giovedì, ottobre 23, 2014

 

Decreto del Patriarca caldeo sui sacerdoti e religiosi espatriati senza il consenso dei superiori

By Fides

“Prima di essere ordinato, il sacerdote promette di offrire tutta la sua vita a Dio e alla Chiesa: E' un’offerta che poggia sull'obbedienza ai superiori senza alcuna riserva”.
Per i monaci, poi, “i voti sono assoluti: castità, obbedienza, e povertà”. Inizia con questo deciso richiamo agli impegni connessi alla vocazione sacerdotale e religiosa, il Decreto pubblicato mercoledì 22 ottobre dal Patriarca di Babilonia dei caldei, Louis Raphael I, per rendere note le misure disciplinari prese nei confronti di alcuni sacerdoti e religiosi caldei che negli ultimi anni hanno lasciato l'Iraq senza il consenso dei superiori, chiedendo asilo in Paesi occidentali.
“Noi - si legge nel Decreto patriarcale, pervenuto all'Agenzia Fides - abbiamo esempi luminosi di preti dei nostri giorni che ci danno eloquenti lezioni di fede”.
Il Patriarca cita i sacerdoti Hana Qasha e Ragheed Ganni, e il Vescovo Paulus Faraj Rahho, uccisi negli ultimi anni, e ricorda i preti rapiti che sono rimasti nel Paese e quelli che, dopo essere stati cacciati dalle proprie case, hanno seguito i loro fedeli, condividendone la condizione di profughi. Poi, in conformità al Diritto canonico e alle regole per la vita religiosa, il Decreto sospende dalla pratica del ministero sacerdotale sei monaci e sei sacerdoti diocesani che hanno lasciato le proprie diocesi e comunità religiose in Iraq per emigrare e trasferirsi all'estero senza il consenso dei superiori, assumendo incarichi pastorali presso le comunità caldee nella diaspora.
La pubblicazione del Decreto – avverte il Patriarca Louis Raphael I – è stata preceduta dalle dovute consultazioni con il Sinodo permanente della Chiesa caldea e con la Congregazione per le Chiese orientali, e arriva dopo “numerosi e purtroppo sterili ultimatum e tentativi” messi in atto in passato dalle precedenti autorità della Chiesa e delle comunità religiose, per mettere un freno al deplorevole fenomeno, che ha causato scandalo tra i fedeli della Chiesa caldea.

Leggi tutto!

mercoledì, ottobre 22, 2014

 

Bishop: 90% of Orthodox Christians in Iraq displaced

By Al Monitor
Ghassan Rifi


Greek Orthodox Bishop for Baghdad, Kuwait and their surroundings, Ghattas Hazim, realizes that the position assigned to him by the Holy Synod of Antioch, presided over by Patriarch John X Yazigi as patron of that diocese (the area under supervision of a bishop), is not easy.

Hazim is also aware that his mission might be legendary, and requires great effort to heal the wounds of the Christians in this Arab region, especially in Baghdad and the rest of Iraq. This mission started in 1991, during Saddam Hussein’s invasion of Kuwait, and continues today under different forms. The mission is to provide suitable circumstances to secure the Christians in their land and maintain the Christian presence and, in particular, the Orthodox presence in Mesopotamia.

