mercoledì, settembre 02, 2015

 

Extermination of Christians is 'genocide,' religious leaders say

By Christian Examiner
Kelly Ledbetter

Since last summer, more than 100,000 Iraqi Christians have fled persecution from ISIS with nothing more than what what they were wearing. One brave leader, however, concerned that Christian history will be forgotten if ISIS has anything to do with it, grabbed books when he escaped Mosul with ISIS fighters on his heels.
Archbishop Nicodemus Sharaf, instead of extra food or clothing, took books into the desert.
"I didn't have any time to take anything," Sharaf said. "I was told I had five minutes to go. [So], I took five books that are very old."
ISIS is known for destroying historical relics and religious sites in the name of purging paganism.
Sharaf rescued Aramaic manuscripts that were over 500 years old, but hundreds more precious relics remained behind. Sharaf, grieved, told CBS News, "I think they burn all the books. And we have books from the first century of the Christianity."
Since Islamic State (ISIS) took over Qaraqosh and Mosul, two Christian centers of Iraq, more than 100,000 Iraqi Christians have fled persecution under the Islamic regime since last summer. Their destination is Erbil, the capital of Kurdish Iraq, where they are grateful to have escaped mandatory conversation to Islam or execution.
GENOCIDE
Archbishop Athanasius Toma Dawod, leader of the Syriac Orthodox church in the U.K., told The Guardian that ISIS's treatment of Christians is genocide.
"Now we consider it genocide—ethnic cleansing," he said. "They are killing our people in the name of Allah and telling people that anyone who kills a Christian will go straight to heaven: that is their message. They are occupying our churches and converting them into mosques."
Like Sharaf, tens of thousands of people throughout Iraq have fled gunfire and bombing. Seeking to escape death and persecution, they ran from their towns and villages with nothing but what they could carry.
Issah al Qurain escaped from ISIS fighters in Mosul with his wife and children by hiding the back of a taxi, then walking for four hours on back roads to reach Erbil. Under fierce pressure to  convert to  Islam after ISIS took his family hostage, he was afraid that they were going to force his young daughter to marry jihadists.
"I told them I was Christian and I had my religion and they had their religion," al Qurain said. "But they told me, if you don't convert, we will kill you and take your wife and children."

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lunedì, agosto 31, 2015

 

Declare the killing of Middle East’s Christians a genocide, Iraqi prelate urges

By Catholic Culture

Speaking with three diocesan newspapers in the United States, the Chaldean Catholic archbishop of Erbil, Iraq, called for the declaration of the killing of Syrian and Iraqi Christians as a genocide.
“This is very important for us,” said Archbishop Bashar Warda. “You cannot accept this in the 21st century while everyone is watching. I would like the Americans to take responsibility.”
“Do not wait another 20 years and look back to what happened and say, ‘Well, I’m sorry that we did not do something really decisive,’” he added.
The Islamic State “is evil,” he stated. “The way they slaughter, the way they rape, the way they treat others is brutal. They have a theology of slaughtering people.” 

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Il vescovo Melki è beato. Il rito in Libano

By Avvenire
Camille Eid

È successo esattamente cent’anni fa, ma poteva essere una storia di ieri. L’Oriente cattolico si è ritrovato ieri in Libano per la beatificazione del vescovo siro-cattolico Flaviano Michele Melki, martirizzato dai soldati turchi in odium fidei il 29 agosto 1915 , durante le persecuzioni dell’Impero Ottomano contro armeni, siriaci e assiri. Il solenne rito, presieduto dal patriarca siro-cattolico Ignazio Yussef III Younan, si è svolto nel suggestivo panorama della sede patriarcale di Charfe, a brevissima distanza dal celebre santuario mariano di Harissa. Oltre all’inviato speciale del Papa e prefetto della Congregazione delle cause dei santi, cardinale Angelo Amato, erano presenti tutti i patriarchi cattolici orientali (maronita, latino, caldeo e armeno) e un rappresentante del patriarca siro-ortodosso, attualmente in visita nel Canada. Con le delegazioni siriache venute da Siria, Iraq, Giordania, Palestina ed Egitto, si trovavano molti siriaci arrivati dall’Europa (in particolare dalla Gran Bretagna e dalla Svezia, dove vive una nutrita comunità siriaca) e dall’Australia.
Intervistato da Radio Vaticana prima della cerimonia, il patriarca Younan ha definito l’evento «una consolazione che non si può descrivere, perché in questi tempi così difficili – per le sofferenze che patiamo, per le stragi che hanno luogo in Iraq e in Siria, per le violazioni dei diritti dell’uomo che vengono compiute, di fronte ai tanti cristiani che sono dovuti fuggire o sono stati rapiti – per noi questo è un segno di speranza e una grazia che ci è stata data dal Signore». Secondo il patriarca, la testimonianza del beato Melki, che si era rifiutato di abbandonare la sua sede vescovile («Do la vita per le mie pecore», diceva), interpella oggi i cristiani siriani e iracheni che sono tentati dall’emigrazione dalla proprie terre. Anche il cardinale Amato ha affermato che è desiderio del Papa che questa beatificazione sia un messaggio di speranza e incoraggiamento per tutti i cristiani che oggi sono umiliati e oppressi.
Si tratta del secondo vescovo martire proclamato beato dalla Chiesa. Nel 2001 Giovanni Paolo II aveva beatificato Ignazio Maloyan, arcivescovo armeno di Mardin, anch’egli ucciso nel 1915 – durante il genocidio armeno – in odium fidei. Durante la cerimonia è stato diffuso ai fedeli il testo dell’invocazione a Melki. «Beato e martire Michele, intercedi per noi, e proteggi soprattutto i cristiani d’Oriente e del mondo in questi giorni di pena e di dolore». Lo stesso luogo in cui si è svolto il rito di beatificazione testimonia delle peripezie sperimentate dalla Chiesa siro-cattolica, nata nel 1783 da un ritorno alla piena comunione con Roma di alcuni vescovi e fedeli giacobiti (siro-ortodossi). È infatti nel monastero di Sayyidat al-Najat (Nostra Signora del Soccorso) a Charfe, su un terreno offerto dalla Chiesa maronita, che il primo patriarca siro-cattolico Michele Jarwe ha trovato rifugio nel 1801. Al momento dei massacri del 1915 la sede si trovava a Mardin, nell’attuale Turchia, allora popolata da numerose comunità cristiane. Da qui la decisione di ristabilire nel 1920 la sede patriarcale a Charfe, essendo stata sradicata la presenza cristiana in quella regione.

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La santità ignorata il dovere di tutti

Fulvio Scaglione

Ieri, a cent’anni esatti da quel 29 agosto 1915 in cui la soldataglia turca lo decapitò dopo averlo torturato a morte per poi gettarne le spoglie nel fiume Tigri, è stato proclamato beato il vescovo siro-cattolico Flaviano Michele Melki. Non molti, in Occidente, conoscono la sua storia, considerata invece esempio di santità tra i fedeli delle Chiese orientali. Nato nel 1858 a Qaalat Mara, nel sud-est della Turchia, era stato ordinato vescovo (la cerimonia si svolse a Beirut, in quel Libano che ieri l’ha visto diventare beato) di Djezireh dei Siri nel 1913. Tra i fedeli era noto anche per aver venduto i paramenti pur di aiutare i poveri. Nel 1915, di fronte all’avanzare della persecuzione, rifiutò di abbandonare la propria sede, dove subì il martirio.
Non deve stupire che una simile testimonianza di fede sia tuttora largamente sconosciuta. Intanto, il genocidio degli assiri, in cui morirono tra 250mila e 750mila cristiani, raggiunti e trucidati in vaste zone della Turchia e persino nell’odierno Iran, è stato accuratamente rimosso. Non figura nei libri di testo, è negato dalla Turchia al pari di quello a esso contemporaneo degli armeni, e per ragioni di convenienza politica è riconosciuto da pochi Stati (lo fanno Italia e Francia, Svizzera e Polonia ma non Gran Bretagna, Germania e Usa, che non accettano il termine "genocidio" nemmeno per gli armeni) ed è stato discusso dal Parlamento europeo per la prima volta nel 2007.
Una congiura del silenzio che ha reso piuttosto facile spingere nell’ombra tante stragi, ma che fa capire la forza delle parole di papa Francesco, che il 12 aprile di quest’anno, salutando i fedeli di rito armeno durante la Messa per l’anniversario del genocidio, ha detto: «La nostra umanità ha vissuto nel secolo scorso tre grandi tragedie inaudite: la prima, quella che generalmente viene considerata come "il primo genocidio del XX secolo", ha colpito il vostro popolo armeno, prima nazione cristiana, insieme ai siro-cattolici, ortodossi, assiri, caldei e ai greci». Il Novecento come secolo dei genocidi e secolo anche di genocidi cristiani: ecco un tema su cui varrebbe la pena di riflettere molto più di quanto si sia fatto finora.
Ma c’è un’altra ragione per cui la figura del vescovo Melki e la storia del suo martirio sono oggi esemplari. E questa ragione sta proprio in quel suo essere un martire a molti ignoto. È la più terribile ed efficace conferma che in un secolo non è cambiato quasi nulla per milioni di cristiani di tante parti del mondo. Possiamo dirlo di nuovo con le parole del Papa, che in un’omelia a Santa Marta ha ricordato appunto «i nostri fratelli sgozzati sulla spiaggia della Libia, quel ragazzino bruciato vivo dai compagni perché cristiano, quei migranti che in alto mare sono buttati in mare dagli altri perché cristiani. Pensiamo a quegli etìopi assassinati perché cristiani, e tanti altri che noi non sappiamo».
Nei massacri dell’intolleranza islamica come nella pulizia etnica dell’Is, nelle tragedie dell’immigrazione come nella crudeltà delle guerre civili, il martirio dei cristiani ancora oggi è anonimo, ignorato e quindi disprezzato. Come si vede, un secolo è passato invano.
È importante rendersi conto, sempre nel nome e nell’esempio di monsignor Melki, che anche oggi del martirio cristiano si parla poco non per caso o per distrazione ma per convenienza. Il silenzio è necessario per non turbare certe politiche, non disturbare certe alleanze, non alterare certi equilibri. Ricordiamo le reazioni scomposte, urlate, e quindi tanto più indicative, che accolsero in aprile le parole di papa Francesco (che riecheggiavano quelle di Giovanni Paolo II e del patriarca armeno Karekin II) sul massacro dei cristiani armeni e dei siro-cattolici come «primo genocidio del Novecento». Nel 2003 in Iraq c’era quasi un milione e mezzo di cristiani e oggi ce ne sono meno di 300 mila. L’Is è arrivato a controllare un territorio grande quasi quanto l’Italia. Nella Nigeria delle enormi ricchezze petrolifere pare ineliminabile la violenza di Boko Haram. Potremmo fare tanti altri esempi ma la domanda è sempre la stessa: davvero non sappiamo perché? Siamo sicuri che non potremmo fare di più e di meglio?
 

