi paramilitari di cui fanno parte questi individui hanno una composizione mista dal punto di vista religioso, e forse l'ostentazione di simboli cristiani punta a dimostrare che le milizie di difesa popolare contro i jihadisti hanno l'appoggio di tutti i gruppi religiosi. Ma le conseguenze di tale operazione sciagurata appaiono pericolose per tutti, a cominciare dai cristiani.
In più occasioni, il Patriarcato caldeo ha voluto rimarcare la propria distanza anche dai gruppi armati attivi sullo scenario iracheno che cercano di rivendicare la propria affiliazione alle comunità cristiane locali, e che potrebbero in tempi brevi ricevere finanziamenti e forniture militari su disposizione del Congresso degli Stati Uniti (vedi Fides 19 maggio 2016). Lo stesso Patriarca Louis Raphael ha più volte suggerito ai cristiani che vogliono partecipare alla liberazione delle città occupate dallo Stato islamico di arruolarsi nelle forze militari nazionali o nelle milizie Peshmerga, che fanno capo al governo della regione autonoma del Kurdistan iracheno, evitando in tutti i modi di dar vita a milizie settarie che finiscono per alimentare tutte le forme di “sedizione confessionale”.

Leggi tutto!
 

Diario della persecuzione

Matteo Matzuzzi
 
"Nel mondo non si conosce il martirio che la chiesa in Iraq sta vivendo", dice al Foglio mons. Francesco Cavina, vescovo di Carpi, che lo scorso aprile ha compiuto un viaggio nel Kurdistan iracheno, raccogliendo in un diario le impressioni, i dialoghi, gli incontri avuti in quei quattro giorni che - ammette - hanno lasciato tracce profonde: "Riconosco che ho ricevuto un dono molto più grande di quello che ho portato; dono che si esprime nella dignità con cui questi fratelli vivono la loro condizione". E' impressionante, spiega il presule, vedere come queste persone "sono grate per tutto quello che ricevono d' aiuto e grati a Dio per aver conservato la loro vita. Ma ancor di più per aver conservato la fede per la quale sono stati disposti a rinunciare a tutto pur di non perdere il vero tesoro della vita che è Cristo e la propria appartenenza al suo corpo mistico, che è la chiesa". La situazione sul terreno è drammatica, l' appello costante è a non essere dimenticati, a non essere lasciati soli. "I cristiani percepiscono un senso profondo di solitudine in quanto con l' avanzare delle milizie jihadiste si sono sentiti traditi dalle istituzioni del governo, ma ancor più dolorosamente da coloro che ritenevano amici, che non solo non li hanno difesi, ma denunciati. E una volta che i cristiani hanno abbandonato le loro case, le hanno occupate. Dei loro beni, hanno fatto razzia". Non vogliono rassegnarsi a essere profughi per sempre; il loro massimo desiderio è di tornare nelle città e nei villaggi in cui sono nati e hanno vissuto. Ricorda, mons. Cavina - che per quindici anni ha lavorato in Segreteria di stato, presso la sezione per i Rapporti con gli stati - ciò che disse Bashar Warda, vescovo di Erbil, durante l' incontro dello scorso 1° aprile: "Io credo che la risposta unica al male sia quella di rimanere e portare il nome di Gesù".
C' è quasi paura di spostarsi, anche di abbandonare la sistemazione nel campo profughi, spesso precaria e a volte con condizioni igieniche indescrivibili: "Accanto a strutture ben organizzate, infatti, ce ne sono altre che ricordano un vero girone dell' inferno dantesco", spiega il vescovo di Carpi descrivendo un campo che accoglie circa mille persone e che per servizi igienici ha delle buche scavate nel terreno ricoperte di sassi. "Mi sono sentito angosciato e impotente, alla vista di quelle condizioni". Eppure, non se ne vogliono andare, nonostante a molti sia stata offerta una sol zione migliore. Il motivo del diniego è sempre lo stesso: "Temono diventi una sistemazione definitiva. Loro, però, desiderano solo ritornare a casa".