Hazim is from the town of Mhardeh in the countryside of Hama, in Syria, which is home to over 20,000 Christians. He is the nephew of the late Patriarch Ignatius IV Hazim. He was supposed to join his new diocese before the end of this year, where Yazigi would appoint him in his position, and he would preside over the Orthodox diocese in Kuwait.
Hazim emphasized the necessity of not making the Christians in Iraq feel alone. He described the priests of the parishes there as heroes and true fighters, since they never left the Orthodox residents, but cared for them and sought to answer all their needs despite the difficult circumstances.
Hazim revealed shocking figures to As-Safir about the Orthodox presence in Iraq. He said only 30 families out of 600 remain in Baghdad; the rest were displaced following the invasion of Kuwait, and there are fewer than 10 families left in Mosul.
In Iraq’s Basra, all the Orthodox families have been displaced after members of the families were killed or threatened. Indeed, over 90% of the Orthodox Christians in Iraq have been displaced due to the security chaos which has prevailed over the country for the past generation. Hazim hopes that Erbil, in the Kurdish region of Iraq, would be a haven for Christians since it looked like a promising region due to the size of the economic and trade investment, and since it “welcomes our sons who move there from all over Iraq, Syria and Lebanon,” Hazim said.
“The Orthodox confession is recognized in the Iraqi law and constitution,” Hazim said. “Our situation there is similar to our situation in Lebanon and Syria. We have two churches, a school, which is considered one of the most prominent schools in Baghdad, in addition to a retirement home and an orphanage, a center for sports, cultural and educational activities.”
He said, “Speaking from a distance regarding the prevailing situation there is difficult. As soon as I go there and review the reality of the situation I will be able to set strategies and specify the priorities which would serve our people and parish, and help them to remain in their land.”
Hazim said, “The return of those who have been displaced back to their homes is linked to the political and security situation. We cannot urge anyone to go back now, in light of this ongoing war in different regions in Iraq.”
On the subject of whether or not the West is contributing in emptying Iraq of its Christians due to the facilities it is providing, Hazim said, “It is not true that the West is facilitating the emigration of Christians. I know many Christians and Orthodox in particular who went to embassies and did not get visas. Others resorted to the United Nations and other international organizations in order to emigrate and it did not work out.”
Hazim believes that Christians are being slaughtered in Iraq and the West does not lift a finger to protect them. What France provided was simply “out of duty.”
Hazim’s concerns are not limited to the possibility of changing the Christian presence in Iraq; they also include the fear of changing the Arab region as a whole. He said he fears for the civilization of Mesopotamia and the Euphrates, “We have a strong heritage, since before Christianity and during Christianity and Islam. This heritage is in danger and we see that through the violation of shrines and all other cultural sites. We fear for the culture of acceptance and coexistence because it is in danger as well.”
“I do not believe division is the right way of thinking, since Islam is also in danger. I do not believe that today’s campaign is against Christians alone; Islam is a divergent religion which is also threatened,” he said.
Despite all of this danger, Hazim urges against panic. “We are a main element in this region’s culture; Christians and Muslims from all confessions are threatened.”
“I will carry the word of God to my parish in Baghdad and Kuwait: Fear not, little flock, for I am with you. If they persecute you, remember that they persecuted me before you. We will not fear, because this is not the first time in history that this has happened. We will stay, as long as faith remains and as long as our God exists, we will remain present,” he said.

Leggi tutto!
 

Lettera di Francesco ai cristiani d'Iraq e Siria»