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Il Patriarcato caldeo consegna alle autorità un dossier sugli abusi subiti dai cristiani di Baghdad

By Fides

Sono 14 i casi di espropriazioni abusive dei beni immobiliari dei cristiani di Baghdad documentati nel primo dossier che il Patriarcato caldeo ha consegnato ieri ai responsabili del comitato recentemente istituito dalle autorità politiche irachene, con il compito specifico di raccogliere informazioni e disporre misure concrete in merito alle violenze subite dai cristiani nella capitale irachena. La consegna del dossier, avvenuta domenica 30 agosto, rappresenta la prima, solerte risposta del Patriarcato caldeo alle richieste del comitato ad hoc, che aveva sollecitato da parte della compagine ecclesiale un aiuto nella raccolta di informazioni sui casi di espropri, rapimenti, estorsioni e soprusi che negli ultimi mesi hanno avuto come bersaglio mirato soprattutto i cristiani di Baghdad. Nel dossier, oltre ai casi riguardanti le espropriazioni immobiliari illegali, si riportano anche i nomi dei cristiani sequestrati e fatti vittime di estorsioni.
Il comitato ad hoc delle forze di polizia per combattere l'escalation di sequestri di persona e di espropriazioni abusive della case e dei terreni subite negli ultimi mesi dai cristiani della capitale irachena era stato istituito nei giorni scorsi su disposizione del Primo Ministro Haydar al-Abadi (vedi Fides 24 agosto). I responsabili del comitato, in un incontro con il Patriarca caldeo Louis Raphael I, avevano chiesto alla compagine ecclesiale di fornire tutti gli aiuti opportuni per favorire le operazioni di censimento dei beni immobiliari sottratti abusivamente ai nuclei familiari cristiani, raccogliendo i titoli di proprietà e indicando i singoli, i gruppi e gli enti collettivi che adesso usufruiscono degli immobili espropriati illegalmente.
Negli ultimi mesi sia a Baghdad che in altre città irachene, si erano moltiplicati i casi di abitazioni e terreni sottratti illegalmente ai legittimi possessori cristiani attraverso la produzione di falsi documenti legali, che rendevano di fatto impossibile il loro recupero da parte dei proprietari. Il fenomeno ha potuto prendere piede anche grazie a connivenze e coperture di funzionari corrotti e disonesti. Lo scorso 13 luglio, il Patriarca Louis Raphael I aveva rivolto un appello pubblico alle autorità politiche e istituzionali del Paese, chiedendo al governo maggiore protezione contro le bande di delinquenti che attentano ai beni e alle persone.

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mercoledì, luglio 29, 2015

 

Mar Sako: Preghiera per i cristiani in Iraq

By Baghdadhope*

Di seguito il testo della preghiera che il Patriarca caldeo, Mar Louis Raphael I Sako, indirizzerà, secondo quanto riferito a Baghdadhope, al Santo padre ed ai Vescovi nel mondo per ricordare la tragedia dei cristiani della Piana di Ninive che nella notte tra il 6 ed il 7 agosto dello scorso anno sono stati scacciati dai loro villaggi per mano dei miliziani dello stato islamico, e costretti ad una marcia forzata verso la regione autonoma irachena del Kurdistan dove, tuttora, molti ancora vivono in situazioni tragiche.

A Prayer for Christians in Iraq

I am calling all Christians all over the world to join us in praying for peace and stability in Iraq in the first anniversary of the conquest by ISIS of the Christian villages of the Nineveh Plain on August 7, 2014, (less than a month after that of Mosul.)

Lord Jesus Christ,
You taught us to pray to the Father in your name,
and you assured us that whatever we asked for, we would receive.

Therefore, we come to you with complete confidence
asking you to give us the strength to stand fast in this violent storm,
to reach peace and security before it is too late.

This is our prayer, and although it seems difficult for us,
we trust you to give us all we need for our survival and our future.

Help us, Father, to continue working together,
to be free, responsible and loving,
to fulfill your will, joyfully, carefully, and courageously.

At Cana, Jesus’ Mother was the first to notice there was no wine.

Through her intercession, we ask you, Father,

To change our situation - as your son changed water into wine - from death into life.
Amen

Preghiera per i cristiani in Iraq (Traduzione di Baghdadhope)

Faccio appello ai cristiani di tutto il mondo perchè si uniscano a noi  nel primo anniversario della conquista da parte dell’ISIS dei villaggi cristiani dalla Piana di Ninive il 7 agosto del 2014, (meno di un mese dopo quella di Mosul.).  

Signore Gesù Cristo,
ci hai insegnato a pregare il Padre in tuo nome
e ci hai assicurato che qualsiasi cosa avessimo chiesto avremmo ottenuto.
Per questo ci affidiamo a te con completa fiducia
e ti chiediamo di darci la forza di rimanere saldi durante questa violenta tempesta per avere la pace e la sicurezza prima che sia troppo tardi.
Questa è la nostra preghiera e sebbene ci sembri difficile
confidiamo che Tu possa darci ciò di cui abbiamo bisogno per la nostra sopravvivenza e per il nostro futuro.
Aiutaci, Padre a lavorare insieme,
ad essere liberi, responsabili ed amorevoli,
ed ad adempiere alla Tua volontà ed a farlo con gioia, attenzione e coraggio.
A Cana, la Madre di Gesù fu la prima a notare che mancava il vino,
attraverso la Sua intercessione ti chiediamo, Padre,
di cambiare la nostra situazione dalla morte alla vita così come Tuo figlio cambiò l'acqua in vino.
Amen


Prière pour les Chrétiens d’Iraq

J’invite  les chrétiens du monde entier à se joindre à nous dans la prière pour la paix et la stabilité en Irak à l’occasion du  premier anniversaire de la conquête par ISIS des villages chrétiens de la plaine de Ninive, le 7 Août 2014, (moins d'un mois après que de Mossoul.)

Seigneur Jésus-Christ,
Vous nous avez appris à prier le Père en votre nom,
et vous nous avez assuré que tout ce que nous demandons nous sera donné.
C’est avec cette confiance,
nous venons à vous pour vous demander de nous donner la force de tenir bon dans cette violente tempête,
pour atteindre la paix et la sécurité avant qu'il ne soit trop tard.
Ceci est notre prière, et bien qu'il semble difficile pour nous,
nous avons confiance que vous nous donnerez tout ce que nous avons besoin pour notre survie et notre avenir.
Aidez-nous, Père, de continuer à travailler ensemble,
pour être libre, responsable et aimant,
pour répondre à votre volonté, avec joie, soin, et courageusement.
A Cana, la Mère de Jésus a été le premier à remarquer qu'il n'y avait pas de vin.
Par son intercession, nous vous demandons, Père,
de changer la situation de la mort à la vie, comme votre fils avait changé l'eau en vin.
Amen 

 

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Vaticano, cardinale Filoni: “Papa Francesco vuole andare in visita in Iraq”

By Il Fatto Quotidiano
Francesco Antonio Grana

“È nelle intenzioni di Papa Francesco andare in Iraq e senz’altro credo che lo farà. Anche se il momento opportuno adesso non posso prevederlo perché tutti comprendono che questo è un tempo ancora molto problematico per il Paese”.
Non ha dubbi il cardinale Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, il “Papa rosso” come viene chiamato nel gergo vaticano chi ricopre il suo ruolo a causa delle grandi responsabilità di colui che guida il dicastero di "Propaganda fide". Il porporato pugliese, in una conversazione esclusiva con IlFattoQuotidiano.it in occasione dell’uscita del suo libro “La chiesa in Iraq” (Libreria editrice vaticana), ripercorre le sue due recenti missioni nel Paese, dove è stato anche nunzio apostolico dal 2001 al 2006, a nome di Papa Francesco.