La persecuzione è nelle parole di quanti l' hanno vissuta. "Il 3 agosto di due anni fa ci hanno detto che dovevamo abbandonare le nostre case perché la situazione qui a Mosul era molto difficile. Tutti i cristiani erano fuggiti e anche noi dovevamo partire", ha raccontato una giovane suora che ha studiato in Italia. "Sono rimasti il prete con tre o quattro giovani per difendere la chiesa. Il 5 agosto è stato ucciso un giovane diacono, ma l' obiettivo era uccidere il prete. Il 6 agosto noi eravamo in una zona vicina a Kilkesh. Alle 11 di notte hanno cominciato a sparare e hanno detto che tutti i cristiani dovevano uscire da quella città perché l' Isis era entrato prima a Qaraqosh e poi a Kilkesh e in altre zone. La situazione era talmente problematica che ci hanno detto di scappare nonostante gli spari". Poi, aggiunge la religiosa, "abbiamo sentito che le nostre case erano state prese dall' Isis".
L' impressione che si ha, sottolinea il vescovo di Carpi, "è che lo Stato islamico - e non solo questo - persegua l' obiettivo di eliminare la presenza dei cristiani dal paese costringendoli a emigrare. Si tratterebbe di una violenza che va ben oltre l' aspetto religioso. I cristiani, infatti, non accettano di essere definiti come una minoranza religiosa da tollerare. Rivendicano a pieno diritto, invece, il diritto di cittadinanza".
Yohanna Petros Mouche è il vescovo siro-cattolico di Mosul. Oggi, con la sua comunità, è a Erbil, dopo la fuga precipitosa nel 2014. Il pericolo maggiore è la dispersione dei fedeli, l' interrogativo è come sia possibile in questa situazione assicurare un futuro, un lavoro, a quanti sono stati costretti all' esodo dopo che sulle loro case era stato impresso il marchio di "nazareno". "Molti - dice Mouche - non hanno il denaro per seppellire i morti e quindi c' è la necessità di avere cimiteri propri. Un altro problema è il mantenimento dei campi profughi, e poi ci sono le spese per il trasporto degli studenti dai campi profughi alle scuole". Qualcosa si muove, certo: sono stati realizzati due panifici, qualche centro per produrre l' olio di sesamo. Se manca il lavoro, la gente se ne va. A Erbil erano giunti cinquantaduemila cristiani. Oggi sono rimasti trentamila. Il Patriarca caldeo di Baghdad, mar Louis Raphaël I Sako, anch' egli incontrato da Cavina a Erbil (assieme al vescovo di Ventimiglia -Sanremo, mons. Antonio Suetta e al direttore di Aiuto alla Chiesa che soffre - Italia, Alessandro Monteduro), spiega che la vicinanza spirituale è molto più importante dell' aiuto economico. E' una costante, questa, che si può toccare con mano ogni volta che si parla con qualche esponente del clero in Siria o Iraq. Lo stesso affermò, sempre al Foglio, il parroco della cattedrale latina di Aleppo, frate Ibrahim Alsabagh, quando sottolineò la grande esperienza di fede sperimentata mentre le bombe cadevano sulla cupola della chiesa ove si celebrava la messa, lo scorso ottobre. "Non è importante l' aiuto economico, ma l'appoggio umano e spirituale, perché le persone si sentono incoraggiate", osserva Sako. L' immagine più eloquente di questo lo si è avuto entrando alla scuola "L' Annunciazione" delle Suore domenicane di Santa Caterina da Siena, una congregazione di diritto pontificio presente a Erbil. Ricorda mons. Cavina che nell' istituto sono presenti quattrocentotrenta bambini, tutti profughi cristiani. Erano di più, all' inizio. Molte famiglie, però, hanno preferito scappare, cercando futura all' estero. La scuola - gratuita - ha l' obiettivo principale di far dimenticare il dramma vissuto. "I bambini sorridono, sì. Ma nei loro occhi si vede un velo di tristezza", riconosce il vescovo di Carpi. Le suore dell' istituto a Mosul gestivano una scuola materna, un orfanotrofio e una casa per religiose anziane. Dopo la fuga precipitosa, quindici di esse sono morte, sfinite dagli spostamenti avventurosi e dal dolore per aver abbandonato la terra dove avevano sempre operato. I bambini salutano quando vedono entrare degli