di Giorgio Bernardelli

Una lettera ai cristiani perseguitati dell'Iraq e della Siria. Una lettera come quelle che Paolo scriveva alle comunità nella tribolazione; lodandole per la loro testimonianza di fede, ma aggiungendo anche che «è proprio della giustizia di Dio rendere afflizione a quelli che vi affliggono» (2 Tes 1,6).
Dopo il concistoro tenuto lunedì in Vaticano, è questo il nuovo gesto che Papa Francesco si appresta a compiere per i cristiani del Medio Oriente. A confermarlo è stato il patriarca di Babilonia dei Caldei, Luis Sako, da mesi voce di questa umanità lasciata senza voce dalla violenza dei fondamentalisti islamici e dall'indifferenza del mondo. «Gli ho chiesto di scrivere un messaggio personale, una piccola lettera pastorale - ha detto in un'intervista il patriarca dei caldei - come faceva l’apostolo Paolo per le prime comunità cristiane per esortare i cristiani a perseverare».
Chissà se nella Lettera ai cristiani di Ankawa (il sobborgo di Erbil dove in migliaia sono sfollati da quest'estate) Papa Francesco userà davvero anche le ultime parole forti dell'apostolo Paolo, quelle sulla giustizia di Dio che si abbatterà un giorno su quanti affliggono i deboli. Di certo è quanto si augurano i cristiani della Siria e dell'Iraq, che ormai nella coalizione internazionale in arrivo per prendere le loro difese non ci credono più.
Mentre le cronache ci raccontano l'assedio di Kobane - con i raid aerei che non sono altro che un modo per dire che «si sta facendo qualcosa» - tra gli sfollati di Mosul sta arrivando l'inverno. Che si dà il caso in Kurdistan sia anche parecchio rigido: il termometro tocca lo zero a Erbil e sulle montagne attorno scende ancora di più. Decine di migliaia di persone si trovano tuttora ad attenderlo sotto una tenda o un riparo di fortuna. Quelli che non hanno ucciso né la violenza dei jihadisti né la fuga nel deserto sotto il sole d'estate - dunque - ora rischia di ucciderli il freddo in Iraq. Per non parlare poi dei cristiani della Siria, che stanno entrando nel loro quarto inverno consecutivo di una guerra fatta di fame, freddo e minacce.
In Kurdistan - come sempre - l'unica speranza oggi ha il volto della mobilitazione delle Chiese cristiane di tutto il mondo. Anche la Cei e molte ong cattoliche del nostro Paese sono in prima linea nella corsa a dare almeno un prefabbricato al numero maggiore possibile di profughi, prima che l'inverno arrivi sul serio. Ma il tempo a disposizione è pochissimo: già qualche giorno fa a Erbil è arrivato il primo grande nubifragio e le tendopoli si sono subito allagate con immense pozzanghere e fango ovunque.
È a questa umanità ferita che il Papa sta scrivendo. Sapendo che - oltre che a loro - c'è da parlare a chi continua a perseguire obiettivi propri sulla pelle di queste popolazioni. Tra le cose che il patriarca Sako ha detto in questi giorni c'è anche il fatto che Francesco desidererebbe andare personalmente tra gli sfollati dell'Iraq. Un desiderio probabilmente oggi irrealizzabile.
Però proprio ieri il Vaticano ha confermato il viaggio che Bergoglio compirà dal 28 al 30 novembre in Turchia. Una visita apostolica legata a una motivazione ecumenica - l'incontro con il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo - ma che per ciò che rappresenta oggi Ankara in questo Medio Oriente insanguinato non potrà non avere anche un significato politico. Nella capitale turca il Pontefice incontrerà il presidente turco Erdogan e il premier Davutoglu, le autorità di un Paese non proprio al di sopra di ogni sospetto di ambiguità nella lotta all'Isis. E a Istanbul - come aveva già fatto papa Benedetto - anche Francesco entrerà nella Moschea Blu, luogo carico di significati importanti per l'islam sunnita. Farà già molto freddo in quei giorni ad Ankawa. E ci sarà ancora più bisogno di ascoltare parole che indichino che anche a Istanbul il Papa è loro vicino. E addita una strada perché questo incubo finisca davvero.

Leggi tutto!
 

Sako: «Vogliono spartire il Medio Oriente»

By Avvenire
Luca Geronico

All’indomani della fuga dei cristiani dalla Piana di Ninive Louis Sako, patriarca caldeo di Baghdad, aveva chiesto di «fare tutto il possibile per scongiurare il genocidio». Il giorno seguente, il 9 agosto, iniziavano i raid degli Usa contro l’Is, a cui si è poi unita la Coalizione. Appena finito il Concistoro, incontriamo Louis Sako a Milano, invitato dal Centro culturale di Milano e dalla Fondazione Tempi.

