venerdì, settembre 23, 2016

 

La rinascita degli assiro-caldei

By Avvenire
Joseph Yacoub

(traduzione di Anna Maria Brogi)

Ma chi sa che esistono in Caucaso gli assiro-caldei? Chi sa che questi assiro-caldei, cristiani, adepti un tempo della Chiesa d’Oriente, cosiddetta nestoriana, conosciuti dai russi e dalla popolazioni locali con il nome comune di Aissori (Assiri), parlano ancora oggi l’aramaico (o siriaco), la lingua di Cristo, in queste regioni caucasiche così attrattive? Di solito, quando si parla di assiro-caldei, si pensa subito all’Iraq, alla Turchia, all’Iran, alla Siria, al Libano e alla diaspora. Ma la loro rotta russa e caucasica è in gran parte sconosciuta; e ancor più lo sono i loro legami con le Chiese russa, georgiana e armena. Nell’ambito del suo viaggio in Georgia e in Azerbaigian, da venerdì 30 settembre a domenica 2 ottobre, un evento importante avrà luogo nel primo giorno del viaggio di Francesco, nel tardo pomeriggio. Il Papa deve incontrare la locale comunità assiro-caldea a Tbilisi, capitale della Georgia, nella sua chiesa Mar Shimun (San Simone) Bar Sabbaé (328-341), che porta il nome di un antico catholicos- patriarca della Chiesa d’Oriente “nestoriana”.
Il merito del viaggio di papa Francesco in questa regione è di farli uscire dall’oblio e di attirare l’attenzione sulla loro sorte. Ma chi sono questi assiro-caldei di Georgia che il Papa incontrerà il 30 settembre? Si tratta di una comunità arrivata in diverse ondate. I primi migranti risalgono al 1770, altri al 1828 e molti vi si insediarono all’epoca del genocidio del 1915 provenienti da Iran e Turchia, in fuga dalle persecuzioni ottomane. Il loro insediamento in Caucaso fu tributario dell’espansione e delle conquiste territoriali russe a partire dal XVIII secolo e dei disordini frontalieri tra russo, turchi e persiani che ne seguirono. Questa storia fu costantemente segnata da privazioni, sofferenze ed esodo dalla Turchia ottomana e dall’Azerbaigian persiano. Dolorosi avvenimenti, fortemente presenti nella loro memoria.

Città cosmopolita e centro nevralgico del Caucaso, Tbilisi, capitale della Georgia, fu privilegiata come luogo di insediamento poiché offriva una protezione e possibilità di lavoro e di apertura al mondo. Gli assiro-caldei hanno conosciuto in successione la Russia zarista, un Caucaso sotto dominazione russa, l’Unione Sovietica e le indipendenze caucasiche dal 1990. A partire dal 1921, essendosi imposto il bolscevismo, le chiese sono progressivamente chiuse e le libertà represse. Durante il terrore staliniano subirono una feroce repressione e un certo numero di loro saranno deportati in Siberia e in Kazakistan. Oggi, con le indipendenze caucasiche e la nuova Russia, sono felici di ritrovare la libertà, riallacciano i contatti con i compatrioti della diaspora e imparano a sperare. Per conoscere meglio questa comunità, abbiamo intrapreso (con mia moglie Claire) diversi viaggi in quei paesi del Caucaso, incontrato i suoi membri e raccolto le loro testimonianze. Descrivendo la sua storia e le sue tradizioni, abbiamo così scoperto il suo vissuto tragico e le sue sofferenze passate, alle quali abbiamo dedicato un’opera [ Oubliés de tous. Les Assyro- Chaldéens du Caucase, edito da Cerf, ndr]. 
Stimati in settemila membri, sono presenti principalmente a Tbilisi, a Gardabani e a Dzveli Kanda, suddivisi tra la Chiesa caldea cattolica e la Chiesa assira d’Oriente. Dzveli Kanda possiede tre piccole chiese costruite man mano che arrivavano. A Gardabani adepti della Chiesa assira sono riusciti a trasmettere ai figli la loro lingua. Un’antica piccola cappella, Mar Oraham, è testimone della loro fede. Dopo decenni di rottura (1920-1980), abbandonati e senza pastori, dal 1982 si sono riallacciati i contatti con la Chiesa d’Oriente nei suoi rami assiro e caldeo. Per quanto riguarda la Chiesa caldea cattolica, il suo ritorno in Caucaso è iniziato nel 1996. La Chiesa caldea inviò allora un giovane prete, Benyamin Bet Yadegar, originario di Urmia (Iran), che raggiunse il suo posto a Tbilisi dove esercita da allora il suo ministero. Fin dall’inizio padre Benyamin si è dedicato a servire la comunità senza distinzione tra cattolici e non cattolici. 
E sabato 17 ottobre 2009 fu un gran giorno, che vide la consacrazione della nuova chiesa da parte del patriarca della Chiesa caldea, il cardinale Emmanuel III Delly, arrivato appositamente da Baghdad. I numerosi fedeli che erano convenuti erano talmente raggianti da non credere che quella fosse la loro chiesa e ripetevano «questa è la nostra casa». L’architettura babilonese di quella bella chiesa ricorda il paese, la Mesopotamia. Porta il nome del catholicos- patriarca Mar Shimoun Bar Sabbaé, che subì il martirio in Persia, sotto re Shapur II, il 14 aprile 341, giorno del Venerdì Santo. All’indomani della consacrazione, domenica 18, padre Bet Yadegar è stato promosso corepiscopo della Chiesa assiro-caldea di Georgia. Si assisté quello stesso giorno al primo battesimo e alla prima comunione di 22 tra bambini e bambine. Padre Bet Yadegar è dinamico e sviluppa diverse attività. La chiesa è un vero formicaio. Il Messale caldeo (1998) che contiene l’Anafora di Mar Addaï e Mari è in tre lingue: aramaico, georgiano e russo. Ha pubblicato anche manuali di insegnamento per principianti in lingua aramaica. L’ardore che il viaggio del Papa infonderà aiuterà questa comunità a ritrovare vigore e a restare nelle terre sulle quali è radicata da 250 anni, conservando la propria lingua madre, la propria fede e la propria liturgia, nonostante le difficoltà.