Eminenza, cosa ha trovato in Iraq?
“È un Paese composto da diverse nazionalità etnico religiose con profonde divisioni tra loro. Divisioni che spesso alimentano delle vere e proprie guerre. La parte Sud è profondamente sciita. Non si può pensare che l’Iran possa rinunciare all’influenza di queste terre. È come se gli ebrei rinunciassero a Gerusalemme o i cattolici a Roma. Andando più su ci sono zone miste sunnite e sciite. Nella parte Occidentale troviamo, invece, antiche tribù sunnite e a Est e a Nord la presenza dei curdi ma anche dei cristiani. C’è una realtà molto composita e in questo mosaico se non ci si mette d’accordo gli uni con gli altri non si avrà mai la pace che è la condizione fondamentale per lo sviluppo del Paese”.
Il recente accordo sul nucleare iraniano quanto può aiutare la pace in Iraq?

“Non dimentichiamo che l’ultima raccomandazione di Saddam Hussein prima di morire fu: “Attenti all’Iran”. In linea di principio non si può negare a nessuno l’uso dell’atomo a livello pacifico. Il problema nasce dal momento in cui politicamente si possa farne uso. Da un lato c’è il Pakistan con la bomba atomica e quindi anche l’Iran pensa ad avere qualcosa. Oggi l’Iraq non può essere considerato un nemico atomico. L’uso pacifico in linea di principio non gli si può negare, ma l’arma nucleare diventa problematica perché aggrava tutta la situazione del Medio Oriente”.
Quando era nunzio in Iraq lei è rimasto lì anche sotto i bombardamenti della Seconda guerra del golfo. Perché?

“Devo dire che sia nella Prima sia nella Seconda guerra del golfo i nunzi sono rimasti al loro posto e ciò diede enorme credibilità al ruolo della Chiesa. Il popolo iracheno vide che la comunità cattolica, nonostante fosse piccola e minoritaria, non aveva comportamenti contradditori con un Occidente che poteva essere definito cristiano e un Medio Oriente invece musulmano. La stessa cosa avvenne nella Seconda guerra del golfo. Anche se nella Prima qualche vescovo e sacerdote sparirono dalla circolazione, io dissi che dovevamo rimanere tutti e tutti siamo rimasti o a Baghdad o in Iraq”.
Come avete aiutato la popolazione?

“Avevamo dato a disposizione tutte le chiese che la sera erano aperte come anche il seminario e la gente veniva con i materassini a trascorrervi la notte per paura dei bombardamenti. Tutti i luoghi di culto erano aperti e ospitavano sia i cristiani, sia i musulmani. Le stesse piccole istituzioni assistenziali cattoliche, penso al piccolo Ospedale san Raffaele, sono rimaste sempre aperte. Non avevano la possibilità di curare i feriti, ma erano presi d’assalto soprattutto dalle partorienti”.
Ha mai avuto paura di morire?

“Quando ci si trova in queste situazioni la paura non è quella di morire. Scherzando dicevo alle mie suore, quando due volte i missili sono caduti a qualche centinaio di metri dalla sede della nunziatura dove stavamo con grandi rumori e grandi conseguenze, come la rottura dei vetri, che finché sentiamo il rumore vuol dire che siamo ancora vivi. Se non sentiamo il rumore vuol dire che siamo già partiti quindi non ci preoccupiamo più. Era una battuta per abbassare un po’ la tensione. Noi non potevamo permetterci di vivere fuori dalla grande paura del popolo iracheno”.

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martedì, luglio 28, 2015

 

Cor Unum per il dramma siro-iracheno e il 10° di "Deus caritas est"

By Radiovaticana

Papa Francesco continua ad indicare al Pontificio Consiglio Cor Unum, le priorità per gli ultimi, i più poveri ed i dimenticati. Per questo il dicastero vaticano per la Carità del Papa sta organizzando due eventi importanti: il 25 e 26 febbraio 2016 un grande incontro a 10 anni dall’enciclica di Benedetto XVI “Deus caritas est”. Il prossimo 17 settembre è previsto un incontro di coordinamento per le opere di carità in Siria e Iraq, come spiega al microfono di Roberto Piermarini il segretario di Cor Unum mons. Dal Toso
Siamo in fase preparatoria, soprattutto in vista del 17 settembre quando per la terza volta ospiteremo qui a Roma un incontro di coordinamento per i grandi organismi di carità cattolici che stanno operando nel contesto della crisi siro-irachena che, come sappiamo, dal punto di vista umanitario, è probabilmente la più grave crisi da 25 anni a questa parte e che vede la partecipazione e l’impegno di tanti organismi cattolici.
Lei ha già avuto la possibilità di recarsi in Siria per coordinare questi aiuti...
Sì, io sono stato in Siria l’ultima volta alla fine di ottobre dell’anno scorso per un incontro con i vescovi della Siria e abbiamo contatti direi quasi quotidiani con i diversi attori. L’idea è quella di cercare il più possibile di tenere insieme tutti questi soggetti che operano. E’ difficile fare un coordinamento operativo perché si tratta di molti soggetti, perché la situazione è molto delicata, perché il Paese non è accessibile in tutte le sue parti e perché sono in gioco questioni molto di rilievo. Però quello che per noi è importante è cercare il più possibile di tenere insieme tutti questi grandi soggetti, in modo che anche si renda visibile che c’è una testimonianza della Chiesa importante in questo momento a favore dei nostri fratelli e sorelle in Siria e in Iraq che stanno soffrendo. Ovviamente l’impegno della Chiesa cattolica non è solamente per i cristiani ma è per tutta la popolazione.
Questo è in linea con la preoccupazione di Papa Francesco per la Siria e per l’Iraq in questo momento per i profughi soprattutto…
Sì, diciamo che il Papa ha parlato moltissime volte della Siria e dell’Iraq e tantissime volte ha chiesto che ci sia la possibilità di trovare delle forme di riconciliazione, di pacificazione. E soprattutto si tratta di finire questa guerra che sta durando da più di 4 anni, e che ha provocato più 220 mila morti, solo in Siria, ha provocato grandi sofferenze, come sappiamo, per i cristiani in Iraq che sono dovuti fuggire perché cacciati dalle loro terre e per la prima volta nella storia in queste parti dell’Iraq non c’è più una presenza cristiana. E’ una situazione gravissima e ovviamente il Papa ripetutamente ha preso posizione perché si trovi prima di tutto una soluzione politica per fermare la guerra. D’altro canto, però, in questo momento quello che la Chiesa cattolica può e deve fare e lo fa il più possibile è dare un segno della sua presenza a fianco delle vittime, quindi di favorire l’assistenza umanitaria, di favorire anche l’assistenza pastorale ai cristiani che sono fuggiti, di cercare di creare anche un ambiente il più possibile accogliente per queste persone. E quindi credo che questa presenza a fianco della popolazione è la testimonianza più grande che la Chiesa può dare in questo momento per arginare almeno il più possibile le ferite che questa guerra ha aperto.
A lunga scadenza quale altra iniziativa da parte di Cor unum?
Noi stiamo preparando, con l’incoraggiamento di Papa Francesco, un grande incontro il 25 e il 26 febbraio dell’anno prossimo, a 10 anni della pubblicazione dell’enciclica “Deus caritas est”. Questa enciclica è veramente una pietra miliare per tutto il settore della carità della Chiesa sia perché ha dato un indirizzo teologico a tutta questa attività, a tutto il servizio di carità Chiesa e perché soprattutto ha sottolineato che questo servizio della carità della Chiesa è centrale per la Chiesa, così come lo sono la predicazione della Parola di Dio, come la celebrazione dei Sacramenti. Allora questa Enciclica ha segnato un momento importantissimo per l’attività caritativa della Chiesa e ha avuto anche dei frutti enormi per la Chiesa nei diversi continenti sia per l’attività concreta sia anche direi proprio per la comprensione, per una visione corretta del servizio della carità, e vorrei dire anche per un coinvolgimento più diretto anche dei pastori della Chiesa in questo settore. In questo senso io amo dire che Papa Benedetto ha dato un quadro teologico che Papa Francesco  testimonia quotidianamente, questo servizio all’umanità sofferente al quale Papa Francesco ci chiama continuamente e che lui in prima persona vive. Mi sembra che abbia una sua preparazione da un punto di vista teologico in questa grande enciclica. Per cui c’è sembrato importante celebrare 10 anni di questa Enciclica non solo però con uno sguardo indietro ma soprattutto con uno sguardo in avanti per le prospettive che continua ad aprire per la nostra attività caritativa. E Papa Francesco ha incoraggiato questa iniziativa che giustamente si colloca bene nel quadro dell’Anno della Misericordia.
Chi verrà invitato a questo grande evento?
A questo grande evento verranno invitati i rappresentanti delle conferenze episcopali, i rappresentanti dei grandi organismi cattolici di carità e di volontariato e università pontificie e anche rappresentanti e titolari di diverse cattedre che ci sono in giro per il mondo di teologia della carità in modo da dare un po’ anche una spinta a questo tipo di riflessione teologica.
Si svolgerà a Roma questo incontro?
Sì, si svolgerà a Roma, qui nel Palazzo San Pio X. Noi contiamo su una grossa partecipazione  e abbiamo anche contattato  relatori di grande rilievo esattamente perché ci sembra che sia importante continuare a tenere presente la centralità del servizio della carità per la vita della Chiesa perché questo dà una testimonianza importante anche oggi di come la Chiesa vive veramente radicata vicino all’uomo e si prende cura delle sue sofferenze qualunque esse siano e l’uomo nella sua integrità, quindi nei sui bisogni corporali ma anche nei suoi bisogni spirituali.