Patriarca Sako, due mesi dopo come giudica la risposta della comunità internazionale?Molto timida. Non c’è una decisione chiara per liberare quelle regioni dai fondamentalisti jihadisti. Con i bombardamenti non ci sarà una soluzione immediata. Obama stesso parla di tre anni: tre anni in cui l’Is rimarrà al suo posto e chi è fuggito dai villaggi dove andrà? La popolazione aspettava di tornare presto alle sue case, scuole, chiese.
Intanto la situazione umanitaria peggiora: in Kurdistan sono iniziate le piogge, l’Onu ammette di non riuscire a dare cibo e riparo a tutti. Come si è organizzata la Chiesa?C’è un comitato di quattro vescovi, tre dei quali sono loro stessi profughi: il vescovo caldeo, quello siro-cattolico e quello siro-ortodosso di Mosul e il vescovo caldeo di Erbil. Organizzano tutti gli aiuti: una azione più grande ed efficace di quella dell’Onu e delle altre agenzie che passano attraverso le autorità. La Chiesa è libera. La prima cosa che ha fatto la gente è stata di rivolgersi alla Chiesa perché ha fiducia, pensa che quella è la sua la casa. Ora si aspetta una soluzione che non c’è e perciò la sofferenza è più grande. 
Una sofferenza provocata da un «terrorismo di dimensioni prima inimmaginabili», come ha detto Francesco. Come permettere ai cristiani di rimanere? Come combattere questa folle ideologia?
Ci vuole un meccanismo da parte dei Paesi musulmani arabi per distruggere questa ideologia molto pericolosa e violenta: è un pericolo anche per loro, non solo per le minoranze. È una guerra tra sunniti e sciiti, e contro i musulmani moderati. Si deve cercare una nuova lettura positiva dell’islam basata sulla fraternità, la pace, l’ospitalità. Occorre cambiare anche i programmi nelle scuole che discriminano cristiani ed ebrei e formare gli imam perché talvolta nelle moschee ci sono provocazioni contro le altre religioni. Ci si deve basare sul criterio della cittadinanza, mentre la religione è un fatto personale, della libertà. Per questo, e per separare la religione dallo Stato, ci vuole molto tempo.
Intanto ora c’è la «responsabilità di dare risposta pronta e diversificata » all’emergenza, come ha detto il segretario della Cei, monsignor Nunzio Galantino. Quale intervento, in prospettiva, può garantire il «diritto nativo» di restare nella regione?Si deve cercare una soluzione stabile per chi è fuggito: vogliono ritornare nelle loro case, ma occorre una garanzia, per esempio con una forza internazionale anche mista. I cristiani possono entrare nell’esercito curdo per aiutare il ritorno dei profughi. Soprattutto si deve ricostruire la fiducia nei vicini che hanno saccheggiato le case abbandonate. 
Intanto si sta tamponando un’emergenza, benché la questione siriana sia esplosa da oltre tre anni. Cosa è mancato per mettere in campo una politica coerente in Medio Oriente?Dall’inizio, quando si sono formati questi Stati, non c’era un piano di cittadinanza: sono gruppi senza nessuna integrazione e istituzioni democratiche. Questi gruppi settari sono come un vulcano e c’è un piano, che si può far risalire a Kissinger e ripreso da Biden di un “nuovo Medio Oriente”, di cui l’Is fa parte: creare entità o Stati deboli per controllarli, sfruttare il petrolio e garantire la sicurezza di Israele. È ovvio. Perché cambiano i regimi? Non per creare la democrazia. Ora in Libia c’è anarchia, come in Yemen, in Siria, in Iraq. Questa strategia di un nuovo Medio Oriente si realizzerà: i conflitti sfiancheranno la popolazione e poi non ci sarà che la spartizione dell’Iraq, della Siria e degli altri. Già adesso l’Iraq geograficamente e psicologicamente è diviso: sunniti, sciiti e curdi.

Leggi tutto!
 

Patriarca di Baghdad ai musulmani: più coraggio per un "fronte comune” contro i terroristi

By Asia News
Dario Salvi


Per vincere la cieca violenza dello Stato islamico serve un "fronte comune" di tutto il popolo irakeno, cristiani e musulmani, anche se finora "ha prevalso la paura". A più riprese "ho chiesto di uscire per le strade e testimoniare qual è il vero islam", che l'Isis non rappresenta la religione di Maometto, "che al Nusra e al Qaeda non rappresentano" il mondo musulmano. "Noi ci crediamo, ma bisogna dirlo in modo aperto".
È quanto racconta ad AsiaNews il Patriarca caldeo Mar Louis Raphael I Sako, a Milano per un convegno dopo aver partecipato - nelle scorse settimane - ai lavori del Sinodo sulla famiglia e della parte del Concistoro dedicata ai cristiani del Medio oriente. Sua Beatitudine "crede" nel mondo musulmano, nei leader religiosi che respingono le violenze dei terroristi; tuttavia, egli aggiunge che "questa mancanza di coraggio" nello sconfessare attacchi, barbarie e brutalità dei jihadisti non aiuta. Serve un "rifiuto pubblico" forte, netto e di condanna delle violenze verso "innocenti, colpiti solo perché professano un'altra religione".