lunedì, settembre 28, 2009
By Baghdadhope*
Prima chiesa cattolica orientale in Georgia



venerdì, ottobre 23, 2009
By Baghdadhope*
Prima chiesa caldea in Georgia


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La guerra giusta

By Il Foglio
Matteo Matzuzzi

All’inizio di settembre, un gruppo di combattenti cristiani ha riconquistato il villaggio di Badanah, uno dei principali centri assiri occupati dagli squadroni califfali due estati fa, poco dopo la presa di Mosul. Il trionfo è stato documentato da video e foto postati su Facebook e a commentare la vittoria è stato Bahnam Abush, il comandante delle Unità di protezione della piana di Ninive, la meglio equipaggiata (e finanziata) della miriade di milizie cristiane che sul terreno contrastano gli avamposti dello Stato islamico, tentando la reconquista delle terre loro sottratte. La novità che Abush vuole sottolineare è che per la prima volta l’operazione dei suoi uomini è stata appoggiata dalle forze della coalizione, e cioè dagli Stati Uniti. Oggi, ha aggiunto, “aumenta la speranza che i cristiani rimarranno nella terra dei loro avi”.  
Alle Unità di protezione della piana di Ninive arrivano soldi dall’estero, le comunità assire in America, Australia ed Europa da tempo sostengono le milizie, con raccolte fondi e donazioni ragguardevoli. L’addestramento è continuo, giovani e meno giovani ogni mese raggiungono i campi dove si approntano le strategie da mettere in pratica sul terreno.
All’inizio, poco dopo l’arrivo dell’armata di Abu Bakr al Baghdadi, i volontari non avevano nulla: i più fortunati potevano contare su vecchie divise dell’esercito iracheno, fucili pochi e scadenti, nessuna idea su come fare la guerra, pur avendone viste tante. Oggi, secondo stime ufficiose, sono mille gli uomini sotto addestramento, forse duemila. Tante benedizioni dall’estero, poche in patria, soprattutto dalle alte gerarchie episcopali irachene. Un paradosso? Non secondo il Patriarca caldeo di Baghdad, Raphaël I Sako, che di milizie cristiane non vuole neanche sentire parlare. “Pensare che il nostro trionfo possa dipendere dalla creazione di fazioni armate isolate per combattere a difesa dei nostri diritti potrebbe condurre a un altro olocausto”, diceva all’inizio dell’anno, confermando invece pieno sostegno all’esercito regolare. E così la pensano anche tanti altri uomini ai vertici delle numerose chiese locali. Il timore non è solo quello delle rappresaglie in guerra, bensì delle cicatrici che una battaglia condotta da eserciti cristiani contro gruppi sunniti potrà lasciare nell’Iraq del domani.
Tutto vuole, la chiesa, meno che i liberatori di Ninive siano considerati dei crociati. Motivazioni che Abush rispedisce al mittente, spiega che l’unico nemico (comune) è lo Stato islamico e che l’appello a congiungersi sotto le insegne dell’esercito iracheno è inutile, visto che quell’esercito è perennemente sull’orlo del collasso. “Noi ci siamo uniti per combattere il terrorismo e Daesh e per liberare la nostra terra, proteggere la nostra dignità e il nostro onore”, ha detto Michael Rai Staef, reclutatore di Qaraqosh, altro centro occupato dai jihadisti. Unite, però, le milizie non lo sono, i gruppi maggiori (due su tutti) si contendono la supremazia, vantando chi l’appoggio occidentale, chi quello dei peshmerga curdi. Non tutti, però, nel clero si schierano contro le milizie, visto che nel febbraio di un anno fa, l’arcivescovo Youhanna Boutros Moshe, della chiesa siro-cattolica di Mosul, visitò uno dei campi di addestramento delle Unità di protezione della piana di Ninive, salutando e benedicendo i volontari, incoraggiandoli “ad andare avanti” e ricordando – a mero scopo motivazionale – che quella terra era loro “prima ancora di Cristo”.
Un distacco tra le milizie e le gerarchie però c’è, al punto da essere sorto un conflitto verbale tra lo stesso Sako e la Confederazione assira d’Europa, che al presule ha ricordato che non gli Stati Uniti bensì il legittimo governo iracheno sostiene le milizie della piana di Ninive: “Una partecipazione a guida assira è essenziale se si vuole che gli assiri tornino a Ninive, cosa che anche il patriarca dovrebbe augurarsi”. Sako non cambia idea, vede dietro le armi che riforniscono i combattenti il solito occidente, percepito come la causa primaria d’ogni sciagura mesopotamica. Sottigliezze e ragionamenti geopolitici non hanno respiro corto: le chiese cristiane – e anche la Santa Sede – alzano il muro e sfoderano le cifre, incontestabili: nel 2003, prima della caduta di Saddam Hussein, i cristiani erano un milione e mezzo. Oggi sono stimati tra i trecento e i quattrocentomila. Che poi il vecchio rais non fosse un paladino della democrazia e che le minoranze anziché tutelarle spesso le ricoprisse di gas letali, è un altro discorso. I cristiani si sono trovati in mezzo alle lotte intestine e furibonde tra sciiti e sunniti, comunità a loro volta divise da faide interne irrisolvibili.
Ecco perché non resta che un’opzione, l’esodo. Le chiese lo sanno e lo denunciano, vuoi con la vis araba dei patriarchi che gridano contro l’Europa che ammalia come una sirena i siriani e gli iracheni, convincendoli a rischiare la vita per trovare l’Eldorado sulle coste greche o siciliane, vuoi con la prudenza della diplomazia vaticana, presente nella regione con la capillare rete dei nunzi. Tutti, però, concordano su un punto: presto ci sarà la svolta, la grande battaglia per la riconquista di Mosul, il luogo simbolo predato dai jihadisti il 7 agosto del 2014, con le chiese profanate, le statue dei santi e della Madonna fatte a pezzi, gli altari ricoperti dalle nere bandiere dell’armata califfale, le campane gettate a terra. I monasteri rasi al suolo, le tombe prese a colpi di piccone. 
Agli abitanti, cristiani, dopo aver contrassegnato con la “n” di nazareno le loro abitazioni, furono date tre possibilità: convertirsi all’islam, pagare la jizya (cioè la tassa per i non musulmani), andarsene. Pena la morte. Il risultato è che tutti hanno lasciato la regione, tranne i vecchi e i malati o chi s’è rassegnato alla sciagura, quasi fosse un’incomprensibile punizione divina. Un esodo di circa centoventimila persone che “hanno scelto di mantenere la fede”, dicono dalle nunziature del vicino e medio oriente in contatto con il Vaticano, dove il dossier siro-iracheno è maneggiato con cura e grande delicatezza. Ma il quadro è chiaro e lo testimoniano le parole gravi che il cardinale Pietro Parolin, segretario di stato, ha pronunciato qualche giorno fa al Palazzo di vetro dell’Onu, intervenendo al summit per i rifugiati e i migranti, dove ha parlato di “persecuzione religiosa” che vede nei cristiani “di gran lunga il gruppo più perseguitato”. Al punto da leggere in diversi rapporti – citati dal porporato – che è in atto una “pulizia etnico-religiosa che Papa Francesco definisce una forma di genocidio”.
La battaglia di Mosul, più volte annunciata e rimandata, è lo spartiacque, almeno così recitano i bollettini diplomatici. Spazzare via gli squadroni di al Baghdadi dalla città significherebbe infliggere un colpo duro – se non letale – alla speranza di radicare un Califfato in terra irachena. Certo, rimarrebbe Raqqa, magari Aleppo. Ma l’Iraq sarebbe forse liberato, anche se non stabile. Battaglia, quella della piana di Ninive, che s’ha da fare. Le chiese lo dicono pubblicamente (anche quella cattolica), l’attacco è necessario e mai come in questo caso non vi sono remore. C’è chi invoca gli stivali sul terreno stranieri (magari contingenti arabi), c’è chi vuole affidarsi agli iracheni, chi guarda con ottimismo all’organizzazione dei curdi. Sull’obiettivo, tutti concordi. Anche con la consapevolezza che appena scatterà l’attacco si concretizzerà quel dramma umanitario annunciato, con centinaia di migliaia di sfollati e profughi (c’è chi parla di un milione), che premerebbero a ridosso del Kurdistan iracheno che già dà asilo a chi dalla piana di Ninive ha trovato lì riparo e salvezza. L’esodo è certo, i cristiani sono preparati alla nuova peregrinazione, consapevoli che questa è l’unica via per continuare a vivere nelle terre dei padri.
L’uso delle armi è contemplato, dopotutto l’operazione rientrerebbe nella cornice teorizzata dal Papa, e cioè la necessità di fermare l’aggressore ingiusto. E’ la “responsabilità di proteggere”, che lo stesso Parolin, nei suoi  interventi all’Onu più volte ha sottolineato, rimarcando il diritto di chi ha perso la casa di poter fare ritorno nella propria terra. Anche perché il timore maggiore è quello dello sradicamento delle comunità cristiane dal vicino e medio oriente, elemento che da sempre rappresenta il perno della stabilità politica e sociale. Si pensi alla Giordania, dove il re Abdallah teme – assieme ai possibili sconfinamenti dei jihadisti in rotta – il depopolamento cristiano. Molti se ne sono già andati, e il problema è che tra i primi a lasciare la Siria e l’Iraq si contano le “generazioni migliori e più preparate”, dicono i nunzi, e cioè coloro che avrebbero dovuto pensare alla ricostruzione quando il flagello sarà passato. Una presenza, quella cristiana, considerata fondamentale.
Chi non se n’è ancora andato dall’Iraq, resiste, aspetta, prega. “Niente espellerà la cristianità dal medio oriente, nonostante le difficoltà, fino a quando ci saranno cristiani decisi a rimanere nella propria terra d’origine, fieri della propria identità e della propria missione in questa parte del mondo”, assicura il Patriarca caldeo di Baghdad. Ed è proprio questo senso della missione che risalta, tra le tende degli immensi campi dove chi è fuggito dalla piana di Ninive ha trovato riparo. La tentazione di maledire Dio per aver perso tutto non c’è, anzi: ogni tenda adibita a cappella ha il suo tabernacolo, le messe sono affollate, “al rosario del martedì partecipano centinaia di persone, i giovani non si riescono neppure a contare”, diceva un vescovo latino, quasi incredulo dallo spessore e dalla forza di tale testimonianza. Lo si vede in Iraq, lo s’è visto ad Aleppo, dove il giorno dopo l’attentato alla cattedrale latina, con un razzo spedito sulla cupola durante la santa eucaristia, tra i banchi c’era più gente che ventiquattr’ore prima. Riprendere Mosul, a ogni costo, è l’ultima speranza, quella su cui fanno affidamento tutti per infliggere il colpo di grazia al “cancro”. S’attende il momento giusto, “entro la fine dell’anno”, dice con sicurezza chi ne sa.

