mercoledì, marzo 29, 2017

 

Sarcelles (Francia) Galà di beneficenza a favore degli iracheni cristiani

By Baghdadhope*

Organizzato dal CSCI France (Comité de Soutien aux Chrétiens d'Irak) in partenariato con L'Œuvre d'Orient e con il patrocinio del presidente della repubblica francese François Hollande si svolgerà domani a Sarcelles, non lontano da Parigi, un galà benefico a favore degli iracheni cristiani: " L'Iraq, è la mia terra ed io rimango."
Al galà parteciperà il patriarca caldeo Mar Louis Raphael I Sako che, accompagnato dal vicario Mons. Basel Yaldo, è arrivato ieri a Parigi e che nei giorni a venire visiterà la comunità caldea di Francia celebrando una messa nella chiesa di San Giovanni Apostolo ad Arnouville e guidando la Via Crucis in quella di San Tommaso Apostolo a Sarcelles.


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IRAK – « de Qaraqosh au camp de Nishtiman a Erbil, témoignage d’humanité »


En Irak, à Erbil, nous avons recueilli le témoignage du docteur Rabia, ancien habitant de Qaraqosh et déplacé avec sa famille depuis près de 3 ans à cause de l'état islamique.

« On m’appelle Docteur Rabia du fait de mon diplôme de vétérinaire, j’ai une famille aimante et était un Irakien comme tant d’autres jusqu’en août 2014. Ma vie a basculé avec l’arrivée de l’Etat islamique dans la plaine de Ninive, pour le meilleur et pour le pire. Propriétaire d’une belle maison, je me suis retrouvé sans rien excepté ma voiture, avec des enfants à charge.
L’humiliation d’être un déplacé, la vue des familles dormant dans les jardins publics d’Erbil m’était insupportable. Ayant appris qu’un grand nombre d’appartements de l’immeuble Nishtiman, dans le centre-ville, étaient vides, j’ai négocié avec son propriétaire pour y établir des déplacés en quelques jours. Réalisant que le bâtiment Jihan Center, situé en face et appartenant au même propriétaire, était vide également, j’ai obtenu que nous nous y installions moyennant la rénovation du lieu. L’Œuvre d’Orient et le Centre de Crise du Ministère des Affaires Etrangères français ont fourni les finances et nous le savoir-faire technique et les bras disponibles : nous étions tous sans emploi ! Je me suis retrouvé chef de chantier improvisé durant les deux mois suivants et m’occupe actuellement d’assurer le bien-être de 400 familles en exil, soit quelque 2000 personnes.
Quand je réalise le chemin parcouru, à titre individuel et collectivement, je suis fier de ce que nous avons accompli. Ces épreuves m’ont fait réaliser la fragilité de mes richesses matérielles et l’importance d’être solidaires et dignes. Je n’ai rien fait de remarquable : tout cela est arrivé et j’ai réagi du mieux que je pouvais. La foi m’a aidé à garder confiance dans les moments de doute et à communiquer mon enthousiasme aux autres. Etre résilient fut et est toujours une nécessité et une évidence. Je porte d’ailleurs une croix toute simple, sans image de Jésus crucifié, afin de mettre en valeur l’espoir et la promesse de résurrection ».

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Saluto del Santo Padre Francesco al comitato permanente per il dialogo tra il Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso e le sovraintendenze irachene: sciita, sunnita e quella per cristiani, yazidi, sabei/mandei


Buongiorno! Vi saluto cordialmente e ringrazio per questa vostra visita e per la vostra presenza. Per me è un vero piacere questo incontro di dialogo e di fraternità. Tutti siamo fratelli, e dove c’è fratellanza c’è pace. Noi siamo figli di Dio, tutti. E noi, come ha detto Sua Eminenza [il Card. Jean-Louis Tauran] abbiamo un padre comune sulla terra: Abramo, e da quella prima “uscita” di Abramo, noi veniamo, fino ad oggi, tutti insieme. Noi siamo fratelli e, come fratelli, tutti diversi e tutti uguali, come le dita di una mano: cinque sono le dita, tutte dita, ma tutte diverse. Io ringrazio Dio, il Signore, che ci ha aiutato ad essere riuniti qui. Il vostro dialogo tra voi, la vostra visita è una vera ricchezza di fratellanza, e per questo è una strada verso la pace, di tutti. La pace del cuore, la pace delle famiglie, la pace dei Paesi, la pace del mondo. Chiedo a Dio onnipotente che benedica tutti voi, e a voi chiedo, per favore, di pregare per me. Grazie tante.

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Studio di ACS: per ricostruire le sole case private della Piana di Ninive necessari quasi 190 milioni di dollari


Quasi 12.000 abitazioni private nei villaggi cristiani della Piana di Ninive sono state danneggiate dall’ISIS. 669 residenze sono completamente distrutte. I costi della ricostruzione delle sole case private, ad esclusione quindi degli edifici di interesse collettivo, sono stimati in 186.378.689 dollari. Sono queste le prime conclusioni di uno studio intrapreso dalla fondazione Aiuto alla Chiesa che Soffre – Aid to the Church in Need.
Attualmente ad Erbil (Kurdistan iracheno) ci sono circa 14.000 famiglie fuggite dalla Piana di Ninive a causa dell’ISIS. Si tratta di circa 90.000 persone (erano 120.000 nel 2014). 12.000 famiglie sono ancora dipendenti dagli aiuti umanitari garantiti da ACS. A 1.500 nuclei familiari è stato chiesto se ora sia loro intenzione ritornare nei villaggi di origine. 1.308 famiglie hanno fornito una risposta al sondaggio: il 41% ha risposto affermativamente, mentre il 46% sta valutando tale ipotesi. Per avere un termine di confronto, si può citare un’altra ricerca condotta nello scorso novembre da ACS fra 5.762 rifugiati interni: allora solo il 3,3% degli intervistati era intenzionato a far ritorno nei villaggi natii. All’epoca infatti la sicurezza nelle regioni liberate era troppo precaria, e le operazioni militari erano ancora in corso.
Tornando ai contenuti dello studio più recente, il 57% degli intervistati ha riferito che le loro proprietà sono state saccheggiate, il 22% che le loro case sono state distrutte. Il resto potrebbe non essere nelle condizioni di fornire informazioni sullo stato attuale degli edifici. Il 25,5% ha riferito che i loro documenti di identità sono stati rubati dai terroristi del sedicente Stato Islamico.
Dopo aver quantificato i danni relativi alle abitazioni private, ACS, con l’ausilio di personale delle diocesi locali, sta procedendo alla valutazione degli edifici a destinazione pubblica quali scuole, cliniche e luoghi di culto.
“La fase di valutazione dei danni è quasi del tutto completata. Siamo pronti per quella operativa. Il progetto è veramente ambizioso: una sorta di “Piano Marshall” per far tornare alla vita i villaggi cristiani della Piana di Ninive. Da qui ai prossimi mesi ogni benefattore della Fondazione potrà porre una pietra per la ricostruzione. Aiutare i Cristiani iracheni a vivere in patria, come loro desiderano, rappresenta un atto concreto e costruttivo, realmente alla portata di tutti. Rappresenta la speranza che si imporrà sull’orrore prodotto dall’ISIS.”, ha commentato Alessandro Monteduro, Direttore di ACS-Italia.