Il 17 ottobre scorso Papa Francesco ha ricevuto in udienza il patriarca di Baghdad e presidente della Conferenza episcopale irakena; al centro dell'incontro la drammatica situazione della comunità cristiana e di tutto l'Iraq, teatro delle violenze sanguinarie delle milizie dello Stato islamico, che hanno conquistato ampie porzioni di territorio, soprattutto al nord. Nel contesto della visita, il Pontefice ha promesso una "lettera di speranza" per i cristiani irakeni, che a centinaia di migliaia hanno dovuto fuggire dalle loro case e versano in condizioni "disperate" nei centri di accoglienza e alloggi temporanei.
"Abbiamo un bisogno urgente di case e alloggi - racconta Mar Sako - ne abbiamo affittati molti, ma non basta e la situazione è destinata a peggiorare con l'arrivo dell'inverno, la pioggia, la neve e il freddo... non è possibile sopravvivere così". Dallo Stato, dalle organizzazioni internazionali e dagli enti cattolici di tutto il mondo, fra cui AsiaNews con la campagna "Adotta un cristiano di Mosul", sono arrivati fondi e donazioni per i profughi. Per il Patriarca di Baghdad ora serve una testimonianza concreta di vicinanza, morale e spirituale, perché (anche) questo la gente desidera e cerca: "Siamo stati a lungo una Chiesa isolata - racconta - quindi ora servirebbero visite, esempi di vita comune. Gruppi di giovani, suore, laici, sacerdoti dell'Occidente in visita alle famiglie cristiane dell'Iraq, andare nelle case e fra le persone, questo può aiutare quanto e più del denaro".
In vista dell'Avvento e del Natale, mar Sako chiede di incontrare i profughi irakeni e "perché no, portare un panettone in ciascuna famiglia, il dolce della festa, quale segno concreto di vicinanza e di solidarietà". Fra gli sfollati regnano ancora oggi paura, disillusione, sfiducia per una guerra che - stando agli annunci del governo statunitense - potrebbe durare anni. "E con i soli bombardamenti aerei - avverte il Patriarca - non si sconfigge lo Stato islamico, ma si causano altre vittime innocenti". Da qui il desiderio crescente di molte famiglie di "andare via" e "l'atteggiamento di alcuni sacerdoti, che fomentano questo fenomeno, non aiuta ma va condannato".
Dall'Iraq, teatro anche in questi giorni di attentati e violenze che hanno causato decine di morti e feriti a Baghdad e dintorni, arrivano però anche piccoli segni di speranza. "Stiamo costruendo scuole, con materiale prefabbricato - sottolinea sua Beatitudine - quattro a Erbil e altre quattro a Dohok", nel Kurdistan irakeno. Resta però ancora irrisolto il nodo della piana di Ninive, in cui imperversano tuttora milizie jihadiste impedendo di fatto il ritorno a casa degli sfollati". Il Patriarca di Baghdad auspica tanto "una soluzione di breve periodo" per cacciare i gruppi estremisti, quanto "una strategia di lungo periodo" per combattere il fanatismo, coinvolgendo gli imam nelle moschee, gli esperti di legge musulmana, gli studiosi che "diano una nuova lettura dell'islam". I terroristi, conclude mar Sako, approfittano dell'ignoranza e invocano un jihad contro un Occidente "vuoto, privo di religione, in cui - secondo loro - il cristianesimo ha fallito e per questo va islamizzato".

Leggi tutto!
 