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Lettera aperta del Direttore Monteduro ACS scrive dal Kurdistan ai Benefattori della Chiesa che soffre: per i Cristiani le cose cambiano, ma in peggio


Cari Benefattori,
vi scrivo mentre in auto attraverso le montagne del Kurdistan rientrando da Duhok ad Erbil. Come sapete ero già stato in Kurdistan tra i nostri fratelli cristiani lo scorso aprile, e come la volta scorsa vi sono tornato assieme a Mons. Cavina, Vescovo di Carpi. Come allora, anche in questo viaggio, saltiamo, letteralmente, da un campo profughi, nel quale sono ospitate prevalentemente famiglie cristiane ma anche yazide, ad un altro, da una casa, dove ha trovato accoglienza una delle migliaia di famiglie cristiane fuggite dalla violenza dell’Isis, ad un’altra, da una scuola o da una parrocchia ad un’altra… Vi assicuro, un ritmo di marcia molto impegnativo. Eppure nessuno avverte un benché minimo senso di stanchezza. Potremmo proseguire nel nostro cammino ancora per ore e ore. Non puoi avvertire alcuna spossatezza quando il tuo cuore incontra fratelli cristiani che, per la tua semplice presenza, ti abbracciano, si commuovono, gioiscono, e ti chiedono di pregare assieme. Sì, perché i Cristiani d’Iraq, nonostante la sofferenza, l’enorme dolore di aver visto la morte di persone amate, o l’esser stati costretti a lasciare la propria casa, non chiedono nulla. Ti esprimono soltanto la loro gratitudine per esser lì con loro.
A Manghesh, un piccolo villaggio a ridosso della grande città di Duhok e a pochissime decine di chilometri dalla prima linea dell’Isis, siamo stati ospitati per qualche minuto da una famiglia di Mosul. Per rendere indimenticabile il nostro incontro sarebbe stato sufficiente il loro racconto relativo alle ore in cui, senza poter prendere nulla dei loro effetti personali, furono obbligati a lasciare la propria casa e la città che aveva dato loro i natali. Ma scoprire che sono in attesa di capire quale sarà il futuro del nord dell’Iraq, nonostante la possibilità di partire per il Canada dove verrebbero ospitati dallo zio Vescovo, semplicemente perché quella è la loro terra, la terra che ha trasmesso loro la Fede cristiana, ti lascia privo di parole. Quanto mi piacerebbe potervi portare tutti qui! Quanto mi piacerebbe organizzare un volo speciale per tutti quegli attori delle comunità internazionale ed italiana che fanno della tutela delle minoranze e della libertà religiosa il loro quotidiano slogan!
Ma non posso non aggiungere un’opinione condivisa dallo stesso Mons. Cavina: tornare nel Kurdistan iracheno dopo poco meno di sei mesi ha suscitato in noi una preoccupazione e un’angoscia maggiori rispetto alla prima volta. Non riusciamo infatti a vedere alcun futuro per questa comunità in Iraq. Da aprile a settembre non è cambiato nulla, anzi qualcosa è mutato, ma in peggio. Sono diminuiti i Cristiani, avendo in tanti preferito lasciare l’Iraq; inoltre le strutture che nei campi li accolgono sono andate deteriorandosi, anche se non gravemente per fortuna, il che è inevitabile in una regione che ad agosto vede la temperatura toccare i 60 gradi. Il punto è che nonostante tutto sono ancora 100.000 (centomila) i Cristiani rifugiati in quell’area.
E allora che fare? Non abbiamo alternative, dobbiamo continuare ad aiutarli. Ciascuno di noi, come sempre, farà quello che potrà, ma se ai Cristiani d’Iraq verrà a mancare la nostra vicinanza, resterà loro sempre la Fede. Noi, invece, avremo perso tutto. Con mia personale commozione, mentre il buio cala su di un collinare paesaggio curdo, Vi abbraccio e Vi saluto fraternamente,