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Iraq: padre Mekko (Mosul), “grazie Papa Francesco. Le sue parole ricordano al mondo la disperazione e la miseria in cui vivono sfollati e perseguitati”

By SIR

“Grazie Santo Padre! Tutto il popolo e i cristiani iracheni hanno bisogno delle parole e del sostegno del Papa. Ogni suo intervento è utile per far conoscere alla comunità internazionale la miseria e la disperazione in cui vivono le popolazioni sfollate, perseguitate, bombardate”. Lo ha detto al Sir il sacerdote caldeo padre Thabet Habeeb Mekko, originario di Mosul, commentando l’appello lanciato oggi da Papa Francesco durante l’udienza in piazza san Pietro, a favore delle “popolazioni civili intrappolate nei quartieri occidentali di Mosul e agli sfollati per causa della guerra”: “Nell’esprimere profondo dolore per le vittime del sanguinoso conflitto, rinnovo a tutti l’appello ad impegnarsi con tutte le forze nella protezione dei civili, quale obbligo imperativo ed urgente”. In piazza San Pietro era presente una delegazione di sovraintendenze irachene composta da rappresentanti di diversi gruppi religiosi, accompagnata dal card. Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso.
Da Karamles padre Mekko, che è uno dei due sacerdoti incaricati dal patriarca caldeo Mar Sako della ricostruzione dei villaggi caldei della Piana di Ninive, liberati dall’occupazione dell’Isis, si dice “colpito dalla vicinanza del Pontefice che esorta il mondo a ricordare la miseria di chi non può tornare perché la propria casa è stata incendiata o distrutta dai terroristi e dalle bombe. Il terrorismo non è finito, si combatte ancora a Mosul. La nostra speranza che le parole del Santo Padre possano essere un forte incoraggiamento al Governo iracheno e alla comunità internazionale perché adottino misure efficaci per contrastare la violenza terroristica. Non è più tempo di promesse”. Secondo uno studio condotto da Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs) sono “quasi 12.000 le abitazioni private nei villaggi cristiani della Piana di Ninive danneggiate dall’Isis; 669 quelle completamente distrutte. I costi della ricostruzione delle sole case private, a esclusione quindi degli edifici di interesse collettivo, sono stimati in 186.378.689 dollari. Attualmente ad Erbil (Kurdistan iracheno) ci sono circa 14.000 famiglie fuggite dalla Piana di Ninive a causa dell’Isis. Si tratta di circa 90.000 persone (erano 120.000 nel 2014). 12.000 famiglie sono ancora dipendenti dagli aiuti umanitari garantiti da Acs.

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Papa Francesco: appello per pace e protezione dei civili in Iraq, a partire da Mosul

By SIR

“Pregare affinché l’Iraq trovi nella riconciliazione e nell’armonia tra le sue diverse componenti etniche e religiose, la pace, l’unità e la prosperità”, e “impegnarsi con tutte le forze nella protezione dei civili, quale obbligo imperativo e urgente”, a partire dai quartieri occidentali di Mosul. È il doppio appello rivolto dal Papa, al termine dell’udienza, prima dei saluti ai fedeli di lingua italiana. “Sono lieto di salutare la delegazione di sovraintendenze irachene composta da rappresentanti di diversi gruppi religiosi, accompagnata da Sua Eminenza il Cardinale Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso”, ha esordito Francesco, che stamattina, prima dell’appuntamento con i fedeli in piazza San Pietro, ha ricevuto nell’Auletta Paolo VI i partecipanti alla riunione del Comitato permanente per il dialogo tra il Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso e le Sovrintendenze irachene. “La ricchezza della cara nazione irachena sta proprio in questo mosaico che rappresenta l’unità nella diversità, la forza nell’unione, la prosperità nell’armonia”, ha proseguito. Poi l’appello: “Cari fratelli, vi incoraggio ad andare avanti su questa strada e invito a pregare affinché l’Iraq trovi nella riconciliazione e nell’armonia tra le sue diverse componenti etniche e religiose, la pace, l’unità e la prosperità”. “Il mio pensiero va alle popolazioni civili intrappolate nei quartieri occidentali di Mosul e agli sfollati per causa della guerra, ai quali mi sento unito nella sofferenza, attraverso la preghiera e la vicinanza spirituale”, ha proseguito Francesco: “Nell’esprimere profondo dolore per le vittime del sanguinoso conflitto, rinnovo a tutti l’appello ad impegnarsi con tutte le forze nella protezione dei civili, quale obbligo imperativo ed urgente”.

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lunedì, marzo 27, 2017

 

‘Convert, leave, or die:’ Iraqi Christians and the dream to return to Mosul

By Al-Arabiya
Sonia Farid

In the summer of 2014, Mosul was for the first time in its history almost totally emptied of Christian civilians. More than 200,000 of Iraqi Christians, who make up the fourth largest indigenous Christian population in the Middle East, were forced to flee the city following invasion by ISIS whose leaders gave them the choice to convert, leave, or die then seized their houses and burnt their churches. It was only recently that the Christians of Iraq started harboring hopes of returning to their homes as Iraqi forces managed to reclaim the city, which was home to one of the world’s most ancient Christian communities.
Reverend Daniel al-Khari, a Chaldean priest who oversees a Christian refugee camp in Erbil in Iraqi Kurdistan where large numbers of Christians fled, argued that ISIS’s departure from Mosul makes it possible to return, yet not safe. According to him, it is not about ISIS’s physical presence as much the culture the group managed to nurture in the city. “We can go back but it is a question of safety. We are dealing with a new generation bred by ISIS - they have a radical anti-Christian viewpoint and so it would be really hard to go back,” he said, arguing that with the spread of fanaticism he doubts that Muslim and Christian communities can co-exist. Al-Khari particularly referred to ISIS’s recruitment and radicalization of children, who came to be labeled “caliphate cubs” and were instructed to walk around the city armed with knives and guns. “It would be very hard for children here and children in Mosul to get together,” he added. “We really need to work with the children in Mosul to change what ISIS has implanted there.” 