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lunedì, luglio 27, 2015

 

Svezia: in un centro richiedenti asilo profugi musulmani obbligano alla fuga profughi cristiani

By Baghdadhope*

Mönsterås è una cittadina di poco più di 6000 abitanti sita alla sommità di uno dei tanti fiordi svedesi che si affacciano sul Mar Baltico verso sud-est. Le case sono colorate con tinte pastello, le strade pulite e piene di biciclette, la locale municipalità sottolinea come vi si possa godere di maggior numero di ore di sole e di minor numero di ore di pioggia rispetto ad altre città svedesi.
E’ il paradiso dei pescatori, ma anche di chi ama andare a cavallo, giocare a golf o passeggiare nei rigogliosi boschi che circondano l’abitato in cerca di un troll, di un folletto o dei ruderi di un antico monastero.
In questa landa idilliaca c’è anche un edificio che ospita circa 80 richiedenti asilo nell’attesa del disbrigo delle pratiche. Sono quasi tutti siriani. Ed ora sono solo musulmani.
Fino a qualche giorno fa però in quella sistemazione c’erano anche due famiglie cristiane provenienti dalla Siria. Nessuno conosce la loro storia. Nessuno sa da cosa o da chi erano scappate. Se dalla violenza generalizzata della guerra in corso nel paese che spinge anche molti musulmani a lasciarlo, o se da essa e da quella che colpisce specificatamente le minoranze non islamiche. Nessuno sa neanche come quelle famiglie siano finite a Mönsterås, le tappe del loro viaggio e del loro dolore, mitigato forse solo dalla consapevolezza di essere finalmente arrivate al sicuro in un paese che non esclude il dialogo e la convivenza ma che, vivaddio si saranno detti, è ancora a maggioranza cristiana.
Ciò che si sa perché riferito da un giornale locale e ripreso da uno nazionale è che quelle famiglie hanno volontariamente abbandonato l’edificio con le loro poche cose perché minacciate da un gruppetto di musulmani che hanno intimato loro di non indossare la Croce e di non utilizzare le parti comuni quando occupate dai fedeli dell’Islam.
“L’atmosfera era diventata troppo intimidatoria.” ha dichiarato alla testata locale un testimone ben informato sui fatti.
Nessun riferimento diretto è riportato su eventuali prese di posizione a favore di queste famiglie da parte della solita, silente ed inutile “maggioranza silenziosa” dei musulmani presenti.
Ciò che è accaduto è stato confermato da Mikael Lönnegren, vice direttore dell’Ufficio Migrazione della contea di Kalmar in cui si trova la città di Mönsterås, che ha riferito come le famiglie si siano allontanate spontaneamente trovando esse stesse una nuova sistemazione e che, vista la difficoltà a reperire strutture in grado di ospitare i richiedenti asilo, l’Ufficio Migrazione non li smista secondo la religione. Eventi come questo di Mönsterås, ha spiegato, sono comunque rari, ma la loro gravità non sarà sottovalutata anche se, trattandosi di allontanamento volontario la polizia del luogo non è stata allertata. Certo però ha aggiunto: “Siamo del parere che chi fugge per ottenere rifugio nel nostro paese debba seguirne le leggi una volta qui.”
I cristiani siriani, iracheni, palestinesi, e di tutti gli altri paesi che stanno conoscendo un periodo buio a causa della loro fede, sempre più difficile e rischiosa da praticare nelle terre a maggioranza islamica, sembrano non avere speranza. La maggior parte di loro non può e non potrà mai lasciare quelle terre perché troppo povera, anziana e malata e trova, se trova, unica consolazione nel sapersi erede di quella tradizione di “Chiesa dei Martiri” che la trattiene come testimone forzata dell’antichissima cristianità che appare ormai destinata a scomparire. Coloro che riescono a fuggire, perché di fuga si tratta e non di emigrazione, devono invece combattere contro il loro essere non desiderati nei paesi europei ormai decisi a fermare lo straniero, chiunque esso sia e qualsiasi sia la sua storia, “ovunque ma altrove.”
Una volta entrati in Europa però quei cristiani dovrebbero essere protetti, perché se non possiamo (o vogliamo?) salvarli lì dove è “politicamente scorretto e rischioso” farlo, dovremmo farlo almeno qui, perché è impensabile che anche da noi essi possano, ed a maggior ragione considerando che non sono semplici migranti ma profughi di guerra “e” di persecuzione, essere discriminati e maltrattati da musulmani o persone di altre religioni.
Non qui, non dove hanno sofferto per arrivare, e dove speravano di trovare almeno la libertà di essere cristiani tra cristiani. 
  


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Iraqi Christians fleeing ISIL now live in Jordan

By CCTV America



ISIL gave Iraq's Christians an ultimatum: cooperate or suffer harsh consequences. Many of them feared that even if they complied, they would eventually be killed. So they fled. Now living as urban refugees in Jordan, they cling to the church and push away thoughts of returning home.
CCTV's Stephanie Fried met some of them in a suburb of Amman.

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Sako: iracheni sentono vicinanza Papa, ma serve intervento internazionale

By Radiovaticana

Sentiamo la vicinanza del Papa e la preghiera dei cristiani ma abbiamo bisogno di un intervento internazionale per sconfiggere il terrorismo dello Stato islamico: è quanto afferma ai nostri microfoni il patriarca caldeo di Baghdad Louis Raphaël I Sako, che oggi, a Jelsi in provincia di Campobasso, riceve il Premio internazionale “La traglia, etnie e comunità”, istituito a difesa delle minoranze. Ascoltiamo il patriarca Sako nell'intervista di Sergio Centofanti:

 Questo premio non è per me, personalmente, ma per tutti coloro che lavorano per la pace, per il dialogo. Secondo me, è dato a tutti, non solo ai cristiani, ma anche ai musulmani che vogliono un mondo migliore, un mondo in cui tutti possano vivere nella gioia e nella dignità.Qual è la situazione oggi dell’Iraq?

E’ una situazione molto brutta a causa della guerra che fa tanti morti, tanti rifugiati e distruzione.

Qual è la situazione dei cristiani e che Chiesa è oggi quella irachena? 

I cristiani pagano il prezzo di questa guerra settaria fra sunniti e sciiti, ma anche della guerra nel Medio Oriente. L’identità di questa Chiesa è quella di una Chiesa martire.

Ci sono tanti sfollati che vivono una situazione drammatica…

120 mila sfollati. Ma c’è anche un’angoscia psicologica un po’ dappertutto: come sarà il futuro? Ci sarà un’avvenire o no? La risposta è oscura.

I cristiani continuano a lasciare l’Iraq?

Si, purtroppo

La comunità internazionale cosa fa e che cosa può fare di più

E’ una politica alla ricerca degli interessi economici e non del benessere delle persone: loro non cercano la pace. Fabbricare armi vuol dire fabbricare anche guerre. Ci vuole un rinnovamento della politica e dell’economia, ma anche della religione. I musulmani devono fare una lettura all’interno dell’islam per scoprire il messaggio positivo per la vita umana, il rispetto della dignità della persona.
Come combattere il terrorismo dello Stato Islamico?

 Ci vuole un’azione effettiva, internazionale, perché questi Paesi da soli non possono combattere l’Is, che è uno Stato: ha soldi, vende petrolio, ha armi e tanti jihadisti che aumentano.

Che cosa possono fare i cristiani di tutto il mondo per voi?

Possono aiutare, ma ciò di cui noi abbiamo più bisogno è l’amicizia, la solidarietà, la vicinanza. Io direi che la preghiera può fare un miracolo, cambiare il cuore di questi uomini: la conversione, la riconciliazione fra i politici.

I cristiani iracheni sentono la vicinanza di Papa Francesco?

Sì, sì, ma aspettano una sua visita pastorale. Abbiamo bisogno della sua presenza fra noi, in modo che ci dia tanta forza, tanta speranza, non solo ai cristiani, ma a tutti. Il Papa è un simbolo non solo per i cristiani - è un’autorità internazionale, spirituale e morale - e tutti aspettano questa presenza in mezzo a noi. Ci potrà dare tanta forza per perseverare e non lasciare.

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venerdì, luglio 24, 2015

 