Alessandro Monteduro
Direttore di ACS-Italia
Erbil, 22 settembre 2016

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Il Patriarca Sako al Sinodo caldeo: la cultura digitale aggrava la nostra crisi spirituale

By Fides

La situazione pastorale, amministrativa e finanziaria della Chiesa caldea è piena di “ombre”, e tra esse c'è l'auto-ripiegamento sui propri interessi, che indica come “la crisi motivazionale e spirituale è stata aumentata al massimo, con la diffusione della cultura digitale”. E' una considerazione carica di implicazioni, e applicabile a tutti i contesti, quella espressa dal Patriarca caldeo Louis Raphael I Sako nella relazione con cui ieri, giovedì 22 settembre, ha aperto i lavori dell'annuale Sinodo dei Vescovi caldei, in corso in questi giorni ad Ankawa, sobborgo a maggioranza cristiana di Erbil, la capitale della Regione autonoma del Kurdistan iracheno. Invece di esaltare aprioristicamente come positiva la rete digitale, il Patriarca ha notato come i social media siano diventati strumento privilegiato per alimentare soprattutto polemiche e accuse contro e dentro la Chiesa, secondo “agende” pilotate da cordate e gruppi di ineresse.
Nel suo intervento, pervenuto all'Agenzia Fides, il Patriarca ha delineato le tante ombre ma anche le significative luci che segnano la condizione della Chiesa caldea nel tempo presente, caratterizzato dalla situazione di violenza, settarismo e instabilità politica che continua a affliggere da anni il popolo iracheno. Tra i fattori di crisi e disagio relativi alla dimensione pastorale, il Primate della Chiesa caldea ha accennato anche al caos provocato da preti e religiosi che negli ultimi anni lasciavano la propria diocesi o il proprio monastero senza il consenso dei superiori, emigrando all'estero - spesso portando con sé le proprie famiglie di provenienza – per approfittare di condizioni di vita più comode. Il perpetuarsi di questo fenomeno – ha sottolineato il Patriarca – manifesta anche l'inadeguata formazione ricevuta da queste persone.
A tale proposito, il Patriarca ha auspicato che si moltiplichino le occasioni per fornire ai sacerdoti iracheni criteri di guida e discernimento spirituale, anche atraverso incontri e scambi di visite con sacerdoti e formatori che vivono e operano in altri Paesi. Riguardo all'aspetto finanziario, il Patriarca ha denunciato gli episodi di “corruzione finanziaria e amministrativa” che hanno coinvolto parrocchie e istituzioni ecclesiali. Sul fronte dell'aiuto ai rigufiati, il Patriarca ha rimarcato la differenza tra le parrocchie che hanno fatto “un lavoro enorme per aiutare tutte le famiglie sfollate, senza alcuna discriminazione”, e quelle che “non hanno prestato attenzione” a questo problema. 

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Chaldean Bishops Commence the 2016 Synod

By Chaldean Patriarchate



His Beatitude Patriarch Louis Raphael Sako led the opening ceremony of the annual Synod on Thursday, September 22, 2016 at the Patriarchate summer headquarters in Ankawa, Erbil. The only absentee was Bishop Sarhad Jammo (Emeritus Bishop of St. Peter the Apostle Diocese, in San Diego, United States. H. B. Patriarch Sako has expressed regret for Bishop Jammo’s absence in the process of choosing his successor and wished him a good health. 
The participants started their day with a Mass, celebrated by H. B. Patriarch Sako, who thanked them for taking the time to travel long distances in order to participate in this important assembly. Also, urged them to fully assume their responsibilities and keep the Synod in their prayers.
The first session started with a reflection on John (21 / 15-24) presented by Bishop Antoine Audo, followed by the speech (below) of H.B. Patriarch Sako:

Synod 2016 Opening Speech

Patriarch Louis Raphael Sako 
 

Excellencies,

At the beginning, I would like to welcome you and appreciate your participation in this annual meeting. I also invite each one of you; to acknowledge honesty to God, Church, and his own conscience; and to be trustworthy, responsible as well as authentic through dialogues, discussions, and in voting process for making decisions. 
I hope that the convening of this Synod, which is the 4th for me as a Patriarch, will contribute to enhance the mutual cooperation among us in order to build the Chaldean church (i.e. the home we share), and strengthening its’ foundation to stand firm against the numerous challenges; pursue opportunities to provide the required spiritual support to steadfast the Christian faith of our people and easing their burden of the current “harsh” reality; to renew the perseverance of supporting the church's role in establishing a culture of love, peace, reconciliation and cooperation; and emphasize on everyone's right to a full citizenship in our “oppressed” country.

As we thank God for all what has been achieved so far, we believe that success is a common goal for all of us and will not be realized without unity and undivided agreement. As we know, the Chaldean Church is not the Patriarch alone and we all bear the responsibility of the failure and accomplishments. Therefore, we must be a “cohesive” team of bishops working hard together, in a way that goes parallel to our changeable circumstances in order to serve our church, country and parishioners all over the world. We ask our Lord to grant us the grace and wisdom so as to be fully dedicated to such a holy mission. On the other hand, I would like to assure you a perfect openness to your constructive thoughts and the willingness to discuss it with extreme transparency in order to reach a common vision within a legal framework.

For the time being, we should pin down together some areas of shade and light spots in our reality:

1. Areas of Shade
•    Administrative and Financial Affairs: despite all the effort, cooperation and advice, the Patriarchate legacy inherited is still casting its’ shadow on the administrative, financial and pastoral affairs. Several factors contributed to this negative outcome, including; the leadership weakness in taking full responsibility of administrative, legal, systematic and pastoral concerns; the lack of highly qualified experts; the focus on self-interest, which indicates that the motivational and spiritual crisis has been maximized with the spread of digital culture; the third factor is the chaos caused by some priests and monks who departed their dioceses and monasteries. The continuation of such “phenomenon” is due to inadequacies in the upbringing / forming of these individuals spiritually as well as the way they were raised up in their families. However, in order to adjust the situation we began to provide guidance for the priests through organizing sustainable forming retreats, meetings, lectures, etc. It might be worthwhile to think about the possibility of opening the doors for the exchange of visits between the priests inside the country and their counterparts abroad, so as to allow sharing of experiences and the Iraqi priests of the center would not feel that they are carrying the burden of hardship and sufferings alone.

•    Dioceses: There are some sluggish and inactive dioceses suffering from the absence of institutional and organized pastoral work, compared to the activities of the “incoming” Christian groups!! Some parishes do not have any theological courses or Bible studies to educate the faithful and legally considered negligent for the lack of Diocese board, committees and financial officer. There are signals of what is commonly known as financial and administrative corruption. I would mention here what happened in the Patriarchate diocese and other parishes as an example. Such matters should be reconsidered and systematized transparently.

•    Rituals: Each Diocese had adopted its’ own liturgy without paying any attention to genuineness and updating. Additionally, the spontaneous translations and imposing a personal or local dialect on all parish churches have created sort of confusion. This is unacceptable at all.