Long before ISIS

Romeo Hakari, head of Assyrian Christian political part Bait al-Nahrain, said that the threat to the existence of the Christian community in Iraq started long before ISIS, particularly with the 2003 US invasion of the country. Hakari blames Western countries for encouraging Iraqi Christians to settle outside Iraq instead of supporting them to rebuild their homes and churches and defend themselves. “European embassies in Iraq, especially the French and German embassies, have facilitated the migration of our people,” he said, adding the leaders of the Iraqi Christian communities are holding meetings with EU and US officials to demonstrate the downside of this approach. The Iraqi Christian Relief Council, on the other hand, said that Christians, estimated at 1.5 million before the US invasion, were subjected to systematic persecution as part of the sectarian violence that started in 2003 and continued with the emergence of ISIS so that now the Christian population has decreased by almost 80%. 
While admitting that Christians in Iraq were victims of the sectarian conflict the followed US invasion, Joel Velkamp traces their persecution back to the era of Saddam Hussein. According to Velkamp, Hussein used his war with Iran as a pretext for getting rid of as many Assyrian Christians as possible since he felt threatened by their affirmation of their non-Arab identity. “Assyrian Christians found themselves drafted for the war more often than other groups. 40,000 of them never returned from the battlefields,” he wrote, adding that during his war on Kurds Hussein also destroyed 120 Assyrian villages and killed over a thousand Christians, including priests, which drove Christians to flee the country.

Different factions

Iraqi writer Gawhar Audish argues that another problem that would hinder the resettlement of Christians in their hometowns is the current conflict between different Christian factions. “There are several armed Christian groups in the Nineveh plain and each is fighting for its own agenda and I wonder how they’re capable of doing so at such a critical time when they should unite to liberate their towns from ISIS,” he wrote. Audish cited the struggle between the Babylon Brigades and the Syriac Democratic Union as well as attempts by the Nineveh Plain Protection Units, founded by the Assyrian Democratic Movement, at monopolizing power in Christian areas. Audish called the conflict between Christian factions one in which “dwarfs” fight over “leftovers.” 
Several Iraqi Christian figures accused the state-sponsored Popular Mobilization Forces of arming warring factions, thus intensifying the conflict. “The struggle for power in Christian areas led the Chaldean Babylon Brigade to storm the headquarters of the Syriac Union in southern Mosul and abduct the leader of the Syriac Eagles Battalion,” said activist Haithan Bakou. Writer Caesar Hermes said that several Christian militias are vying for power in the Nineveh plain. “Examples include Lions of Babylon, Babylon Brigades, the Syriac Children Squadron, Syriac Eagles, and Nineveh Plain Protection Units,” he said, warning that the situation is bound to escalate if heads of different Iraqi churches do not take a unified stance against the conflict that “is bound to have graver consequences than the ISIS invasion,” as he put it. 
A sizable number of Christians, however, seem to be quite hopeful, which was demonstrated in their return to several liberated parts and the cross they raised on top of a hill outside Mosul as they cheered “Victory for those who chose faith and those who return.” According to the Chaldean Catholic Patriarch of Baghdad Luis Rafael Sako, the erection of this cross delivers a message to the whole world. “Our ancestors were buried in this pure land and we are going to remain to preserve them with all our might and for future generations,” he said. “It is a sincere and great call to return and rebuild.” Sako held the first Mass since the ISIS invasion and described it as “the first spark of light shining in all the cities of the Nineveh Plain since the darkness of ISIS” and reassured the congregation that they are finally back in their land.

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The Long Lent of Iraq’s Christians

By National Catholic Register
Edward Pentin

Rosaries and broken crucifixes strewn across the floor, upturned furniture and littered belongings greeted us as we entered the former rectory in Karemlash, an Iraqi Christian town liberated from the Islamic State (ISIS) last October.
The two-story house, only completed in 2012, had all the hallmarks of a place possessed, as though a demon had been unleashed to run right through it.
The sight was emblematic of the whole town.
Karemlash was once home to up to 10,000 mostly Chaldean Catholic inhabitants, but ISIS invaded and began to plunder it in August 2014, as part of its offensive that year.
The town was part of a daylong visit by a group, including this correspondent, March 18 to liberated areas.
It was arranged through Nasarean.org, a charity that aids persecuted Christians.(See related story.)
‘Demonic’ Destruction
Our first stop was Karemlash’s ancient St. George’s Cemetery, dating back to the sixth century. ISIS had desecrated it, leaving gaping holes where graves had been, broken tombstones, and a coffin sitting on the grass in the open air. One corpse, a Chaldean Church official told us, had even been exhumed and then beheaded.
The adjoining St. George’s Monastery was also ransacked, but relatively well-treated, although nothing but rubble was left of Dair Banat Maryam, a 13th-century convent connected to the monastery, which had once survived the Mongol invasion.
Karemlash itself was deserted, except for a few Christian militia guarding the town’s entry point and one or two locals returning to pick up whatever remains of their belongings.
The town’s now quiet and somewhat peaceful atmosphere was occasionally broken by the sound of military jets in the distance and the sporadic light thud of artillery, as the battle to liberate Mosul, just nine miles away, entered its final stages.
Everywhere, there was destruction and desecration. House after house was blackened by fire, if not altogether destroyed, and the owners’ possessions looted. Some properties, being filled with booby traps, had been flattened by the Iraqi army, making parts of the town resemble the aftermath of an earthquake.
All that remained of the family home of our guide, Chaldean Father Thabet Yousif, was wreckage and a conspicuous mortar lying among the bricks. Used as an ISIS base to launch attacks on nearby Peshmerga, Kurdish military forces, it had been bombed by the Iraqi air force. Father Yousif also showed us the home he had been born in, now with its front door removed and its contents probably looted. It pleased him to be able to ring the bells of one of the town’s eight churches. All of the churches showed similar signs of anti-Christian destruction. ISIS forces appeared to have tried their best to burn down the town’s St. Addai Church, but failed. They had defaced the cross at the altar — one of many to be vandalized in the town — and fired shots at it, leaving bullet holes in the marble. A statue of Our Lady had been beheaded. 
The church contains the tomb of Father Ragheed Ganni, a much-loved priest known to many in Rome from his time as a seminarian there. Born in Karemlash, Father Ganni was martyred in Mosul on Trinity Sunday in 2007. His tombstone had been vandalized, but his resting place was untouched. 
More severe was the damage to the 19th-century St. Mary the Virgin Church in the town, where fire had gutted the nave, leaving charred remains and blackened walls. A curtain in front of the sanctuary, once decorated with a cross, had been slashed.
“Everywhere, the cross is defaced, scratched out, shot at,” observed Father Benedict Kiely, founder of Nasarean.org. “We know who’s behind this. It’s demonic — let’s call it what it is. It's Satanic … Satan has a hatred of the cross, and he has a hatred of the followers of the cross.”
In many of the houses, ISIS militants had used sophisticated equipment to dig tunnels to help escape death or capture, and commandeered the town’s St. Barbara Monastery, rebuilt in 1798, as their base in Karemlash.