Christian Refugees Languish in Camps, Looking for Hope

By Rudaw
Arina Moradi

Marolin Sabri
is angry. The 28-year-old mother of three says she is sick and tired of local officials who have made promises to her community of Assyrian Christian refugees that nestles together in a former church in Kirkuk.
"I have to laugh. So many people have come from the government saying they will help us, but we are only surviving on the help from NGOs and the church," she said.
Sabri is one of thousands of Christian refugees who were brutally driven from their homes by the Islamic State, or ISIS, and sought safety in cities and towns across the Kurdistan region. Sabri's home town of Bartella is still held by ISIS, and she wonders if she'll ever return.
Her frustration is common among displaced Christians, many of whom share the same everyday worries and deep fears for the future of their families.
"Our kids keep asking, 'When will we go home? It is like a prison for them," Sabri told Rudaw.
Sadly, Sabri's story is also all-too-common. Bernan Petros, 47, also fled Bartella with his family as ISIS bore down on the Christian community.
"We were almost the last family to leave. We left everything behind, even our money. Without my money, how can I make plans? Everything I had is under the control of ISIS," Petros said in the single room he shares with his six-member family at the former Qalb Muqaddas (Sacred Heart) Assyrian Church in Kirkuk.
Also like Sabri, Petros and his family first went to Erbil's ancient Christian quarter of Ainkawa but found no room in the camps and churches. He said the price for a hotel room for one night was $150; too much for a family running for their lives.
Now, among the 70 or so families staying at Qalb Muqqaddas, Sabri and Petros worry about attaining the jobs and residency permits they will need to build a new life.
"We don't have work. We just survive on what they give us," Petros said, speaking under a poster of Jesus Christ that had been taped to the wall.
The Kurdistan Regional Government (KRG) reports that 1,160,000 internally displaced Iraqis had arrived in Erbil by June. Life for Christian refugees in overcrowded Ainkawa is little better than in Kirkuk.
Anoutha Ishak is among hundreds of Christian women who spend their lives in Mar Eillia Church at the heart of the Christian neighborhood.
"We became depressed and psychologically unwell," Ishak said. "I was a nurse. I left my job, my belongings, my house, and all our money. Of course after we came here our life changed."
Christians are among the many minorities and Kurds who have flooded the region. The government says all groups have been treated equally.
"We are dealing with refugee issues--Arabs, Christians, Yezidis, and all other minorities--without any discrimination. For those who are living in the Kurdistan region, we are trying to help them stay inside the country," said Shakir Yasseen, general director of the KRG's Bureau of Migration and Displacement.
A sharp increase of Iraqi refugees fleeing ISIS into Europe became a concern for the European Union as well as local governments of Iraq. According to CIA World Factbook, the pre-2003 Christian population in Iraq was as high as 1.4 million. Since the ISIS war, estimates put the population between 260,000 and 350,000.
"We are trying to prevent illegal immigration of all Iraqis including Christians. We want them stay inside the country, but for those who have been given a visa by European embassies in the region, we cannot do anything about it," Yasseen explained.
For refugees like Petros, leaving Iraq and the ongoing violence is all he can think about.
"There is no hope in this country. We have no hope here. We are so tired of this situation, and now we are thinking of leaving--all Christians together--to seek another place in Europe," he said. "That is our only dream: to leave this place forever."

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Ausiliare di Baghdad: la preghiera dei bambini per la pace, nell'Iraq di sangue e violenze


“Questa settimana a Baghdad ogni giorno si sono verificate esplosioni, attacchi bomba, violenze, ogni giorno sentiamo scoppi, anche vicino al patriarcato, e poi morti, feriti, oltre100 nel primo giorno di festa per la fine del ramadan. Una situazione drammatica”. È quanto racconta ad AsiaNews mons. Basilio Yaldo, vescovo ausiliare della capitale e stretto collaboratore del patriarca Louis Raphaël I Sako, secondo cui “il futuro è incerto, oscuro, nessuno sa cosa potrà succedere perché ogni giorno vi è un nuovo episodio di violenza”. Tuttavia, aggiunge il prelato, “il popolo sembra essersi abituato a queste notizie di sangue, che non vengono più nemmeno riportate nei telegiornali, sono considerate una normalità… la gente poco dopo un’esplosione è già in strada, come se nulla fosse”.
In queste ultime settimane si è registrata una nuova ondata di violenze in Iraq, una nazione che appare sempre più divisa al suo interno per etnie e confessioni. Sciiti, sunniti, arabi, turcomanni, curdi sono al centro di una lotta per il potere che viene combattuta a colpi di mitra, bombe e attentati sanguinosi mentre il governo appare incapace di perseguire un progetto di unità.
Anche per questo si moltiplicano le voci e i commenti, alcuni dei quali con intento provocatorio, di una divisione confessionale di una nazione ormai sull’orlo del baratro e priva di una vera “coscienza nazionale”. Tuttavia la presenza cristiana, benché decimata, resta sempre un messaggio di pace, armonia e unione come sottolinea una volta di più il vescovo ausiliare della capitale.
“Noi come cristiani - spiega il prelato - lavoriamo per la riconciliazione, l’unità… perché non abbiamo interessi specifici o sete di potere, vogliamo solo la pace e la convivenza. Spesso il patriarca Sako invita le varie parti in causa a momenti di incontro, discussione, per una vera riconciliazione nazionale. E, in alcuni casi, la risposta è positiva perché sunniti e sciiti hanno fiducia in noi cristiani”. Purtroppo, aggiunge, “ogni parte, ogni partito ha la propria idea ma anche chi, come il governo, non vuole la divisione alla fine non riesce a costruire un vero percorso di unità”.
Intanto continua il dramma dei rifugiati cristiani, che da oltre un anno vivono nei campi di accoglienza dopo che le loro case e le loro terre - a Mosul e nella piana di Ninive - sono state occupate dai miliziani dello Stato islamico. “Ancora oggi non sappiamo quale sarà il loro destino - ammette mons. Yaldo - e alle loro domande non sappiamo dare risposte certe. La situazione sembra peggiorare sempre più, ma noi come cristiani ci diamo coraggio, fede, speranza”.
Fra questi piccoli segnali di speranza, racconta l’ausiliare di Baghdad, c’è il lavoro di preparazione “per una solenne preghiera per la pace nel Paese”. Ogni messa, aggiunge, ha proprio la pace in Iraq come intenzione speciale. “Anche oggi - aggiunge mons. Yaldo - durante la messa per la prima comunione di 28 bambini della capitale, abbiamo voluto pregare per la pace”. Negli ultimi giorni, conferma il vescovo, 182 ragazzi e ragazze hanno ricevuto la prima comunione e “anche questo è un piccolo segno di speranza e la testimonianza di una comunità viva”.
“I bambini hanno la pace come unico sogno, è questo che ci chiedono” sottolinea mons. Yaldo. In questi giorni a Baghdad “fa molto caldo, oltre 50 gradi, mancano elettricità e corrente ed è difficile trovare refrigerio. Tuttavia i bambini chiedono “cose semplici, vogliono giocare con gli altri, partecipare a gite, uscire in strada e divertirsi ma non possono farlo per paura delle bombe, delle esplosioni, delle violenze. Noi però - conclude - insegniamo loro ad essere strumenti di pace, a non usare la violenza, e a guardare al futuro con speranza e fiducia”. 

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Card. Filoni: la preoccupazione del Papa per l'eroica Chiesa irachena