•    The Dilemma of Displaced Christians: The displacement of Christians from their towns and homes was very painful and has preoccupied most of our time (as if what we had was not enough). Yet, it must be emphasized that the Chaldean Church, in general, has done a tremendous job in assisting all the displaced families, without discrimination. Even though, some parishes did very well in this aspect, while others did not pay any attention to it. Therefore, I very much appreciate everyone who lends a helping hand to the displaced people, and they are many. Moreover, the Church has extended its full potential to stand by these families spiritually and morally, by making a great effort to deliver the suffering voices of her faithful to the international bodies / organizations and church forums around the world.

•    Outflow of Immigration: In spite of the biggest challenge of the immigration “hemorrhage” and the fact that we are unfairly pressured, we have tried to remain firm and plan for the future with hope and confidence. This situation obliges us to coordinate our work together and to harmonize our speeches. Besides, this deployment of our faithful all over the world requires us to send priests to serve them, which is not doable currently, due to the shortage of priests and the time needed to prepare them culturally, socially and linguistically, for the new locations!

•    Unlimited Freedom in Using the Internet: We have been frequently mistreated through different channels of social media by people from inside the country and abroad. Such damage is controlled / guided by certain political and non-Christian agendas, which is not precisely a freedom of expression, but is rather a declared “agenda” aiming against the Church and in particular the Chaldean Church!


2.    Lights:
•    Financial and Administrative Affairs: We worked hard to adjust things, activate the law and regain control on the Patriarchate finance. We also follow-up on the priests’ issues, and unified the ritual prayers as much as possible. May God bless us during this Synod to improve it.

•    Pastoral Affairs: We visited most of the parishes and listened eagerly to the views of priests and faithful. We did our best to help the needy at home and abroad in spite of our limited and modest budget.

•    Social and Political Affairs: During the past four years we directed our effort enthusiastically to reinforce the presence of the Chaldean Church in the Iraqi, ecumenical and global forums, bodies, etc. This was achieved by; participating at different international conferences; meetings with officials at both the Iraqi Central Government and the Kurdistan Regional Government (KRG); exchanging visits with the religious authorities, who are powerful and influential; strengthening relations with foreign ambassadors and envoys of decision making countries as well as the officials at the United Nations.

•    Media Affairs: In this regard, we achieved the following: Activating the Patriarchate's website; and supporting the continuity of issuing two major Iraqi Christian magazines (namely, Star of the East and Mesopotamia) in addition to publishing several books, in spite of our limited physical and technical facilities. Our ambition is to have the “first Iraqi Christian” radio and television station in the near future.

•    Cultural Affairs: We established the Chaldean League to highlight the cultural and national identity of the Chaldean component around the world, away from the political themes. It was vital to have such an inclusive association, especially at this time to encompass all Chaldeans and help them to face the ongoing “risky” geopolitical change. With that said, we should think seriously and be prepared to answer the following question: In case ISIS is defeated, what would be our role in Nineveh plain? 

•    In conclusion: I repeat that the dramatic developments that have occurred in our country and the region, are forcing us to work diligently together as one team, to maintain the cultural, social, ecclesiastical and political existence through continuity and coordination.

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Iraqi Catholic Church in U.S. Torn by Immigration Efforts


The backyard gathering was part Catholic Mass, part rebellion.
The priest, an Iraqi immigrant, had been kicked out of the local church. Parishioners had been warned by local church leaders not to worship with him. Yet 50 people sat in makeshift pews behind a home east of San Diego in a show of opposition to church officials urging Christians to stay in Iraq, where their numbers are dwindling.
“There is no future for Christians in Iraq,” said Bahaa Gandor, a 31-year-old who fled the country in 2010. “We have to bring them here.”

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The Chaldean Catholic Church, a nearly 2,000-year-old branch of Christianity based in Iraq, is at war with itself over how to ensure its survival. And the dispute is threatening to fracture this ancient faith.
Some Chaldeans in the U.S. have been scrambling to help Christians escape Iraq, where they are being targeted and killed by Islamic State. But that work has put them in conflict with top church officials in Baghdad who say Chaldeans must stay and help preserve Christianity in the Middle East.
Tensions between Baghdad and the Chaldean diaspora have reached a breaking point in El Cajon, where many Chaldeans have settled.
Father Noel Gorgis, a priest who has spent much of the past two years lobbying the U.S. to accept more Iraqi Christian refugees, was expelled from his post at the church here in July. A longtime bishop, another advocate for Iraqi refugees, has also been forced to retire.
The changes have rocked the large Chaldean community in El Cajon, and some here have entered a quiet revolt against church hierarchy.
They have begun holding what they call “underground Masses” with Father Gorgis at homes in the area. Some are even floating the possibility of starting their own church, based in the U.S., where they say they are better able to preserve their language and their culture than in Iraq.
“What’s our relationship with Iraq? We’re American,” said Father Gorgis, who fled Iraq in the early 1990s during the Gulf War. “We can have our own church here.”
He quickly added: “That’s not our goal. We want to keep our heritage.”
Since the U.S. invaded Iraq in 2003, the Chaldean population has been steadily shifting away from its homeland. There are now around 400,000 Christians in Iraq, down from 1.4 million in before the invasion, according to church officials. Secretary of State John Kerry has called the attacks on Christians in Iraq genocide.
Meanwhile, the Chaldean population in the U.S. has ballooned to more than 250,000, mostly around Detroit and San Diego.
The exodus has been a growing concern for Patriarch Louis Raphaël I Sako, the leader of the Chaldean church, an Eastern Rite Catholic Church that answers to the pope in Rome.
“This is our land,” he said in an email to The Wall Street Journal from Iraq. “If we leave, everything will leave with us, and little by little will be dissolved [by] assimilation in new societies.”
In a letter to bishops in May, which was obtained by the Journal, Patriarch Sako wrote, “Priests should not be allowed to give any official statements encouraging other priests to immigrate.”
“We must sacrifice a few priests in order to maintain the rest,” he wrote. “We are already running short on priests.”
He said via email that Father Gorgis has been removed because he criticized his superiors and the church itself.
Father Gorgis’s supporters said the real reason he was dismissed from the church is clear.
“It was about the refugees,” said Mark Arabo, an activist in the Chaldean community here who worked with Father Gorgis on obtaining visas for Iraqi Christians, through their organization Minority Humanitarian Foundation, a non-profit advocacy group for Christian refugees. “It was because of his help for the most vulnerable in Iraq.”
In recent months, Masses at the St. Peter Chaldean Catholic Cathedral here are still mostly full, but frustration is widespread, said Father Michael J. Bazzi, who remains at the church.
Father Gorgis has become a symbol of that frustration with Baghdad, which also has imposed changes to the liturgy at the church here.
The recent service in Father Gorgis’s backyard largely resembled a traditional Chaldean Mass: He spoke in a dialect of Aramaic, a language that Chaldeans have used for two millennia, and offered communion using wafers that someone had pilfered from the church.
Wasan Jarbo, who left Iraq 40 years ago, said she didn’t want to break with the Chaldean church in Iraq—and has continued to also attend Mass at the cathedral—but wouldn’t rule out a split.
“Here is where we have to preserve our identity, our liturgy, our language,” Ms. Jarbo, 56, said, adding that the Chaldean community had started a language school, seminary and monastery here. “I love my country, but we cannot practice our faith freely there. There’s a genocide.”
Still, pieces of Americana were apparent at Father Gorgis’s Mass. The younger attendees chatted in English before the service—not all of the second-generation immigrants could speak Aramaic. Bible verses were read in English, as well. A refrigerator was stocked with cans of Budweiser that had “America” emblazoned across them.
Michael O. Emerson, a sociology professor at Rice University who studies religion and ethnicity, said distinctive religious practice can be maintained in diaspora. But the traditions shift—and language fades—in a new environment.
“Religion and culture are so impacted by the surroundings,” he said. “By the third generation, it’s just so hard to preserve what it was like it in a different environment.”
Bishop Ibrahim N. Ibrahim, a retired Chaldean bishop based in the Detroit area, has sometimes acted as a spokesman for Patriarch Sako in the U.S., including on the importance of maintaining Christendom in Iraq. But Bishop Ibrahim now believes Chaldeans can survive only in the U.S.
“Even the Chaldeans in Iraq feel it,” he said. “If we’re saying it, it’s because we hear it from them.”