Ghazala’s Witness
The town suffered almost no atrocities because most people fled when ISIS invaded. But one person who didn’t escape right away was Ghazala, a doughty 83-year-old woman from Karemlash whom we met in Erbil. She had slept through the ISIS invasion and was too ill to leave, forcing her and another elderly woman to stay in the occupied town for 10 days.
She recounted how she resisted their attempts to force her to convert to Islam, telling the ISIS fighters her age and saying: “You want to make me a Muslim now? You can make me into a whore, bury me here, shoot me — I’ll never convert to Islam,” she said. “Would you want your mother to be forced to convert to Christianity?” she then riposted, to which one militant replied, “No.”
Asked why she thought they did not kill her for not converting, Ghazala replied: “I wasn’t afraid of them; I was never afraid of them. They had weapons, guns, everything, but I wasn’t afraid — because God is with me.” 
The empty town, however, gave ISIS fighters the chance to wreak chaos and destruction on Karemlash, the extent of which even shocked local Muslims, according to Father Yousif. “It made some of them want to become Christian,” he told us, “but they can’t because they don’t have the freedom.”
Graffiti was splayed across the town with messages, including, “The Cross will be broken,” “ISIS will remain,” “ISIS will take Rome,” and, on a wall in St. Addai Church: “Jesus was a Servant of God, not the Son of God.”
But driving through the empty streets, it was possible to imagine how idyllic it must have once been. Beautiful ancient churches and monasteries, large open streets, attractive gated properties, and schools, shops and services — it appeared to have once had everything, including famous vineyards.
It will therefore be a considerable challenge to bring it back to its former glory, not least because many of the Christian families who used to live there have fled Iraq, probably never to return. It will also always have the scars of the ISIS occupation.

The Difficulty of Returning
Countless other towns share the same fate, including neighboring Qaraqosh, once the largest Christian town in Iraq. We hastily drove through the now-lawless place, governed by competing Christian militias and other groups, and witnessed the same extensive damage there. As in Karemlash, most houses had also been burned in an attempt by ISIS to deter its Christians from returning.
The prospect of liberation had given many Christian families hope, but the extent of the damage has led them to lose it. Sister Ban Saaed of the once Mosul-based Dominican Sisters of St. Catherine of Siena, told the Register in Erbil that families were already drifting away from Iraq.
“Parents are waiting for children to finish school, and then they plan to go to Jordan or Lebanon,” she said. “They have been thinking of leaving for good because of the damage they’ve seen to their houses and villages.” Christians, she said, “would love to stay, but they’re fed up with the uncertainty and not knowing what to do.” Primarily, they feel their children deserve a better future, she said.
The sisters, who run a school and clinic in Erbil, also reported frustration with the security services as well as the U.S. and coalition forces who have a large base nearby. “The houses are burned, but what are the allied troops doing?” asked Sister Nazek Khalid Matty. “They desire to leave the country stronger, but since September and the liberation, nothing has happened. They’re not involved in helping the country to be secure.”
Christians in this part of Iraq are “really suffering on a daily basis, and there’s also huge mental suffering,” said John Neill of the Chaldean Archdiocese of Erbil. “It’s genocide — 100%,” he said, pointing to the trauma he had witnessed of those “fleeing their homes, leaving everything behind, then ISIS desecrating them, burning them, and the uncertainty of the future.”

Need for Security
A constant refrain from everyone we met was the need for security, which continues to be lacking and, in turn, prevents reconstruction, job creation and services. “We feel alone; no one to protect us, our people. How can we go back to that situation? It’s stupidity,” said Syriac Orthodox Metropolitan Nicodemus Sharaf, the last bishop to leave Mosul in 2014. “I told my people: If you don’t see me there, I won’t accept anyone going back.”
Chaldean Catholic Archbishop Bashar Warda of Erbil pointed out that the government has been focused on fighting ISIS in Mosul, causing a delay in bringing about security and reconstruction and, with it, disappointment among those wishing to return to a normal life. He also recognized that the rule of law must return to these areas, which are now weakened by sectarian rivalries between various Christian and non-Christian militias — groups he believes will not help in building a country “that respects a law for all.”
“Here, we need the support of the international community to remind Iraqi politicians of the importance of really building a state on law that respects everyone and protects the lives of every citizen,” he told the Register, adding that, at the moment, the signs are not positive that this can be achieved. Laws haven’t been respected since the Iraq War of 2003, many Christians say.
Built into the poor security situation is the almost total breakdown of trust between Christians and the government, as well as with their Muslim neighbors.
Iraqi and Kurdish government forces largely deserted them when ISIS invaded, despite outnumbering ISIS 200 to 1, and many of their fellow Muslims stole their property and possessions.
“The situation is as you see,” said Metropolitan Nicodemus. “It’s so bad, and we can’t accept or trust anyone around us.” He, too, is therefore calling on the international community and the United Nations to issue bone fide, written guarantees for a “safe zone” of Nineveh Plain villages, as well as a change in the system (though not necessarily the leadership) of government in Baghdad.

Aid for the Refugees
The predicament for the refugees is that now that the liberation is almost complete, the West largely sees the emergency situation facing Christians in the Nineveh Plain as over. But, more than ever, they say they need aid to pay rents in their temporary housing in Erbil, as well as medicines and other provisions (the Chaldean Church’s St. Joseph Clinic for refugees in Erbil, for example, will soon run out of funds). So far, it has been the Churches, rather than government or the U.N., that have provided almost all of the funding for the Christian refugees.
“At the moment, they’re living through the good works and charity of so many wonderful people in America and all over the world,” said Father Kiely. “But very few have jobs, and in order to have a vibrant future, they must have jobs; otherwise, they’ll leave.”
Everyone we spoke to saw the West — in particular the U.S. and its allies involved in the 2003 Iraq War — as responsible for the plight of the country’s Christians and marked that as the time when respect for the law began to collapse. They also all have high hopes for President Donald Trump, who they see as a strong leader with clear sympathies and whom they believe will help them.
“Personally speaking, I’m really encouraged to see someone is at least thinking about the Christians,” said Archbishop Warda, adding that he was pleased Trump is “attracting attention” for them. He would like to see the U.S. president taking a lead in building security, but through working with all parties in the region and not unilaterally.
Yohanna Towaya, a former farmer from Qaraqosh now living as a refugee in Erbil, said that before Trump was elected, all the Christians and Yazidis were praying for him to win.
“We have confidence in Trump,” he said, adding that Christians “hope he’ll be savior of these minorities by making these strong decisions.” The view of Obama, on the other hand, was “terrible,” according to Neill, who said they were “more than disappointed” in him because “he did nothing.”
In addition to hope from the U.S., those aware in Iraq of Hungary’s lead in helping persecuted Christians are also delighted by the Hungarian government’s decision to dedicate a ministry to help them. “I take great pride in this country,” said Metropolitan Nicodemus. “I hope and pray America will do the same because, for the first time, I feel like a respected Christian.”
The Christian leaders and lay faithful of Iraq also have no illusions about Islam. They consider ISIS to be the real Islam, and Archbishop Warda said that to rid the religion of violent extremism “is the homework of the Muslims, with the help of Christians.”
“We don’t have to say: ‘We were victims, and we have had enough.’ No, we have to say: ‘We were victims, but we have to continue to dialogue with them,’” he said.
Catholics in the West, meanwhile, have plenty to do to help, according to Father Kiely, and he believes the hierarchy in particular needs to be “much more supportive.” He observed that many Iraqi Christians feel the West has abandoned them and “cannot comprehend” why there’s not more active prayer for their plight, such as weekly rosaries for persecuted Christians.
Stressing that St. Paul talks about the Body of Christ, and that “when one suffers, all suffer,” he reminded the faithful that the Christians of Iraq and the Middle East “gave birth to the faith,” and therefore all Catholics have a responsibility to protect it.“If we let that disappear,” Father Kiely said, “our judgment might be rather severe.”