Siria. Mons. Audo: no soluzione militare, serve dialogo politico

By Radio Vaticana

Dopo l’apertura, su decisione di Ankara, del corridoio in territorio turco che consentirà ai miliziani curdi iracheni di andare in aiuto di quelli siriani, impegnati nella difesa di Kobane, è atteso un voto del parlamento regionale curdo sull'invio di peshmerga e consiglieri militari nella città. Ed è proprio il nord della Siria dove gli scontri tra miliziani curdi e jihadisti del sedicente Stato islamico sono più cruenti. Su una possibile via d’uscita a questa situazione, Giancarlo La Vella ha intervistato mons. Antoine Audo, vescovo caldeo di Aleppo e presidente di Caritas Siria:
Non c’è una soluzione militare in Siria! Si deve ricercare nuovamente una soluzione politica, si devono invitare tutti i gruppi in conflitto in Siria, insieme, ad aprire un dialogo politico. Speriamo si possa arrivare a qualcosa di nuovo che vada contro la soluzione delle armi.
Quello che spaventa, in questo momento, è anche l’atteggiamento dello Stato islamico. Un gruppo, un movimento con cui sembra non si possa dialogare…Penso che dietro a questi gruppi ci sia gente che dà i soldi, che dà armi e che hanno interessi in tutto questo. Ma quando verrà presa una decisione a livello internazionale di pace e di dialogo, questi gruppi armati non avranno più un influsso serio.
Noi monitoriamo sempre la situazione della popolazione civile, delle minoranze, quella cristiana in particolare. Qual è la situazione ora?
Forse, la situazione in Aleppo è quella più difficile di tutta la Siria, ci sono sempre bombe che cadono sulla città. C’è il problema del lavoro e la maggioranza della gente è senza soldi… Queste sono le ragioni per decidere di andare via. Per noi cristiani, questa è una grande perdita per la Chiesa, per la società, per il Paese. Questa è la domanda: facciamo tutto quello che possiamo per poter dare ragioni a questa gente per decidere di rimanere? Quando la maggioranza della popolazione diventa povera, questo è un vero problema non solo economico, umano ed anche di sicurezza. Questo problema dei cristiani di oggi ci dàuna grande tristezza: ogni giorno preghiamo, speriamo e attendiamo con pazienza  una soluzione politica di pace e di riconciliazione per tutto il Paese e per tutta la regione.

Leggi tutto!

martedì, ottobre 21, 2014

 

Chaldean Abp: a Mideast without Christians?

By Vatican Radio

A Middle East without its Christians would be like a garden without flowers: that’s what Chaldean Catholic Archbishop Thomas Meram of Urmyā, Deputy President of the Iranian Bishops Conference, says about the persecution of Christians in the region.  Jihadi militants like Islamic State (also known as ISIS or Daesh) in recent months have violently purged cities in Iraq and Syria of their Christians and other minorities.
Archbishop Meram accompanied Patriarch Louis Sako to Jordan last week. The Chaldean Patriarch was one of six Orthodox and Catholic eastern rite Church leaders from neighboring countries to attend a meeting with King Abdullah and Prince Ghazi, King Abdullah’s personal envoy and adviser for religious and cultural affairs.
In an interview with Vatican Radio, Archbishop Meram observes, “The king was very open and accepting of Syrian and Iraqi refugees.”  The Hashemite kingdom is hosting 1.5 million Syrian and Iraqi refugees – only half of whom are officially registered.

Jordanian King committed to protecting Christian identity and existence

The King expressed his solidarity with the region’s Christians, saying that said that the hatred, terrorism and fanaticism spread by extremist groups have nothing to do with the values the three monotheistic religions promote. He stressed the role of Christians in building Arab-Islamic identity throughout history and underlined Jordan's commitment to protecting the identity and existence of Arab Christians.
The Jordanian monarch has spearheaded numerous initiatives such as  the “Amman Message" and "Common Word," highlighting moderate and tolerant Islam. In September last year, he hosted another conference in Amman regarding the challenges facing Arab Christians.
During last week’s visit, Patriarch Sako appealed to Prince Ghazi to encourage peaceful and tolerant speeches in mosques.