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giovedì, settembre 22, 2016

 

Una nuova comunità dei domenicani tra i profughi di Mosul

By La Stampa Vatican Insider
Giorgio bernardelli

Per secoli sono stati uno dei volti più significativi della presenza cristiana a Mosul. Fino all’estate del 2014, quando la conquista da parte dell’Isis ha costretto anche i domenicani ad abbandonare la grande città del nord dell’Iraq. Poi - nella primavera scorsa - era arrivato l’ulteriore sfregio: le immagini della loro chiesa fatta saltare in aria con la dinamite dagli uomini del sedicente Califfato, con l’intenzione di cancellarne persino la memoria

Ma quell’atto di violenza non è stato l’ultima parola; nonostante le sofferenze di questi due anni, infatti, c’è una nuova comunità dei domenicani che sta nascendo proprio in questi giorni nel nord dell’Iraq. Succede nel Kurdistan, ad Ankawa, il quartiere di Erbil dove vive la maggior parte dei cristiani fuggiti da Mosul. A darne notizia è il sito dell’Oeuvre d’Orient, storico organismo francese al servizio delle Chiese del Medio Oriente, che ha intervistato padre Youssef Majid, il religioso originario di Baghdad a cui l’ordine ha dato il compito di far partire questa nuova presenza.
«Sto iniziando una nuova missione - racconta nell’intervista al sito francese padre Youssef -. Per adesso insegno nella facoltà di teologia, ma ci apprestiamo a fondare una nuova comunità. Saremo quattro frati, vivremo insieme alla gente: saremo là per insegnare, per predicare, guidare ritiri, preparare i fidanzati al matrimonio, assicurare la Messa quotidiana. Vogliamo stare con le famiglie e con i poveri, per annunciare la tenerezza e la misericordia di Dio».
Padre Majid viene dalla comunità domenicana di Baghdad, dove era tornato nel 2010 dopo gli studi teologici a Lille e in Canada. Nella comunità latina della capitale irachena era il vicario per la pastorale giovanile (ha accompagnato anche un gruppo di 200 giovani iracheni alla Gmg di Cracovia). Ora - spiega - ad Ankawa è chiamato «a ricominciare la nostra missione, con entusiasmo».
È un segno importante per l’ordine fondato da san Domenico, che ha radici molto antiche in questa regione ed è storicamente il volto più conosciuto della comunità di rito latino dell’Iraq. I primi domenicani arrivarono già all’epoca delle Crociate, nel XIII secolo, stabilendo il loro convento proprio a Mosul. Fu una presenza che durò poco: nel 1291 - con la sconfitta dei crociati - l’intera comunità subì il martirio. Cinque secoli dopo, però, papa Benedetto XIV volle ricominciare quella storia: nel 1750 inviò di nuovo i domenicani a Mosul e da allora vi erano sempre rimasti. Un’altra loro comunità poi era cresciuta a Qaraqosh, sempre nella Piana di Ninive, anche questa spazzata via nell’estate 2014 dall’assalto dell’Isis.
Ora la rinascita ad Ankawa che - specifica padre Majid - è pensata nel segno di quell’unità tra confessioni e riti che la sofferenza di questi anni ha alimentato. Ed è una rinascita che giunge proprio nelle settimane in cui in Iraq si discute molto sull’annunciata campagna per la liberazione di Mosul e sui reali spazi per un pluralismo religioso autentico nel dopo-Isis. Proprio il futuro della Piana di Ninive sarà uno dei temi al centro del Sinodo della Chiesa caldea che si aprirà domani a Erbil. Un Sinodo preceduto nei giorni scorsi dall’ordinazione di due nuovi sacerdoti, uno dei quali - Marti Baani, 26 anni – è anche lui un esule della Piana di Ninive. «Segno di speranza in questo tempo di crisi», lo ha definito il patriarca caldeo Luis Raphael Sako. 

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Interview du frère Youssef Majid, dominicain à Bagdad


Frère Youssef Majid est dominicain en Irak. En mission à Bagdad depuis 2010, il s'en ira dans quelques semaines auprès des réfugiés dans la périphérie d'Erbil à Ankawa. Là, les dominicains veulent en effet fonder une nouvelle communauté après avoir été chassé de plusieurs villes par le groupe terroriste Daech. Interview.