Edward Pentin is the Register’s Rome correspondent.

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Iraq. 200 morti nei raid, a Mosul ovest situazione disperata


Sono oltre cento i corpi tirati fuori finora dalle macerie a Mosul ovest, dopo il bombardamento del 17 marzo scorso effettuato dalla Coalizione a guida statunitense e sul quale è stata aperta un’inchiesta. Se verrà confermata la stima fatta di 200 vittime civili – alcune delle quali potrebbero essere state uccise per mano dei jihadisti del sedicente Stato islamico – sarà ricordato come uno dei peggiori episodi di questa guerra. Mosca, intanto, ha chiesto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu un briefing speciale sulla situazione a Mosul. Roberta Barbi ha raggiunto telefonicamente per una testimonianza, il Patriarca caldeo di Baghdad, Louis Sako:

Mosul ovest è la città antica di Mosul: le case sono legate le une alle altre; non ci sono viali, le macchine non possono entrare ma solo la gente vi può camminare o usare la bicicletta. È una guerra molto complicata e anche tragica: come fare? Come liberare questa parte? Perché questi jihadisti sfruttano i civili… è una tragedia!
L’offensiva delle forze irachene - sferrata il 19 febbraio scorso per la riconquista di Mosul ovest dopo aver liberato l’est dallo Stato Islamico - non è proceduta rapidamente come si sperava: a che punto è?
Le forze  irachene hanno liberato il 60-70 percento di Mosul, ma per il restante 40 la situazione è molto complicata. Le case sono fragili: non è come la parte est dove le case sono state costruite con il ferro e il cemento. L’esercito vuole salvaguardare la vita dei civili, ma penso che sia quasi impossibile.
Mentre nella parte orientale molti decidono di restare, da quella occidentale si fugge appena possibile. Ma le operazioni umanitarie si stanno rivelando più difficili e pericolose del previsto. È davvero così?
Sì è vero, perché la settimana scorsa 500 civili sono morti sotto le rovine delle case. Anche noi, come Chiesa caldea, abbiamo fatto una dichiarazione nella quale affermiamo che siamo vicini a questa gente. Ci sono anche famiglie sfollate: finora 210mila persone sono sfollate, vivono nei campi, sotto le tende, in condizioni non degne. E noi la settimana prossima andremo a portare gli aiuti per dire loro che gli siamo vicini. Mosul è la culla della nostra Chiesa.
Sembra che da Mosul ovest, oltre ai 180mila sfollati già conteggiati, potrebbero aggiungersene altri 320mila: dove verranno portati?
Ci sono già dei campi che sono stati preparati nella periferia di Mosul, un po’ più lontano da questa guerra. Finora sono 400mila i civili rimasti a Mosul Ovest. Dall’inizio della guerra quattromila persone sono morte e diecimila case sono state distrutte a Mosul.
Da poco la prima famiglia caldea è tornata nella Piana di Ninive: com’è la situazione per i cristiani laggiù?
Ci sono già cinque famiglie, non solo nella Piana di Ninive ma anche a Mosul nord. Nella Piana di Ninive, al confine nord – già a Teleskov, Bakova, Batnaya – lì le condizioni sono sicure e le persone sono libere di tornarvi. E noi abbiamo aiutato le famiglie che sono volute ritornare per restaurare le loro case, anche per comprare anche ciò di cui avevano bisogno. Adesso ci sono quasi 250 famiglie a Teleskov. Poi a Bakova alcune famiglie sono iniziate a ritornare, e questa settimana anche a Batnaya. Invece, al confine sud – come a Qaraqosh – è più difficile perché c’è un problema politico: c’è una tensione tra gli sciiti, i turkmeni, i sunniti, i curdi e i cristiani. E questo problema politico non è ancora stato risolto. Ci sono dei segni, è una presa di coscienza che non si può continuare così: anche il governo iracheno insieme a quello curdo afferma che bisogna cambiare la cultura e la mentalità, ma anche le leggi. C’è bisogno di uno Stato civile, con una separazione tra religione e politica, basata sulla sola cittadinanza. Non c’è altra soluzione, e non avremo futuro finché queste tensioni settarie continueranno.

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Patriarca caldeo: dolore per la tragedia in atto a Mosul. Pronti aiuti per migliaia di sfollati