sconosciuti: "Siamo stati accolti con l' invocazione 'Dio è amore!', e ci hanno quindi cantato una canzone in italiano, 'La stella di Natale'. In un' altra classe hanno pregato l' Angelo di Dio e poi abbiamo partecipato con loro all' adorazione". Bambini che, dopo aver perso tutto, adorano il Santissimo Sacramento, cosa che pare incredibile alle latitudini occidentali avvezze ormai a confrontarsi con una fede divenuta via via sempre più tiepida : "Il Santissimo era esposto su un tavolo rotondo e tutt' attorno erano disposti i bambini in cerchio, con le mani giunte e inginocchiati all' orientale. Hanno pregato, cantato e sono rimasti in silenzio. Mi ha impressionato - dice mons. Cavina - la loro compostezza e attenzione. Molti pregavano e cantavano a occhi chiusi". A Ozal City, periferia di Ankawa, si sono stabilite settecentottantadue famiglie fuggite da Qaraqosh. Sono siro-cattolici. In ogni casa sono accolte tre famiglie: venti persone con un solo bagno e una sola cucina. Una delle prime cose che hanno fatto al termine della loro peregrinazione è stata costruire la loro chiesa. E' stato messo in piedi anche un asilo. "In stanze di quattordici metri quadrati, stanno diciannove bambini", dice mons. Cavina, che aggiunge: "Ho chiesto alla responsabile, suor Maria, come riesca a gestire tanti bambini in spazi così ristretti. Mi ha risposto che l' amore e la necessità aguzza il cervello e la creatività". Qaraqosh aveva cinquantamila abitanti. Oggi è deserta. I pochi cristiani rimasti si sono convertiti all' islam o pagano la jyzia, la tassa riservata agli infedeli, antico retaggio ottomano. Intanto, l' appello di Aiuto alla Chiesa che soffre -Italia lanciato sul Foglio la scorsa settimana affinché anche il Parlamento del nostro paese riconosca il genocidio in corso continua a registrare adesioni (sono già decine i deputati e i senatori che hanno sottoscritto la richiesta). Anche l' arcivescovo siro-cattolico di Mosul, mons. Mouche, ha sposato la causa: "Chiedo personalmente al governo italiano di aiutarci, attraverso il riconoscimento ufficiale del genocidio, a tornare nelle nostre terre e a continuare a vivere nel nostro paese. Ringrazio Dio - ha aggiunto - che tante persone e alcune istituzioni abbiano finalmente iniziato a riconoscere quanto è accaduto alla nostra comunità, che è un autentico genocidio. Per conservare la nostra fede abbiamo lasciato tutto: le nostre case, i nostri averi. I jihadisti hanno distrutto il nostro patrimonio storico, religioso e culturale, hanno impedito ai nostri bambini di tornare a scuola, vietano la celebrazione della liturgia in molte aree storicamente cristiane. Per noi questo è un grande genocidio", ha proseguito il presule. A giudizio di mons. Mouche, se più paesi riconoscono il genocidio, ciò potrà contribuire a mettere più pressione sul governo iracheno affinché lavori per proteggere con più vigore le minoranze oggi minacciate. Solo così, insomma, Baghdad potrebbe impegnarsi "maggiormente ad aiutarci a tornare nei nostri villaggi, a ricostruire le case distrutte e a garantirci sicurezza. Se non fosse stato per la chiesa locale e per quanti ci hanno aiutato - ha aggiunto - queste persone non avrebbero di che vivere". Nei giorni scorsi, era stato il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio consiglio per il Dialogo interreligioso ad appoggiare l' iniziativa: "I cristiani vengono uccisi, minacciati, ridotti al silenzio o cacciati via, con le chiese che vengono distrutte o rischiano di trasformarsi in musei. Il cristianesimo rischia di non essere più presente, proprio nella terra in cui è nata la fede di Cristo. Nel 1910, il venti per cento della popolazione mediorientale era cristiana. Ora è meno del quattro per cento. Evidentemente - sottolineava ancora Tauran - c' è un piano d' azione per cancellare il cristianesimo dal medio oriente e questo può chiamarsi (o quantomeno richiamare) il genocidio".