By Radiovaticana

“La Chiesa in Iraq” questo il titolo del libro scritto dal cardinale Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli. Il volume ripercorre la storia, lo sviluppo e la missione della chiesa irachena, dagli inizi ai nostri giorni. “Una Chiesa eroica”, come l’hanno definita Benedetto XVI e Papa Francesco, che anche oggi sta dando una testimonianza di fede a causa delle persecuzioni dei jihadisti dell’Is. Il card. Filoni è stato 5 anni nunzio apostolico in Iraq durante la Guerra del Golfo e Papa Francesco lo ha inviato due volte in missione tra i profughi iracheni. Al microfono di Roberto Piermarini il porporato spiega quanto è viva la preoccupazione del Papa per i cristiani iracheni:
E’ vivissima per vari motivi. Innanzitutto perché i cristiani in questo momento insieme alle altre piccole minoranze sono i poveri, veramente i poveri di questa situazione perché hanno dovuto abbandonare tutto, non solo le proprie case ma anche i propri averi e anche quel poco, rimanendo con quel poco che avevano addosso. Grazie alla solidarietà internazionale e soprattutto all’appello del Papa, quando mi inviava un anno fa in Iraq, soprattutto nel Kurdistan, a visitare i nostri cristiani e le minoranze, che erano state cacciate via da Isis… Il Papa ha avuto un ruolo importante e tutti glielo riconoscono per aver focalizzato l’attenzione internazionale sulla situazione di guerra e comunque dei nostri cristiani, che sono stati cacciati. Quindi grande attenzione perché oggi sono i poveri di questa situazione insieme alle altre minoranze e poi perché la guerra è sempre un’ingiustizia: la sopportano le popolazioni. E qui vediamo che tutte le popolazioni e non solo quelle cristiane, anche quelle musulmane, anche le altre minoranze, portano le conseguenze della distruzione, della morte, delle famiglie divise. Quindi questa grande attenzione per una situazione politica che purtroppo pesa come sempre sulla popolazione e su coloro che sono i più fragili.
Lei è stato nunzio apostolico in Iraq proprio durante la Guerra del Golfo ed è tornato come inviato del Papa due volte in Iraq. Quale è stata la sua esperienza di questi due incontri che lei ha avuto con la popolazione irachena e con i cristiani iracheni?
Il primo è stato un incontro scioccante perché ci trovavamo in mezzo a loro, in mezzo a migliaia di famiglie che erano fuggite e dormivano per terra, dove era possibile, sotto gli alberi, in situazioni assolutamente disumane, con un caldo che - si sa - durante l’estate in Iraq arriva anche a 45, 48 gradi. Quindi immaginiamo questa povera popolazione scappata via senza acqua, senza condizioni tali da poter vivere dignitosamente e decentemente, anche con tutti i problemi legati anche alle malattie, al cibo, all’acqua potabile… Quindi uno choc formidabile per come queste famiglie nel giro di 24 ore si siano venute a trovare. La seconda visita  è stata quasi per far sentire ai nostri cristiani e alle altre minoranze che ho visitato che non ci siamo dimenticati di loro: voleva essere un gesto, come il Papa usa dire spesso, una “carezza”, una carezza che non va fatta una volta, va anche ripetuta perché questa gente senta che noi siamo vicino a loro e non li abbiamo dimenticati. E la cosa bella  in questa seconda circostanza è stata che in questo caso ho potuto portare, era il periodo di Pasqua, la colomba pasquale donata da tante famiglie di Roma. Quindi non c’era solamente la solidarietà del Papa ma c’era anche la solidarietà, l’affetto, la stima, l’incoraggiamento, il pensiero di tante famiglie della diocesi del Papa. Quindi la prima visita è stata una condivisione delle sofferenze. La seconda io l’ho definita un “pellegrinaggio” perché era il periodo della Settimana Santa e quindi vedevo il calvario, la sofferenza, la via crucis di questa gente.
Cosa rappresentano oggi i cristiani in Iraq?
La cosa interessante è non solo ciò che noi pensiamo dei nostri cristiani. E sappiamo bene, poi il mio libro lo descrive, proprio in questa storia, in questo sviluppo loro hanno una parte fondamentale perché hanno contribuito alla vita, alla tradizione, alla cultura di questa terra. Ma non è solo quello che noi pensiamo e che io ho cercato di far vedere attraverso le vicende di quasi 2000 anni di storia ma soprattutto ciò che pensano anche gli altri. Perché sono tanti, alcuni lo dicono, me l’hanno detto, altri lo pensano, altri forse non lo dicono: i nostri cristiani sono parte integrante della storia della vita del Medio Oriente in generale e della vita dell’Iraq in particolare. Io penso che questa sia una cosa molto bella. Anche le stesse autorità, dicono: “Voi avete il diritto nativo di stare qui. Noi siamo venuti dopo, sia come religione dell’islam sia anche come popoli che in questa terra - che è stata sempre una terra di passaggio dove tutti poi si sono innamorati e sono rimasti - abbiamo trovato anche noi, dopo di voi, un posto. Quindi non possiamo non riconoscere questa tradizione che voi avete, questo diritto nativo di stare qui”. Ora, non è una questione puramente accademica ma effettivamente poi i nostri cristiani attraverso l’educazione dei propri figli, attraverso le capacità che hanno saputo esprimere nel contesto anche di una realtà islamica molto più vasta, sia sciita sia sunnita, hanno portato il contributo straordinario delle loro capacità o acquisite, a volte attraverso i figli che studiavano all’estero, ma anche attraverso le loro culture e le loro tradizioni. D’altronde non dimentichiamo che questa è anche la terra dove la cultura occidentale ha messo le radici.
Cardinale Filoni, c’è un capitolo del suo libro che dice: “Quale Iraq oggi?”. Io le chiedo se c’è il rischio di una spartizione settaria del Paese tra curdi, sunniti e sciiti? E qual il futuro per la minoranza cristiana?
Io mi rifaccio, normalmente, un po’ a come è nato l’Iraq e come sono nati tutti gli altri Paesi, compresi la Giordania, la Siria, il Libano e la stessa Turchia: sono nate da un collasso dell’Impero Ottomano, circa 90 anni fa. Era il 1920, quando si stipulava in Europa la divisione dell’Impero Ottamano e si creavano i regni della Giordania, dell’Iraq, dell’Arabia Saudita; la Turchia stessa ne usciva ridimensionata dopo la I Guerra Mondiale. Dunque non è un luogo o una terra in cui c’è una antichissima tradizione nel senso di unità di Stato: c’erano molte nazionalità, molte etnie, molti gruppi che convivevano. Proprio questo fatto ha creato anche tante tensioni, perché la formazione degli Stati è stata una formazione voluta in Occidente e non rispondeva alle esigenze locali. Questo non è mai stato del tutto superato: è stato sempre un elemento che, in vari momenti, è stato ripreso per lotte e per rivendicazioni. Pensiamo anche alla guerra in Kuwait, perché in fondo il Kuwait è una realtà costruita solo dopo: le tribù vivevano e passavano dalla parte del deserto oggi iracheno, alla parte del deserto del Kuwait senza alcuna difficoltà… E così si potrebbe dire anche di altre parti. I curdi si sono sentiti traditi, al momento della formazione di questi Stati, per non essere stati riconosciuti come una entità che aveva il diritto ad uno Stato: questo li ha poi portati a delle lotte. Quindi non parliamo di una realtà omogenea, ma parliamo di tante presenze che hanno dovuto convivere e che quindi, di tanto in tanto, trovano delle frizioni. E’ chiaro che in una concezione moderna di Stato, in cui i confini sono una realtà molto relativa, noi dobbiamo chiederci: che futuro avrà questo Iraq, di cui parliamo, quello cioè uscito dal 1920 in poi? Praticamente dopo l’ultima Guerra del Golfo – 13 anni fa – l’Iraq politicamente è cambiato, ma le entità interne politico-religiose sono rimaste: pensiamo agli sciiti che rivendicano – essendo la maggioranza – il loro ruolo; pensiamo ai sunniti che avevano invece da sempre il potere e che quindi non accettano di essere sotto una leadership sciita che controlla l’economia e la politica; pensiamo anche ai curdi che da sempre hanno rivendicato una loro entità culturale, linguistica, oltre che territoriale; e pensiamo poi alle altre piccole minoranze, come sono i cristiani. E’ chiaro che i cristiani sono sempre vissuti n mezzo a tutti: non hanno mai avuto storicamente – da quando è nato l’Iraq – una rivendicazione territoriale. Hanno sempre rivendicato, per così dire: noi siamo qui – ad esempio – nella Piana di Ninive, vogliamo continuare a vivere secondo le nostre tradizioni. Ma non era politica e nemmeno amministrativa particolare. Dunque le piccole minoranze e gli stessi yazidi, sono praticamente vissuti nella realtà in cui tradizionalmente sono convissuti. Queste piccole minoranze si sono sempre adattate alle grandi maggioranze. Allora, quale futuro ci può essere in una realtà sciita molto forte? In una realtà sunnita molto forte? In una realtà curda molto forte? Dietro di loro ci sono poi altri potentati: pensiamo ai sunniti, pensiamo agli sciiti dell’Iran, pensiamo ai curdi anche di altre parti… Ecco, bisogna allora uscire da una logica in cui ci si identifica solamente con i confini ed entrare nella logica di convivenza nel profondo rispetto gli uni degli altri. E questa non è tolleranza, ma è rispetto dei diritti. La tolleranza è una concessione: “io permetto a te di stare qui o di avere questo o di avere quell’altro”… Se noi passiamo ad una nuova logica, che è quella del diritto di ciascuno di vivere in quanto cittadino, i diritti umani, i diritti sociali, i diritti politici, che tutti devono avere, è chiaro che questo può permettere una convivenza. Ma bisogna anche uscire dalla logica di chi è maggioranza che usa il potere come se fosse poi una dittatura - “comando solo io, solo perché siamo una maggioranza” – che è una rivendicazione rispetto a quanto, per esempio, i sunniti avevano il potere, al tempo del Baath, e praticamente come minoranza usavano il potere soltanto dal loro punto di vista e quindi come una dittatura, come un regime. Ecco, anche lì bisogna cambiare le menti, ma per questo ci vuole ovviamente del tempo. E’ una prospettiva nella quale lavorare, ma se non c’è la pace, se non c’è questa buona volontà, ovviamente anche l’Iraq e il Medio Oriente rimarranno terre difficili dove vivere.

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Iraq: ACS dona viveri a 13mila famiglie di rifugiati cristiani

By Aiuto alla Chiesa che Soffre

Nuovo progetto di Aiuto alla Chiesa che Soffre in Iraq. Alla fine di giugno la fondazione pontificia ha donato pacchi viveri a 13mila famiglie cristiane rifugiate nel Kurdistan iracheno, per un totale di 690mila euro.
Dall’inizio dell’avanzata di Isis nel giugno 2014, ACS ha sostenuto la Chiesa irachena con oltre 7milioni e 300mila euro. Nella sola arcidiocesi caldea di Erbil, dove hanno trovato rifugio i cristiani fuggiti da Mosul e dalla Piana di Ninive, la sola fondazione ha contribuito ad oltre il 60% degli aiuti ricevuti a livello internazionale.
«Il supporto di ACS ha avuto un grande impatto sulla vita della nostra comunità - ha scritto l’arcivescovo caldeo di Erbil, monsignor Bashar Matti Warda, dopo l’invio dei pacchi viveri - Dal profondo del nostro cuore vi ringraziamo per essere vicini alle nostre famiglie in un momento tanto drammatico». I doni sono stati distribuiti da gruppi di volontari di età compresa tra i 15 ed i 18 anni. Ognuna delle famiglie ha avuto di che vivere per almeno un mese: riso, zucchero, olio, fagioli, carne, formaggio e acqua. Aiuto alla Chiesa che Soffre continuerà a raccogliere fondi per garantire il costante invio di viveri nei prossimi mesi.
Nel Kurdistan iracheno i cristiani si preparano al primo triste anniversario della fuga dalla Piana di Ninive. Nella notte tra il 6 ed il 7 agosto 2014, oltre 120mila fedeli sono stati costretti ad abbandonare le proprie abitazioni a causa dell’avanzata dello Stato Islamico. Dopo i primi mesi trascorsi nelle tende, nelle chiese o in palazzi abbandonati, grazie al contributo di Aiuto alla Chiesa che Soffre, le famiglie cristiane hanno trovato alloggio in case in affitto o nelle strutture prefabbricate fornite dalla fondazione. E tra pochi giorni inizierà l’anno scolastico, nelle otto scuole prefabbricate donate da ACS per garantire un futuro ai piccoli rifugiati.
Piccoli segni di speranza che aiutano i cristiani a sopportare l’incertezza e le difficoltà quotidiane, come le alte temperature estive e la mancanza di elettricità anche per 14 ore al giorno. La Chiesa continua a rappresentare l’unico punto di riferimento per le migliaia di famiglie di rifugiati, «assieme – nota monsignor Warda - alla vicinanza e alle preghiere dei cristiani di tutto il mondo».