Liberare Mosul dalla presenza dello Stato islamico sarà “difficile, ma necessario", perché i jihadisti “sfruttano la popolazione” per garantirsi una copertura, le strade sono molto strette e le case vicine una all’altra. È quanto afferma ad AsiaNews il patriarca caldeo mar Louis Raphael Sako, commentando l’offensiva in corso per strappare alle milizie di Daesh anche il settore occidentale della seconda città per importanza dell’Iraq. “L’offensiva militare in atto nella zona ovest - aggiunge il prelato - ha causato almeno 4mila vittime e la distruzione di 10mila abitazioni. Una vera e propria tragedia”.
Nella Città Vecchia di Mosul, nel settore occidentale, sorgono le più antiche chiese di tutto l’Iraq e alcuni dei più importanti monasteri. Edifici che risalgono al quinto, sesto, settimo secolo e che costituiscono un vero e proprio patrimonio non solo religioso, ma anche storico e culturale per il Paese. “Anche per questo - avverte il primate caldeo - la liberazione di Mosul è un atto necessario. Al contempo, è necessario salvaguardare la popolazione e le vite umane”.
Nel fine settimana il patriarcato caldeo ha diffuso una nota ufficiale, in cui esprime “solidarietà” alle “vittime innocenti” di Mosul, colpita da un “terrorismo oscurantista”. Centinaia di civili deceduti a causa del conflitto, a cui la Chiesa caldea manifesta “vicinanza” e assicura “assistenza” alimentare e di base, con una particolare attenzione alle famiglie di sfollati. “In questa occasione - prosegue la dichiarazione del patriarca - invitiamo tutte le parti in causa a rispettare le leggi di guerra, le tradizioni morali e religiose per preservare la vita di persone innocenti”. Infine, i vertici ecclesiastici si rivolgono alla comunità internazionale perché affronti “in modo serio” la crisi degli sfollati, “la più grande tragedia mai vissuta in Iraq”.
Nell’ultimo mese centinaia di migliaia di civili della zona ovest di Mosul che hanno abbandonato case e beni, per sfuggire alla battaglia fra esercito governativo e milizie curde contro i jihadisti dello Stato islamico (SI), che controllano ancora l’area. La maggior parte degli sfollati hanno trovato riparo nei campi profughi e nei centri di accoglienza allestiti in queste settimane. Altri ancora hanno raggiunto le case di parenti o familiari.
A febbraio i governativi erano riusciti a cacciare i miliziani di Daesh [acronimo arabo per lo SI] dalla zona est di Mosul, alla destra del Tigri, dopo mesi di combattimenti intensi. L’offensiva è iniziata il 17 ottobre e sono serviti quasi cinque mesi per vincere la resistenza jihadista nell’area.
Ora l’obiettivo è di assumere il completo controllo della seconda città per importanza del Paese, anche se resta prioritario il problema della sicurezza dei civili coinvolti nell’offensiva. Lo scorso 17 marzo un raid aereo della coalizione internazionale a guida statunitense avrebbe provocato la morte di oltre un centinaio di abitanti, uccisi nel crollo di un palazzo colpito dalle bombe dei caccia Usa.
Sulla vicenda emergono racconti e testimonianze contrastanti, sia sul numero delle vittime che in merito alle responsabilità. I vertici dell’esercito irakeno sono convinti che a causare la strage siano stati ordigni piazzati dai jihadisti.
I soccorritori avrebbero estratto i cadaveri di oltre cento persone dalle macerie dei palazzi crollati; altre fonti parlano di oltre 240 persone decedute. Il comando statunitense ha aperto un’inchiesta ma finora non vi sono prese di posizione ufficiali. Alcuni esponenti politici locali chiedono maggiore attenzione e ricordano che non è possibile usare mezza tonnellata di bombe sganciate dagli aerei per uccidere un cecchino in cima a un palazzo pieno di civili.
“Siamo di fronte a una strage - racconta ad AsiaNews mar Sako - e bisogna fare qualcosa. Lo Stato islamico usa la popolazione come scudi umani, vanno fermati”. Oltre ai civili uccisi, vi è anche il dramma degli sfollati che continuano a fuggire dalla zona ovest di Mosul. “La prossima settimana - prosegue il prelato - andrò di persona a consegnare aiuti a oltre 4mila famiglie musulmane che sono fuggite da poco. Sono i nuovi profughi, le ultime vittime dell’offensiva, che si vanno ad aggiungere agli sfollati della prima ora”. In tutto il Paese, aggiunge, “abbiamo circa 3,5 milioni di sfollati, e il numero è destinato a salire considerano che vi sono ancora 400mila persone a Mosul ovest”.
“Vogliamo mostrare loro l’attenzione della Chiesa, che non fa differenze di etnia o religione nella distribuzione degli aiuti. Noi, come cristiani, non cerchiamo vendetta - conclude mar Sako - e rilanciamo una volta di più il nostro ruolo di ponte e di agenti di pace”.

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venerdì, marzo 24, 2017

 

La diocesi in preghiera per i missionari martiri

By Roma Sette
Roberta Pumpo

“Non abbiate paura” è lo slogan scelto dalla Fondazione Missio per la XXV Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei missionari martiri che si celebra il 24 marzo in ricordo del beato Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, ucciso durante la Messa, il 24 marzo 1980, mentre elevava l’ostia per la consacrazione. La diocesi di Roma quest’anno ha dedicato la preghiera per i missionari martiri a padre Ragheed Ganni, sacerdote cattolico iracheno di rito caldeo, ucciso a Mosul, in Iraq, insieme a tre diaconi, il 3 giugno 2007, al termine della Messa da lui celebrata nella sua parrocchia dedicata allo Spirito Santo.
Aveva solo 35 anni. Una veglia di preghiera itinerante, articolata in tre momenti: il primo nel Pontificio Collegio irlandese dove padre Ragheed visse dal 1996 al 2003 come studente della Pontificia Università San Tommaso d’Aquino “Angelicum” e dove la sua memoria continua a vivere nel mosaico a lui dedicato realizzato, nella cappella, dal gesuita Marko Ivan Rupnik. Quindi i partecipanti hanno raggiunto la basilica dei Santi Quattro Coronati, per pregare i vespri con il vescovo Lojudice; infine l’approdo a San Bartolomeo all’Isola, memoriale dei martiri del nostro tempo, dove sono stati ricordati gli operatori pastorali uccisi nel 2016.
Tra i presenti anche don Thomas Norris, direttore spirituale del Collegio irlandese, e padre Glenn Morris, docente di Filosofia all’Angelicum. Entrambi conoscevano Ragheed. «Ricordo la mattina in cui è partito per l’Iraq – racconta don Thomas - Avvertivamo il pericolo che correva e abbiamo pregato tanto per lui. Era un giovane sacerdote molto coraggioso». «Tornare dalla sua gente era il suo unico desiderio – aggiunge padre Glenn - Era cosciente del pericolo ma ripeteva che bisognava supportare la fede del suo popolo e che quello era il suo posto». Temendo che senza di lui, senza il pastore, il gregge si sarebbe disperso, con piena consapevolezza questo giovane sacerdote aveva scelto infatti di rimanere al fianco dei suoi fedeli: «Cristo con il suo amore senza fine sfida il male – ripeteva -, ci tiene uniti, e attraverso l’Eucaristia ci ridona la vita che i terroristi cercano di toglierci». Dopo aver nutrito i suoi fedeli con il Corpo e il Sangue di Cristo, ha donato anche il proprio sangue, la sua vita, per l’unità dell’Iraq e per il futuro della sua Chiesa. «Posso sbagliarmi – diceva – ma di una sola cosa ho certezza che sia vera: che lo Spirito Santo continuerà ad illuminare alcune persone perché lavorino per il bene dell’umanità in questo mondo così pieno di male».
I partecipanti alla veglia hanno poi raggiunto la basilica dei Santi Quattro Coronati, dove sono stati recitati i vespri animati dalle monache agostiniane e presieduti dal vescovo Paolo Lojudice, incaricato della Cooperazione missionaria tra le Chiese nella diocesi di Roma. «Uccidere un cristiano significa uccidere Cristo e noi rispondiamo in ginocchio e con la preghiera» ha detto. Al termine della preghiera poi Rezan Kader, rappresentante in Italia del governo regionale del Kurdistan, ha testimoniato la drammatica situazione dei cristiani in Medio Oriente. «Nel mio Paese i cristiani cacciati dall’Isis hanno trovato accoglienza – ha detto - Nel resto dell’Iraq sono perseguitati e aggrediti solo per la loro fede».
Al termine dei vespri, ancora uno spostamento fino alla basilica di San Bartolomeo all’Isola Tiberina, affidata, dal 1993, alla Comunità di Sant’Egidio. Qui sono stati ricordati i 28 operatori pastorali uccisi nel 2016: uomini e donne che non hanno avuto paura di annunciare e testimoniare il Vangelo di Cristo fino alla donazione totale. 14 sacerdoti, 9 religiose, un seminarista e 4 laici. Otto sono stati uccisi in Africa, 12 in America, 7 in Asia e uno in Europa. Quest’ultimo è don Jacques Hamel, il sacerdote di 84 anni ucciso mentre stava celebrando la messa a Saint Etienne du Rouvrai, in Normandia, il 26 luglio 2016. Nella basilica è conservato il suo breviario. Per ognuno di questi martiri contemporanei è stata accesa una candela. Per volontà di San Giovani Paolo II la basilica è stata dedicata alla memoria dei martiri del XX e XXI secolo, e in una delle cappelle, dal 2012, è conservata la stola che padre Ragheed indossava durante la sua ultima Messa. «Padre Ragheed – ha detto il rettore della basilica don Angelo Romano – era un sacerdote esemplare, sempre pronto ad aiutare i poveri. Spesso la sera, con i volontari della comunità Sant’Egidio, portava un pasto caldo ai poveri a Colle Oppio».