Leggi tutto!
 

Sacerdote ad Amman: la mia vita con i profughi di Mosul

By Asia News

Lavorare a stretto contatto con i rifugiati significa “condividerne” la storia e il dramma personale, essere “parte della loro vita” e contribuire - per quanto possibile - ad “alleviarne le sofferenze”. E nel tempo diventare parte della loro famiglia come è successo con la piccola Mariana “concepita a Mosul [Iraq], scappata nella pancia della mamma a Erbil [nel Kurdistan irakeno], nata ad Amman [Giordania] e che crescerà a Canberra [Australia]”.
O ancora, quella del “falegname di Mosul” e del suo laboratorio “un po’ spoglio ma pieno di umanità” ad Amman, in Giordania.
È quanto racconta ad AsiaNews don Mario Cornioli, missionario fidei donum di origine italiana, dal 2009 in Terra Santa al servizio del Patriarcato Latino di Gerusalemme. Raccontando l’emergenza profughi, egli sottolinea “il dramma dei padri di famiglia, angosciati per il futuro dei figli”: molti di loro “sarebbero rimasti nelle terre di origine” nonostante lo Stato islamico, ma sono partiti “pensando alle nuove generazioni”. 
Don Mario, 45 anni, è il terzo e ultimo figlio maschio di una famiglia di Sansepolcro, in Toscana. Si è diplomato ragioniere nel 1989 e qualche anno più tardi, nel 1994, ha scoperto la sua vocazione e ha scelto di entrare in seminario. Il 6 aprile 2002 l’ordinazione sacerdotale nella cattedrale di Fiesole, seguita il giorno successivo dalla celebrazione della prima messa a Sansepolcro. Egli ha ricoperto per diversi anni l’incarico di parroco a Montevarchi (Arezzo), che lascia nel 2009 per rispondere a un desiderio missionario che lo porta a Betlemme, in Terra Santa. 
“In Giordania sono arrivato un anno fa - racconta il sacerdote - per contribuire all’opera di assistenza e aiuto di quanti sono fuggiti, nell’estate del 2014, da Mosul e dalla piana di Ninive con l’ascesa dello Stato islamico. Avevo sentito del loro dramma, ma solo vedendolo con i miei occhi ho colto la reale portata: vederli dormire ammassati in una stanza, con un solo bagno, era straziante. Vista l’emergenza, il patriarcato mi ha chiesto di adoperarmi all’opera di assistenza e aiuto”. 
Il sacerdote definisce “straordinaria” l’accoglienza della Giordania. Secondo fonti Onu, nel Paese vi sono almeno 635mila rifugiati; per Amman la cifra è ancora superiore: pari a 1,4 milioni, circa il 20% della popolazione. Di questi circa 130mila sono iracheni, oltre a 1 milione e 300 mila siriani, cui si devono aggiungere anche i profughi non registrati. 
Con l’approvazione della famiglia reale, la Chiesa giordana ha accolto 10mila cristiani irakeni, mobilitando la Caritas e le parrocchie; nessuna di queste famiglie immigrate ha mai vissuto nei campi profughi. Ancora oggi l’emergenza riguarda “l’affitto delle case, l’acquisto di medicine, il cibo”, oltre a cercare di dar loro “un piccolo impiego per racimolare un po’ di denaro”.
“È importante -
spiega don Mario - che possano guadagnare il pane con dignità, che riescano a impiegare il tempo perché è devastante restare chiusi in casa così a lungo senza fare nulla. Questa inattività è anche causa di gravi danni psicologici ed emotivi”.
Da qui i corsi di sartoria per le donne, falegnameria e panetteria per gli uomini, la piccola produzione artigianale con la vendita dei manufatti. Risposte ai bisogni immediati, anche se “la speranza di tutti i profughi è che possano finire le guerre, che la gente possa restare nelle proprie case, che le potenze mondiali smettano di perseguire i propri interessi sulla pelle dei più deboli”.