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mercoledì, luglio 22, 2015

 

Is This the End of Christianity in the Middle East?

By New York Times
Eliza Griswold *

There was something about Diyaa that his wife’s brothers didn’t like. He was a tyrant, they said, who, after 14 years of marriage, wouldn’t let their sister, Rana, 31, have her own mobile phone. He isolated her from friends and family, guarding her jealously. Although Diyaa and Rana were both from Qaraqosh, the largest Christian city in Iraq, they didn’t know each other before their families arranged their marriage. It hadn’t gone especially well. Rana was childless, and according to the brothers, Diyaa was cheap. The house he rented was dilapidated, not fit for their sister to live in.
Qaraqosh is on the Nineveh Plain, a 1,500-square-mile plot of contested land that lies between Iraq’s Kurdish north and its Arab south. Until last summer, this was a flourishing city of 50,000, in Iraq’s breadbasket. Wheat fields and chicken and cattle farms surrounded a town filled with coffee shops, bars, barbers, gyms and other trappings of modern life.
Then, last June, ISIS took Mosul, less than 20 miles west. The militants painted a red Arabic ‘‘n,’’ for Nasrane, a slur, on Christian homes. They took over the municipal water supply, which feeds much of the Nineveh Plain. Many residents who managed to escape fled to Qaraqosh, bringing with them tales of summary executions and mass beheadings. The people of Qaraqosh feared that ISIS would continue to extend the group’s self-styled caliphate, which now stretches from Turkey’s border with Syria to south of Fallujah in Iraq, an area roughly the size of Indiana.
In the weeks before advancing on Qaraqosh, ISIS cut the city’s water. As the wells dried up, some left and others talked about where they might go. In July, reports that ISIS was about to take Qaraqosh sent thousands fleeing, but ISIS didn’t arrive, and within a couple of days, most people returned. Diyaa refused to leave. He was sure ISIS wouldn’t take the town.
A week later, the Kurdish forces, known as the peshmerga, whom the Iraqi government had charged with defending Qaraqosh, retreated. (‘‘We didn’t have the weapons to stop them,’’ Jabbar Yawar, the secretary general of the peshmerga, said later.) The city was defenseless; the Kurds had not allowed the people of the Nineveh Plain to arm themselves and had rounded up their weapons months earlier. Tens of thousands jammed into cars and fled along the narrow highway leading to the relative safety of Erbil, the Kurdish capital of Northern Iraq, 50 miles away.
Piling 10 family members into a Toyota pickup, Rana’s brothers ran, too. From the road, they called Diyaa repeatedly, pleading with him to escape with Rana. ‘‘She can’t go,’’ Diyaa told one of Rana’s brothers, as the brother later recounted to me. ‘‘ISIS isn’t coming. This is all a lie.’’
The next morning Diyaa and Rana woke to a nearly empty town. Only 100 or so people remained in Qaraqosh, mostly those too poor, old or ill to travel. A few, like Diyaa, hadn’t taken the threat seriously. One man passed out drunk in his backyard and woke the next morning to ISIS taking the town.
As Diyaa and Rana hid in their basement, ISIS broke into stores and looted them. Over the next two weeks, militants rooted out most of the residents cowering in their homes, searching house to house. The armed men roamed Qaraqosh on foot and in pickups. They marked the walls of farms and businesses ‘‘Property of the Islamic State.’’ ISIS now held not just Mosul, Iraq’s second largest city, but also Ramadi and Fallujah. (During the Iraq War, the fighting in these three places accounted for 30 percent of U.S. casualties.) In Qaraqosh, as in Mosul, ISIS offered residents a choice: They could either convert or pay the jizya, the head tax levied against all ‘‘People of the Book’’: Christians, Zoroastrians and Jews. If they refused, they would be killed, raped or enslaved, their wealth taken as spoils of war.
No one came for Diyaa and Rana. ISIS hadn’t bothered to search inside their ramshackle house. Then, on the evening of Aug. 21, word spread that ISIS was willing to offer what they call ‘‘exile and hardship’’ to the last people in Qaraqosh. They would be cast out of their homes with nothing, but at least they would survive. A kindly local mullah was going door to door with the good news. Hoping to save Diyaa and Rana, their neighbors told him where they were hiding.
Diyaa and Rana readied themselves to leave. The last residents of Qaraqosh were to report the next morning to the local medical center, to receive ‘‘checkups’’ before being deported from the Islamic State. Everyone knew the checkups were really body searches to prevent residents from taking valuables out of Qaraqosh. Before ISIS let residents go — if they let them go — it was very likely they would steal everything they had, as residents heard they had done elsewhere.
Diyaa and Rana called their families to let them know what was happening. ‘‘Take nothing with you,’’ her brothers told Diyaa. But Diyaa, as usual, didn’t listen. He stuffed Rana’s clothes with money, gold, passports and their identity papers. Although she was terrified of being caught — she could be beheaded for taking goods from the Islamic State — Rana didn’t protest; she didn’t dare. According to her brothers, Diyaa could be violent. (Diyaa’s brother Nimrod disputed this, just as he does Diyaa’s alleged cheapness.)
At 7 the next morning, Diyaa and Rana made the five-minute walk from their home to Qaraqosh Medical Center Branch No. 2, a yellow building with red-and-green trim next to the city’s only mosque. As the crowd gathered, Diyaa phoned both his family and hers. ‘‘We’re standing in front of the medical center right now,’’ he said, as his brother-in-law recalled it. ‘‘There are buses and cars here. Thank God, they’re going to let us go.
It was a searing day. Temperatures reach as high as 110 degrees on the Nineveh Plain in summer. By 9 a.m., ISIS had separated men from women. Seated in the crowd, the local ISIS emir, Saeed Abbas, surveyed the female prisoners. His eyes lit on Aida Hana Noah, 43, who was holding her 3-year-old daughter, Christina. Noah said she felt his gaze and gripped Christina closer. For two weeks, she’d been at home with her daughter and her husband, Khadr Azzou Abada, 65. He was blind, and Aida decided that the journey north would be too hard for him. So she sent her 25-year-old son with her three other children, who ranged in age from 10 to 13, to safety. She thought Christina too young to be without her mother.
ISIS scanned the separate groups of men and women. ‘‘You’’ and ‘‘you,’’ they pointed. Some of the captives realized what ISIS was doing, survivors told me later, dividing the young and healthy from the older and weak. One, Talal Abdul Ghani, placed a final call to his family before the fighters confiscated his phone. He had been publicly whipped for refusing to convert to Islam, as his sisters, who fled from other towns, later recounted. ‘‘Let me talk to everybody,’’ he wept. ‘‘I don’t think they’re letting me go.’’ It was the last time they heard from him.
No one was sure where either bus was going. As the jihadists directed the weaker and older to the first of two buses, one 49-year-old woman, Sahar, protested that she’d been separated from her husband, Adel. Although he was 61, he was healthy and strong and had been held back. One fighter reassured her, saying, ‘‘These others will follow.’’ Sahar, Aida and her blind husband, Khadr, boarded the first bus. The driver, a man they didn’t know, walked down the aisle. Without a word, he took Christina from her mother’s arms. ‘‘Please, in the name of God, give her back,’’ Aida pleaded. The driver carried Christina into the medical center. Then he returned without the child. As the people in the bus prayed to leave town, Aida kept begging for Christina. Finally, the driver went inside again. He came back empty-handed.
Aida has told this story before with slight variations. As she, her husband and another witness recounted it to me, she was pleading for her daughter when the emir himself appeared, flanked by two fighters. He was holding Christina against his chest. Aida fought her way off the bus.
‘‘Please give me my daughter,’’ she said.
The emir cocked his head at his bodyguards.
‘‘Get on the bus before we kill you,’’ one said.
Christina reached for her mother.
‘‘Get on the bus before we slaughter your family,’’ he repeated.
As the bus rumbled north out of town, Aida sat crumpled in a seat next to her husband. Many of the 40-odd people on it began to weep. ‘‘We cried for Christina and ourselves,’’ Sahar said. The bus took a sharp right toward the Khazir River that marked an edge of the land ISIS had seized. Several minutes later, the driver stopped and ordered everyone off.
Led by a shepherd who had traveled this path with his flock, the sick and elderly descended and began to walk to the Khazir River. The journey took 12 hours.
The second bus — the one filled with the young and healthy — headed north, too. But instead of turning east, it turned west, toward Mosul. Among its captives was Diyaa. Rana wasn’t with him. She had been bundled into a third vehicle, a new four-wheel drive, along with an 18-year-old girl named Rita, who’d come to Qaraqosh to help her elderly father flee.
The women were driven to Mosul, where, the next day, Rana’s captor called her brothers. ‘‘If you come near her, I’ll blow the house up. I’m wearing a suicide vest,’’ he said. Then he passed the phone to Rana, who whispered, in Syriac, the story of what happened to her. Her brothers were afraid to ask any questions lest her answers make trouble for her. She said, ‘‘I’m taking care of a 3-year-old named Christina.’’
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Fighting back

By The Catholic Leader

Catholics in Iraq are defying Daesh (Islamic State), not with weapons or violence but with education and learning – and Australian Catholic University is standing with them.

Archbishop Bashar Warda of Erbil, in Kurdish northern Iraq, was a guest at the International Federation of Catholic Universities 25th General Assembly in Melbourne earlier this month where he sought help from delegates.

Archbishop Warda had talks with ACU representatives and Australian Catholic Bishops Conference president Archbishop Denis Hart to muster support for the establishment of a Catholic university in Erbil.