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giovedì, marzo 23, 2017

 

Une PME de la Drôme fabrique des « maisons en kit » pour les chrétiens d’Irak

Malo Tresca

Depuis plusieurs mois, l’entreprise drômoise Logelis exporte, à la demande de l’Œuvre d’Orient, des maisons transportables pour les chrétiens réfugiés au Kurdistan irakien. Une solution de relogement inédite, qui pourrait, à terme, gagner à son tour Mossoul. Depuis plusieurs mois, d’intrigants blocs préfabriqués trônent dans le quartier chrétien d’Ainkawa, dans la périphérie d’Erbil, au cœur du Kurdistan irakien. Agencées les unes à côté des autres, ces structures – qui forment en tout 40 appartements et 29 maisons individuelles – dessinent les contours du premier « village pilote » exporté, à la demande de l’Œuvre d’Orient, par l’entreprise française Logelis.
Spécialisée dans le logement social et la construction de maisons à bas coût, cette PME installée à Romans-sur-Isère, dans la Drôme, a achevé en janvier la construction d’un premier complexe d’habitations modulables pour les familles chrétiennes chassées par Daech, dans une région qui a vu affluer, en moins de deux ans, près de 1,5 million de réfugiés. Cette solution d’hébergement inédite, – qui nécessite environ trois mois de chantier des fondations aux finitions –, pourrait, à terme, se multiplier dans plusieurs autres villes sinistrées du pays.

Un « bras armé » pour la reconstruction
« Quand nous avons été sollicités par l’Œuvre d’Orient pour intervenir en Irak, nous avons eu la conviction que ce projet avait un sens profond pour notre entreprise », explique Renaud Sassi, le fondateur et actuel président de Logelis. « Nous avons compris que nouspouvions être un “bras armé” de construction et de reconstruction dans le pays, et un vecteur d’espérance », poursuit-il. En février 2016, un premier voyage d’étude en Irak, organisé par l’Œuvre d’Orient, confirmera cette intuition.
Lors de son séjour dans le pays, Renaud Sassi constate en effet que les techniques de production et de montage de ses panneaux correspondent aux attentes locales. « Notre concept nous permet d’avoir des habitations très bien isolées, écologiques, dans un pays où l’amplitude thermique peut varier de – 10 °C à 50 °C », précise le gérant de l’entreprise drômoise.
D’une surface de 35, 40 ou 65 mètres carrés, – et pour un coût moyen de production, relativement faible, d’environ 350 € du mètre carré –, « elles sont très faciles et rapides à monter », témoigne Munthir Jaboory, un ingénieur mécanique irakien, aujourd’hui l’un des principaux relais irakiens de Logelis dans le pays.

L’implication des réfugiés dans le projet

« L’entreprise a eu une approche originale dans le pays », note, de son côté, Vincent Gelot, responsable des projets de L’Œuvre d’Orient en Irak, en Syrie et au Liban. « Plutôt que d’imposer une vision architecturale, elle a sondé les réfugiés irakiens pour mieux connaître leurs attentes, et proposer des schémas de maisons correspondant aux besoins des futurs utilisateurs ». Dans les camps de réfugiés, l’initiative a du succès. Les femmes, particulièrement, se mobilisent pour répondre.
Inauguré le 22 janvier par Mgr Pascal Gollnisch, le directeur de l’Œuvre d’Orient, et en présence des archevêques syriaque catholique et chaldéen, et du consul de France, le complexe attend désormais l’arrivée de ses premiers propriétaires. « Les procédures d’affectation aux familles sont lancées, et devraient s’achever, au plus tard, d’ici une quinzaine de jours », témoigne l’un des responsables du chantier, qui travaille sur place, à Ainkawa. 

De nombreux autres projets Outre ce village pilote, Logelis a développé, dans la région, un certain nombre d’autres projets d’infrastructures. Une église modulable a ainsi vu le jour, en juillet 2016, dans le quartier chrétien d’Ainkawa. « Nous avons eu alors une petite semaine de retard sur l’achèvement des travaux », sourit encore ce responsable de chantier, « parce que les réfugiés ne cessaient d’y organiser des messes, ce qui nous empêchait de terminer les finitions ! ».
Et le partenariat noué entre Logelis et l’Œuvre d’Orient prévoit même d’aller plus loin. Un centre pour personnes handicapées devrait voir le jour à Dohuk, dans le nord du pays, dans le courant de l’année 2017. « Nous avons aussi des projets de construction d’écoles, au Kurdistan irakien », renchérit Renaud Sassi. D’autres maisons récemment livrées seront assemblées à Karamlech, pour y loger les démineurs chargés de nettoyer les explosifs laissés par Daech.
Naissance d’une société irakienne De ce projet est même née une société irakienne. Entièrement dépendante de Logelis, la « Quick Wall Company » recrute, dans les camps, des réfugiés kurdes. « Plutôt que de faire construire nos fenêtres ou nos portes en Turquie ou en Chine, nous embauchons des ouvriers locaux, pour que ces derniers aient une perspective professionnelle », ajoute son président.
« Nous étions ainsi en moyenne, jusqu’ici, une quarantaine de travailleurs », souligne Munthir Jaboory. À terme, Logelis espère même créer une coopérative ouvrière pour produire, directement en Irak, ses panneaux composites. Une démarche qui créerait de l’emploi, en limitant les coûts et les délais de transport des matériaux.