Je suis le frère Youssef Majid, un frère dominicain. Depuis 2001, j’ai fait ma profession dans l’Ordre des prêcheurs. Je suis né à Bagdad, dans une famille catholique très pratiquante. C’est une joie pour moi d’avoir reçu ce don de la foi depuis la naissance, c’est une grâce. J’ai poursuivi mes études en Irak, puis j’ai effectué le service militaire et j’ai travaillé un peu. Ce n’est que plus tard que j’ai fréquenté le couvent des Dominicains à Bagdad. Ensuite, j’ai suivi des études théologiques à Lille et je suis allé au Canada pour réaliser ma maîtrise de théologie. J’ai été ordonné prêtre en France à la cathédrale de Strasbourg. Depuis 2010, le Provincial m’a envoyé à Bagdad pour être au couvent avec les frères et surtout pour prêcher.
Quelle était votre mission à Bagdad ?
Ma mission était de travailler et d’être avec les frères (ndlr. Ils sont 4 frères à Bagdad). Nous avons une revue qui existe depuis plus de 50 ans -- la « pensée chrétienne » -- ; j’y travaillais à la rédaction des articles.
Quand je suis arrivé à Bagdad, j’ai été nommé Vicaire épiscopal général pour la mission jeunesse et pour l’éducation de la foi. J’étais aussi membre d’une communauté œcuménique pour refaire le livre de catéchèse pour les icônes de l’État. Nous avons travaillé sur ce projet pendant plus de trois ans. Nous avons élaboré plus de douze livres pour l’école primaire et le secondaire. C’était un travail extraordinaire que je considère comme un miracle pour l’Église en Irak, car nous sommes attaqués par la « maladie du confessionnalisme ». Le fait de travailler avec les frères des autres confessions comme orthodoxes, assyriens… et être d’accord pour faire un livre n’était pas une chose facile mais nous avons tout de même réussi.
En quoi va consister votre nouvelle mission ?
Je commence une nouvelle mission à Ankawa dans la périphérie d’Erbil. Ankawa est une ville où se trouve de nombreux chrétiens, et il est probable que je sois aussi auprès des réfugiés. Par ailleurs j’enseigne à la faculté de théologie de la ville. Nous allons fonder une nouvelle communauté pour prêcher, être avec les familles, les pauvres ; pour manifester la tendresse et la miséricorde de Dieu.
Pourquoi vouloir créer une nouvelle mission ?
En Irak, notre présence dans la ville historique de Mossoul existait depuis 1750 avec l’arrivée des frères italiens (puis les frères français sont arrivés en 1855 et la mission a ensuite été poursuivie par les frères irakiens). Mais comme vous le savez, après l’arrivée de Daech en 2014, les chrétiens ont été chassés de Mossoul, donc c’est à ce moment que nous avons perdu notre présence historique dans la ville. Nous avions une petite maison à Qaraqosh mais la plaine de Ninive est également tombée aux mains de Daech, donc il ne nous reste rien. C’est pour cela qu’aujourd’hui nous devons recommencer la mission, avec beaucoup d’enthousiasme.
Nous vivons dans un pays où la situation est difficile ; les températures sont élevées, nous subissons des coupures d’électricité, la situation économique n’est pas bonne, la sécurité n’existe plus… mais Dieu est là pour nous sauver. Il faut vivre et continuer la mission. Pour moi, c’est l’Espérance.
Parlez-nous d’Ankawa…
Nous serons quatre frères. Il y a de nombreuses paroisses dont les Chaldéens, les Syriaques, les Orthodoxes, les Arméniens, les Assyriens etc… Je ne sais pas exactement combien de personnes cela regroupent. Les chrétiens d’Ankawa sont divisés en deux parties ; les habitants et ceux qui sont venus d’autres villes comme Bagdad ou Mossoul pour y trouver la sécurité. Nous nous occuperons de toutes ces personnes.
Les frères sont-ils déjà arrivés ?
Non pas encore, la mission commencera après le 20 septembre. Nous vivrons parmi la population, nous serons là pour enseigner, prêcher, faire des retraites, préparer les fiancés au mariage, assurer la messe quotidienne. L’Église en Irak suit le mouvement international et l’enseignement de Rome. Il y a de belles choses qui se passent malgré la situation. Les Irakiens sont très attachés à leurs paroisses.

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mercoledì, settembre 21, 2016

 

Germania: arcivescovo iracheno Warda lancia drammatico appello per i cristiani in Medio Oriente

By SIR

Una drammatica richiesta d’aiuto per la sopravvivenza dei cristiani in Medio Oriente è stata rivolta al popolo tedesco dall’arcivescovo cattolico caldeo iracheno di Erbil, mons. Bashar Warda.
“Si deve decidere entro il mese prossimo se, dopo 2000 anni di presenza in Iraq, il cristianesimo ha un futuro o si estinguerà, forse fatta eccezione per piccoli resti da museo”, ha detto l’arcivescovo del Kurdistan iracheno ieri a Fulda, ai partecipanti all’Assemblea plenaria della Conferenza episcopale tedesca. Il numero dei cristiani in Iraq è diminuito drasticamente da 1,4 milioni a neanche 300mila. Il presule caldeo ha ringraziato i cattolici tedeschi per il loro aiuto, che porta i cristiani in Iraq ad avere il maggiore sostegno finanziario tra tutti gli altri Paesi insieme. Il responsabile della commissione per la Chiesa mondiale e i migranti nella segreteria della Conferenza episcopale, Ulrich Pöner, ha detto che la Conferenza episcopale e le agenzie di carità e aiuto hanno stanziato per il 2015 circa 42 milioni di euro per gli interventi a favore dei cristiani in Medio oriente. Mons. Warda ha sottolineato che, grazie agli aiuti, si può cercare di dare nuove motivazioni ai cristiani in Iraq, affinché abbiano la forza di restare nelle loro case, invece di fuggire verso l’Europa: è necessario offrire sistemazioni dignitose, un’assistenza sanitaria di base e la costruzione di scuole per dare opportunità educative  e di creazione di lavoro.

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Iraqi Church eyes return to ancient homelands once ISIS is ousted from Mosul


Banking on support from Baghdad, Iraqi Church leaders have expressed hope that the country’s Christians could return to their ancient homelands on the Nineveh Plane once the region’s major city of Mosul is recaptured from ISIS.
Chaldean Catholic Patriarch Louis Raphael I Sako of Baghdad, head of the largest Christian community in Iraq, told international Catholic charity Aid to the Church in Need (ACN) that the return of faithful to Nineveh is crucial if the Church in Iraq is to survive long-term.
Neville Kyrke-Smith, national director of ACN-UK, who just returned from Erbil, the regional capital of Kurdish northern Iraq where the bulk of Iraqi Christians have found refuge, said bishops and lay Christian leaders were hopeful of Christians going back to their homes once “international protection” would be in place. 
“There are well-made plans for the liberation of Mosul and Nineveh, with precise plans to relocate displaced people,” Kyrke-Smith said, adding that “it is clear that the Church is making a strong case to re-claim its place in a region where, until 2014, there had been an unbroken Christian presence stretching back almost to the start of Christianity.”
Patriarch Sako explained that according to a plan the Church leaders have in hand “freeing Mosul and Nineveh from ISIS might be a glimmer of hope for native residents to return home,” provided there is “legal protection for them, and also granting them the necessary time to re-build trust with their [Muslim] neighbors. Failing that, he said, the exodus of Christians from Iraq will continue.
Iraq’s Christian population has plummeted from more than one million before the fall of President Saddam Hussein in 2003 to less than 250,000 today.
More than half of Christians still in Iraq are displaced from Mosul and the Nineveh and Plane. Kyrke-Smith said that “it is vital that Christianity which has been driven out from Nineveh towns and villages is given the chance to come back to life.”
Chaldean Archbishop Bashar Warda of Erbil, a key project partner delivering ACN emergency aid for displaced Christians, told ACN that “for nearly 2,000 years we Christians have been present on the Nineveh Plains and to return we need international protection.
“The Iraqi army needs to be a united force and the Peshmerga [Kurdish military] will help, with outside support,” he said, adding that “military action as well reconciliation work needs to be done. As Christians we have no involvement in violence, but we can help rebuild.”