He said establishing a university was “a way of fighting back against Daesh and saying we (Christians) are not going to go away”.

“It’s about saying we want to stay,” Archbishop Warda said.

“We’re not leaving, as they wished we would.”
The Catholic University of Erbil is due to open in October.

ACU’s director of identity and mission Congregation of St Michael the Archangel Father Anthony Casamento said the university was exploring the best ways to help.

Some options included having ACU staff advise members of the Erbil university team, having staff come to Australia for advice and training, and possibly offering scholarships for Iraqi staff to come to ACU to complete masters degrees to qualify to teach at the Erbil university.

“Archbishop Warda said one of the most important things was to pray for the people of Iraq and to raise our voices on their behalf … and we’re committed to doing that,” Fr Casamento said.

“(Archbishop Warda’s visit) put into perspective the universal nature of the Church.

“Christians are still persecuted and we need to stand in solidarity with the Christians of Iraq.”

Archbishop Warda, of the Chaldean Catholic Church, said in his proposal to ACU that the new university “will embrace our Christian and Yezidi young men and women who were forcefully displaced from their areas and homes in the Plain of Nienveh in Mosul”.

“The university will also open its doors wide for Muslims who would learn side by side with Christians and Yezedis with an aim to shape a new and promising future for Iraq and the region,” he said.

More than 135,000 Christians were forced to flee from the violence of Daesh last year.

“Today more than 12,700 families live in the Chaldean diocese of Erbil since June-August 2014, and 7000 families live in different areas in the dioceses of Zakho, Amadiya and Sulaymania,” Archbishop Warda said in a letter to the Australian Catholic Bishops Conference.

He said 572 Christian students had recently completed Year 12 in Erbil and there would be no university placements for them at local universities.

“It is our responsibility to help them help themselves and to open the doors for a reliable future so they will be able to contribute to the well-being of the Iraqi nation,” he said.

Archbishop Warda said in supporting the people forced to flee to seek refuge in Erbil the Church was “focused on shelter, education and health, and giving dignity and helping the people”.

His message for Australia’s Catholics was “to continue praying, (and) to continue to raise awareness of the persecuted people in Iraq”.

He called on Australians to continue their support of the humanitarian and education projects happening in the region.

“(I ask them) to live the Gospel of solidarity as they have done,” Archbishop Warda said.

He was grateful to the Australian Catholic Bishops Conference for a $500,000 donation last year and for sending a delegation of bishops to Erbil.

“They came and met the people and celebrated Mass with us, which was a good example of living that solidarity and what we’d like to continue,” he said.

Archbishop Hart said the Church in Australia was enthusiastic to do whatever it could to support Archbishop Warda’s proposals.

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Priest finds frustrations build among Christians in Iraq camp

By Catholic News Service
Simon Caldwell

When the Islamic State overran the Iraqi town of Qaraqosh last August, one of the priests there jumped into his car and joined the exodus of Christians on the road east in the hope of reaching the safety of Kurdish-controlled territory.
Little did Fr. Bashar Kthea, a Syriac Catholic priest, know that for the next three months that car would be his home, the place where he would sleep, eat and keep his few possessions.
He now lives with fellow priests and is ministering to more than 1,700 predominantly Syriac Catholic families who occupy a part of the refugee camp at Ankawa, near the Kurdish capital of Irbil, which has become known as the “Youth Center.”
It must have struck him that their present situation is little better — and in some ways perhaps worse — than his own nearly a year ago.
The 39-year-old priest’s witness of the squalor and frustrations that Iraqi Christians continue to face after nearly a year in the camp was relayed to Catholic News Service through fellow refugee Sahar Mansour, a Chaldean Catholic from Mosul in a July email.
Fr. Kthea finds that refugees in the Youth Center live in over-crowded single-room caravans, or trailers, usually averaging about eight occupants.
Very often, two smaller families will be made to share one trailer, where all privacy is lost and there is little chance to speak freely among themselves. Most of the occupants sleep on the floor because there are neither enough beds nor any space to put them.
When any of the adults want to change clothes, it usually means that everyone else must leave the trailer.
In situations for families with babies, crying causes nearly everyone to lose sleep unless a parent takes the child outside.
Family members spend most of their daytime and evenings in the caravans because employment opportunities are few. Those who have found work at times complain that the local Kurds who recruited them declined to pay for their labor.
Instead, they remain almost totally dependent on overseas aid and upon the church, though some are beginning to lay out stalls selling goods at prices lower than the local stores, an indication perhaps of a burgeoning black market.
Sahar wrote that Fr. Kthea explained the lack of work, particularly for the young, was creating “moral corruption, which was not known before.”
In such cramped conditions, Fr. Kthea reported that previously strong marriages are increasingly under pressure with husbands and wives “losing patience” with each other, while neighbors begin to grumble, gossip and give in to envy.
A sense of hopelessness has engulfed even the young, including university students who can no longer study and engaged couples who hoped to marry but have effectively found themselves homeless.
“The majority of the young people are thinking to not stay in Irbil anymore and they do their best to flee,” Sahar wrote. “They tell me things like there is no future here and they can see no future, (they say) that ‘we lost one year from our life and that life is important, valuable and it is worth living, but not to live it like this.'”
The caravans have no toilets or running water, meaning the displaced people must use common facilities for showering or using a lavatory.
The arrangement often results in long lines of women dressed in pajamas, with some unable to wait long enough to use a toilet, Sahar reported.
Nor is there air conditioning in the caravans, leaving occupants to swelter in temperatures as high as 125 degrees. They fan themselves with anything they can find — usually a kitchen tray or a wad of paper.
“When you talk to Fr. Bashar, you notice that he is fatigued, exhausted,” Sahar said. “You can easily notice the bitterness in Fr. Bashar’s face or in his voice, but he works with total dedication.”
“He always says that we are created in order to work, that we are soldiers of Christ, that we want to cultivate love and peace, that we want future generations to live better than we lived, and that we do not want to inherit the culture of violence.”

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Una croce nel logo dell’auto? Il Califfo ti multa

By Vatican Insider - La Stampa
Maurizio Molinari

Guidare una Chevrolet può costare assai caro sulle strade del Califfato. Un’apposita disposizione del “Principe dei Credenti” definisce questo modello di vettura come l’”auto degli apostati” in ragione del fatto che il logo della casa produttrice include una croce stilizzata. 
Esporre qualsiasi tipo di croce in un luogo pubblico è severamente vietato sui territori dello Stato Islamico (Isis) e ciò riguarda anche  le Chevrolet perché “percorrono strade dei musulmani” e dunque sono visibili a tutti. Da qui la decisione delle autorità di Isis di stabilire multe severe per chi guida Chevrolet: fino a 200 dinari d’oro. Una cifra considerevole.
Le foto delle multe per chi guida Chevrolet sono state postate su Facebook e Twitter. La vicenda evidenzia l’attenzione dedicata dall’amministrazione dello Stato Islamico ad imporre gli editti del Califfo in ogni aspetto della vita dei circa 8-10 milioni di cittadini che risiedono in uno spazio di circa 250 mila kmq.

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Il governo dispone il trasferimento a Baghdad dei militari della Piana di Ninive; proteste dei politici cristiani

By Fides

La disposizione del governo centrale iracheno di trasferire a Baghdad 4mila militari e poliziotti in precedenza operanti nelle provincie nord-irachene – compresa la provincia di Ninive – sta provocando vivaci reazioni da parte di organizzazioni e politici cristiani. Tale disposizione, a giudizio di chi la contesta, rivela l'ambiguità e la confusione dei dirigenti politici e militari nazionali riguardo alla tante volte annunciata “offensiva” per liberare Mosul, la piana di Ninive e le aree irachene cadute da più di un anno sotto il dominio dei jihadisti dello Stato Islamico (Daesh).
In particolare, i poliziotti e i militari cristiani che erano di stanza nella piana di Ninive – e attualmente sono in buona parte dislocati a Erbil e in altre aree del Kurdistan iracheno – non intendono trasferirsi nella Capitale, proprio perchè hanno intenzione di partecipare in prima linea alla eventuale prossima liberazione dei villaggi dai quali sono dovuti fuggire davanti all'offensiva del Daesh. Anwar Hidayat, membro del Consiglio provinciale di Ninive – riferiscono i media iracheni – ha invitato il governo centrale e il Ministero degli Interni iracheno a riconsiderare la propria decisione, per evitare che i poliziotti e ai militari cristiani siano esclusi dalle annunciate operazioni per la riconquista e la tutela dell'ordine pubblico nella Piana di Ninive, per essere magari coinvolti in campagne militari in altre regioni irachene, che non conoscono. Analoghi argomenti erano già stati usati nei giorni scorsi dal politico cristiano Imad Youkhana, membro del parlamento di Baghdad.
Alle obiezioni di chi considera incongruo il trasferimento dei militari cristiani della Piana di Ninive a Baghdad, ha risposto Ryan al-Keldani, esponente delle cosiddette “Brigate di Babilonia”, secondo il quale il trasferimento a Baghdad è necessario proprio per permettere anche a quasi 350 poliziotti e ai soldati cristiani della Piana di Ninive di partecipare a corsi di addestramento. Inoltre – ha aggiunto al Keldani – i soldati cristiani iracheni possono essere chiamati a difendere il loro Paese in ogni area, e non solo nelle regioni da loro abitate, se davvero vogliono contribuire alla difesa di una nazione plurale, multietnica e multi-religiosa, e contrastare la divisione su base settaria che incombe minacciosamente sul Paese.

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