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Sako alle comunità emigrate dall’Iraq: affidatevi ai preti sposati

By La Stampa - Vatican Insider
Gianni Valente

Se vi mancano i preti, puntate con più decisione anche sull’ordinazione sacerdotale degli uomini sposati. È questa l’indicazione che il Patriarca Louis Raphael I Sako, Primate della Chiesa caldea, ha fatto arrivare nei giorni scorsi ai vescovi e alle comunità caldee in diaspora, ingrossate negli ultimi anni dall’esodo di fedeli e pastori di quella fuggiti dalle convulsioni irachene. Chiese orientali di tradizione apostolica appaiono sfibrate da fattori di logoramento che non si esauriscono nelle violenze jihadiste. In Iraq, prima del 2006, i caldei erano almeno 800mila, e ora ne rimangono meno di 300mila. Gli altri si sono sparpagliati in mezzo mondo, e non ci sono sacerdoti caldei in numero sufficiente per essere inviati in tutte le città dove si formano nuove comunità. Soprattutto – pensa il Patriarca Louis Raphael - non si può ridurre ulteriormente il numero di sacerdoti che operano in Iraq, se non si vuole peggiorare la condizione di comunità già a rischio di estinzione proprio nelle terre in cui quella Chiesa autoctona è fiorita. Da qui nasce il suo appello, rivolto in primis ai vescovi alla guida delle diocesi della diaspora: per affrontare il problema, cercate nuove soluzioni. Compresa quella di intensificare le ordinazioni sacerdotali di uomini già sposati.
Beatitudine, il trasferimento di buona parte dei caldei fuori dall’Iraq pone problemi nuovi, anche per le attività pastorali. 
Prima tutta la Chiesa caldea era in Iraq. E pur con tutti i limiti e problemi, era più facile assicurare a tutti la cura pastorale. Negli ultimi quindici anni, dopo gli interventi militari occidentali contro Saddam, c’è stata un’emigrazione impressionante. Adesso i caldei sono sparsi dovunque, e le comunità da ogni parte del mondo ci chiedono sacerdoti. Ma non ci sono preti in numero sufficiente per andare dappertutto. E non si possono svuotare di preti le parrocchie e le diocesi dell'Iraq. La Chiesa caldea è nata in quelle terre, e anche il futuro della Chiesa caldea non può che essere legato a quelle terre.
Cosa glielo fa pensare? 
Negli altri Paesi, spesso i caldei, dopo tre o quattro generazioni, perdono ogni vincolo con la tradizione ecclesiale dei propri padri. E anche i sacerdoti emigrati senza adeguata formazione, finiscono spesso per dissipare la propria vocazione. Nei villaggi iracheni, ma anche a Baghdad, intorno alle chiese ci sono le comunità, e i sacerdoti hanno sempre qualcosa da fare. In Occidente, coi ritmi di vita occidentali, molti di loro hanno da fare come preti solo nel fine settimana. E a volte finiscono per usare male il resto del loro tempo. Uno di loro, in Nord America, ha sperperato al casinò 500mila dollari che erano stati raccolti per l’accoglienza dei rifugiati. Altri hanno lasciato il sacerdozio e si sono sposati.Il sinodo caldeo ha dovuto affrontare anche il problema dei “chierici vaganti”…
Alcuni sacerdoti e monaci, prima del 2013, avevano lasciato le proprie diocesi e i monasteri ed erano espatriati senza il consenso dei superiori. Nell’ottobre 2014 un decreto patriarcale, approvato dal Sinodo, ha sospeso alcuni di loro dalla vita ecclesiastica, dopo che loro avevano respinto molti inviti a rimpatriare. Uno di loro, un monaco, era andato in Nord America per partecipare al matrimonio della sorella, e non era più rientrato. Lì aveva ottenuto il permesso di residenza, dicendo che non poteva ritornare in Iraq perché era perseguitato. Allora è stato sospeso, e adesso, da pochi giorni, è passato alla Chiesa anglicana e si sposerà. Sono vicende che lacerano le comunità già frammentate e disperse.
Che consiglio ha da dare alle comunità che chiedono di avere sacerdoti? 
Ho scritto un messaggio per dire che le comunità fuori dall’Iraq, coi loro vescovi, non possono contare più di tanto su di noi. Devono cercare vocazioni sul posto. Devono prendere atto che le circostanze li sollecitano ad assumere iniziative per affrontare il problema della carenza di vocazioni sacerdotali lì dove si trovano, in Australia, Canada, Stati Uniti ed Europa, anche incentivando le ordinazioni sacerdotali di uomini già sposati. Per la nostra disciplina canonica, come per le altre Chiese d’Oriente, l'ordinazione sacerdotale di uomini già sposati non è una questione su cui aprire dispute teologiche. È una realtà. Li abbiamo sempre avuti.

Quanti ce ne sono, nella Chiesa caldea? 
In Iraq sono una decina. Nelle diocesi fuori dall’Iraq, almeno cinque o sei. Ne conosco alcuni, sono molto dediti al loro ministero sacerdotale. Io stesso ne ho ordinati di recente
dudue, che svolgono il loro ministero in Europa, uno in Germania e l’altro in Grecia, pienamente inseriti nella loro società, nei Paesi dove sono cresciuti e si sono sposati.
In passato, su questo punto, anche per voi c’erano problemi, fuori dai vostri territori “tradizionali”… 
Le gerarchie cattoliche latine si sono opposte per lungo tempo al fatto che i preti sposati delle Chiese cattoliche orientali fossero ordinati e svolgessero il loro ministero sacerdotale in America o in Europa occidentale. Dicevano che vedere preti cattolici sposati creava “scandalo” tra i fedeli e metteva in difficoltà i preti cattolici di rito latino, che non possono sposarsi. Ma sono problemi passati. Nel 2014, Papa Francesco ha fatto pubblicare un documento con cui è stato cancellato ogni limite geografico all’ordinazione e all’esercizio del ministero pastorale dei preti sposati delle Chiese cattoliche orientali.

Secondo Lei, anche nella Chiesa latina, con quali criteri conviene affrontare la questione dell’ordinazione sacerdotale di uomini sposati?
Conviene partire non da questioni astratte, ma dalla realtà dei fatti e dalle autentiche esigenze pastorali. La realtà dei fatti ci dice che c’è scarsità di vocazioni sacerdotali, e ci dice anche che del matrimonio e della sessualità c’è una percezione diversa rispetto a sessant’anni fa, anche nelle Chiese: se ripenso a quello che ci trasmettevano nel seminario… Anche della Chiesa d’Occidente, la possibilità di ordinare uomini sposati non è stata cancellata nemmeno dal Concilio di Trento.
Papa Francesco, nell'intervista a Die Zeil ha ripetuto che comunque il “celibato opzionale” dei preti non rappresenta la soluzione alla crisi delle vocazioni.
Certo, non ci sono soluzioni magiche al problema della diminuzione delle vocazioni. E nessuno può dire che l’emergenza si risolve meccanicamente ordinando al sacerdozio uomini sposati. Ma conviene sempre ricordare che il celibato sacerdotale non è un dogma di fede, è una disciplina. E che le scelte vanno fatte sempre avendo come criterio ultimo la salvezza delle anime.

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