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Ordinations in Ankawa convey to Iraqi Christians hope for the future

By Catholic News agency
Charles Mercier 

Two young men were ordained Catholic priests last Friday in Ankawa, Erbil, the capital of Iraqi Kurdistan, for the Chaldean Catholic Church. Louis Raphaël I Sako, Patriarch of Babylon, Archbishop of Baghdad, performed the rite and for his church called it “a great sign of hope in a time of great crisis.
The two are Joachim Sliwa and Martin Baani. Sliwa is in his late twenties, married with a young daughter, emigrated from Iraq to Germany ten years ago in his late teens, has served as a deacon in Munich, and is destined to serve dispersed Chaldean Catholics in Berlin.
Baani, 26, unmarried, became an internally displaced person when Karamles, his hometown several miles southeast of Mosul, fell to ISIS on August 6, 2014, escaping with only clothes, passport, and the Blessed Sacrament he rescued from his church.
Baani’s family emigrated to San Diego, and Martin was invited to stay with them and be ordained in the Chaldean diocese there. But he returned to Iraq and has become the face of Christian internally displaced persons who want to stay, not emigrate, and recover and rebuild their Christian communities. Baani will now spend time in Baghdad for further training with the Patriarch and then expects to be assigned to Dohuk. He would wish to be pastor in a liberated Karamles.
The ordinations, conducted entirely in Aramaic, took place at 10 a.m. on Friday September 9 in the fresh, new, monumental, air-conditioned church of Our Lady of Perpetual Help in Ankawa. In attendance was a crowd of some 500, wearing clothing eastern and western. A youth choir of 20 in white sport shirts sang sacred songs to eastern melodies and rhythms, accompanied by synthesizer and oud. A group of 20 permanent deacons and acolytes of the archdiocese chanted liturgically. As the Patriarch presided, ecclesiastical dignitaries, bishops, cor bishops, Orthodox and Catholic, Chaldean and Syriac, populated the sanctuary, including Ramzi Garmou,
Chaldean archbishop of Tehran; Nicodemus Sharaf, Orthodox Syriac Metropolitan, whose cathedral is in Mosul, himself an internally displaced person; and, of course, the Chaldean Catholic archbishop of Ankawa, Bashar Warda. (I was visiting the archdiocese and attended the services as a guest of the archbishop.
The rite of ordination took place at the beginning of the service. Sako, smiling, anointed the ordinands’ hands. They received new stoles and were vested. The two new priests kissed the altar, kissed the baptismal font, embraced each other and then their own and one another’s families, who were weeping with both joy and sorrow. The newly ordained Joachim kissed his wife, pregnant with another child, who, by Chaldean rite rule, had signed her assent to his ordination as part of the liturgy.
The Liturgy of the Word then began at a lectern from which hangs a banner of the Jubilee of Mercy logo in Aramaic script. A family member read from Isaiah 11, “The Spirit of the Lord will rest on him.” Newly ordained Abouna Joachim chanted the Gospel from Luke 4, “Today this scripture is fulfilled in your hearing.”
Patriarch Sako preached, finding a sign of hope in these ordinations: we expect very soon, he said, the liberation of Mosul and the Nineveh plain. A priest gives up his life in service and these men are doing that, serving their church as their family. The bishop is a father and I offer the support of a father to you new priests.
Family members read petitions. The two new priests then concelebrated the Liturgy of the Eucharist with the patriarch and two other priests of the archdiocese and gave communion to the whole congregation.
Mass concluded, Abouna Martin spoke from the pulpit. He thanked God for the support of his family, the archdiocese of Mosul, and his spiritual mentor Abouna Thabet. We will return to a liberated Mosul, he said, and the church erupted in cheers and ululations. As the new priests processed out, people threw candy and confetti, applauded, cheered, most everyone weeping.
The Christians of Karamles fled together as a town and live together as a town in an internally displaced person encampment in Ankawa, which is where that night they held the celebration for Abouna Martin’s ordination. Food for hundreds was set on trestle tables in an open area; a band of young girls danced; a video slideshow of photographs of Martin’s life was projected on a big white wall; childhood friends wore photo t-shirts of Martin’s face. A scale model was built and displayed of the Karamles church of St. Barbara, making somehow present what internally displaced persons had left behind. The Christians of Karamles expect soon to move as a town into permanent housing, a new apartment building, McGivney House, now being built in the outskirts of Ankawa by the Knights of Columbus.
The church building of Our Lady of Perpetual Help is itself a statement of hope for permanent survival, consecrated two months ago, big enough for more than 600, brilliant in marble and other stones, with a dazzling icon of its patron on one side of the sanctuary, paired with one of Christ pantokrator. Its architect is Malik Kadifa, whose other recent projects for the Ankawa archdiocese are similarly gracious: the archdiocesan seminary St. Peter’s and the buildings of the nascent Catholic University in Erbil.
A cycle of huge mural paintings in the church of scenes from the life of the Virgin Mary includes the visit of the Magi, legendarily Chaldeans, and the finding of Jesus of the temple. Among the religious authorities Jesus teaches in that scene is a Catholic archbishop suspiciously similar in appearance to that of Ankawa.
The same church on the next night, Saturday, with Blessed Sacrament and altar removed, became a packed concert hall for Lebanese soprano Abeer Nehme, who sang sacred songs in Aramaic and Arabic in several Middle eastern styles as well as covering “I Believe” by the Bachelors in Aramaic. Ninety members of an archdiocesan young adult choir backed her for a few opening songs. Our faith is strong, we stand firm, she sang again and again. The crowd loved it. Archbishop Warda was proud. Attending the ordination and concert was among the activities of a British delegation of officials from UK Aid to the Church in Need, which has decisively supported Iraqi Christians from the earliest, desperate moments of 2014, and from British Parliament, including three MPs. Nehme turned to them from onstage and said in English, remember that Jesus was born in this part of world and spoke Aramaic. He did not have green eyes and blond hair.
The signs of Christian life in Ankawa like the ordination, the concert, the 18 Chaldean Catholic seminarians at St. Peter’s themselves on the path to ordination, the colored lights and illuminated crosses displayed everywhere in preparation for the festivity of the Holy Cross on September 14, are surprisingly vibrant and alive. You would not immediately guess if you did not know that this community includes residents of internally displaced person camps and is only a few miles away from war and genocide.
A member of the delegation, Mark Menzies, a Tory MP for Fylde, a Catholic, told me he was humbled by his experience of Ankawa’s Christians and realized anew how much in the West we take for granted the freedom to practice religion. Humbled also felt Jim Shannon, Democratic Unionist MP from Strangford in Northern Ireland, who joined the delegation with the intention of supporting Iraqi Christians as Chair of the All Party Parliamentary Group for International Freedom of Religion or Belief. A Baptist, he told me he was encouraged at the Catholic ordination by seeing so many young Iraqis on fire in the love of the Lord. An American is Counsel for the Ankawa archdiocese and Vice Chancellor for external affairs for nascent Catholic University, Stephen Rasche, a multitasking aide to Archbishop Warda. He often confronts the notion that Iraqi Christians are a lost cause, dinosaurs on their way to extinction. To him, in spite of many reasons for pessimism, ordination day in Ankawa was one among many vivid indications of their survival and rebirth.

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