“Sono persone di una fede straordinaria - racconta il missionario - perché hanno perso tutti i beni materiali, ma hanno saputo mantenere viva la loro fede. Per me, per la mia opera sono una fonte inesauribile di arricchimento personale e di edificazione”. 
In questo contesto l’Anno giubilare della misericordia, indetto da papa Francesco, “si fa carne quotidiana, perché diventa la modalità di testimoniare la fede”. Una misericordia, aggiunge, che si manifesta “soprattutto con le opere, in Giordania come in Terra Santa, nei luoghi in cui ho sperimentato la missione, grazie anche al contributo di benefattori e amici in Italia. Fra i tanti una famiglia del nord, che ha destinato 10mila euro ai rifugiati, rinunciando per un po’ al progetto di costruirsi una nuova casa”. 
Oltre ai rifugiati irakeni, don Mario si è occupato di centri di accoglienza e attività caritative in Israele e Palestina dove ha svolto - e svolge tuttora - parte della missione. Nel tempo egli ha creato un legame “forte e speciale” con una “casa” per bambini portatori di handicap a Betlemme. Il centro, racconta, è nato nel 2005 grazie all’impegno delle suore del Verbo Incarnato e fin dagli esordi della missione “ho lavorato a stretto contatto con loro”. “Abbiamo accolto 26 bambini - prosegue - e oggi la sfida, e l’impegno, è creare una nuova struttura per fornire ambienti diversi a maschi e femmine che, nel frattempo, sono cresciuti e oggi non possono più condividere la stessa stanza”. 
Il centro per disabili è aperto e accoglie anche famiglie musulmane, che vedono “la testimonianza concreta della carità cristiana in queste opere - negli ospedali, nei luoghi di accoglienza, negli istituti educativi - e nel modo in cui essi vengono gestiti”. “Si tratta di gesti di carità, di misericordia e di testimonianza fondamentali - prosegue - anche e soprattutto per il nostro compito di annuncio della parola di Gesù. Non possiamo certo salire sui tetti delle case e gridare il Vangelo, ma possiamo vivere la nostra fede mettendola in pratica nel quotidiano, con le opere”. 
Nel tempo, queste attività hanno permesso anche la nascita di legami forti fra cristiani e musulmani, soprattutto in Terra Santa, in particolar modo a Betlemme e in alcuni centri minori della Palestina. “Attraverso le opere - racconta don Mario - i musulmani capiscono che abbiamo a cuore anche la loro vita, che non restiamo indifferenti davanti alle difficoltà; se, da un lato, predicare è più difficile, diventa molto più semplice vivere la fede nei gesti”. E nel tempo nascono anche “rapporti di unione molto belli”, come quelli “fra le suore che gestiscono il centro per disabili e le mamme musulmane. Le donne sono le prime ad abbattere le barriere, a creare ponti, a instaurare un clima di familiarità che negli uomini si trova con più difficoltà”. 
Infine, egli lancia un appello ai cristiani in Italia e in Occidente: “Venite in pellegrinaggio in Terra Santa - conclude don Mario - perché è il mezzo migliore per mantenere vivo il legame con questa terra e garantire un futuro alla presenza cristiana nella regione. Bisogna portare questo messaggio di unità, vicinanza e solidarietà visitando non solo le chiese, le basiliche, i luoghi santi, ma incontrando anche le persone, le ‘pietre vive’. A Betlemme è bello vedere il volto di Gesù bambino nello sguardo dei cristiani che vivono da secoli in questa terra”.

Leggi tutto!

This page is powered by Blogger. Isn't yours?