Rethinking language and education

It is not helpful that Christians have been described as “kaafir” or infidels for the last fourteen hundred years, says Archbishop Meram. “That’s not good.”  Speaking of many in the Arab world, he adds “you have to change your teaching in the schools regarding the minorities, Christian or non-Christian – to respect the human being.”  He underscores that state must also be separate from religion. “And it’s very hard I think.  They cannot do it.Many young men are leaving their countries to fight with organizations like Islamic State or Al Nusra or Al Qaeda-linked organizations.  Where does the role of education come into play in this phenomenon?
“I think this is brain washing.  Or money.  Or as they say, for sexual relations in heaven: you will get 40 virgin women.  I can’t understand it.  How can they (do this)?  Or they are an instrument in the hands of others using them.”

The misery of refugees
Archbishop Meram says he visited Christian refugees in three camps in Jordan hosting some forty to fifty families in each camp.  Other families he says, have rented places to stay but their money won’t last forever. “It’s miserable.  There is no human dignity – it’s lost now.  It is very miserable.”
He fans his arms out across the small conference room where we are speaking – it would be barely big enough to accommodate two double beds. In Jordan, parents and five or six children are sharing the same tiny space, with a sheet drawn across the room for some semblance of privacy, he says.  Still, Jordan is doing what it can, he notes.  “Since the Iraqi-Iranian war, Jordan (has been) like this: welcoming all the refugees."
Airstrikes are not enough against militants
Archbishop Meram dismisses the international coalition’s airstrikes against Islamic State in Syria and Iraq as fruitless: “I think there is no use for that. Because (the militants such as) Daesh or Isis or Al Nusra - when there are strikes- they will dress like other people, like civilians.  You (won’t) recognize them.”
He admits he does not know what the solution to the region’s ills will be:  “I don’t know what’s going on; I’m not a politician but I pray for peace.  Like our Chaldean Church in Mosul for two thousand years – there were Christians (there).  We have a history there. But now it’s completely (wiped out) – no history.  Everything is destroyed.”

A place for Christians in the Middle East of tomorrow?

At their 2010 Synod, the Bishops of the Middle East reached out to Arab leaders, stressing that Christians want to be an integral part of their societies, contributing to their development and future.  To do so, they wish to be respected as full citizens with equal rights and with the freedom to practice their faith without prejudice or restrictions.  Since then, the region has erupted with the tumultuous uprisings of the Arab Spring and the rise of a new kind of ferocious Islamic extremism.  We asked Archbishop Meram if the bishops hold out hope for an equitable and just Middle East?
“It’s hard to answer this question.  I don’t think the Arab Spring – I would say Arab Winter – there’s no Spring.  Everything is fire, killing, bombarding, from Libya to Syria to Iraq to Yemen, to Saudi Arabia, Bahrain… it’s not a spring.  It’s going back one thousand four hundred years ago (to the origins of Islam).”
“We would like to be a part of these countries.  Because we (too) are the owners of the land over there,” says the Archbishop, recalling that the Christians were native to the land thousands of years even before Jesus Christ appeared. Christians want to stay in their homes and in their land, “but if by force or by fire they will kick us out, what can you do?  Just save your life and go out.  Save your life.  But we still have hope.  We are still in the country; we will never leave the country.  But if anybody would like to leave the country, we cannot oblige him to stay.  So he can choose to stay or leave.  But the Church will be over there I hope till the end of the world.”
A Middle East without its Christians, reflects Archbishop Meram, would be like “a garden without flowers."

Leggi tutto!
 

Priests race to save manuscripts from jihadists in Iraq


As fighters from the Islamic State group rampage across northern Syria and Iraq, a group of priests are racing against time to save what's left of the region's Christian heritage. Dominican Order priests have already managed to get many precious artifacts and manuscripts safely to Erbil in Kurdistan.
Reports of massacres and beheadings
of Christians and other minority groups have scared thousands into fleeing the jihadists' advance. In a region regarded as the cradle of civilization, it's no surprise that the rapid advance of the militant fighters has alarmed those looking to preserve the region's heritage.
The Dominican Order [also known as the Order of Preachers] - a Roman Catholic religious order founded 800 years ago - has deep roots among Christian communities in northern Iraq. For decades, Najeeb Michaeel - an Iraqi priest belonging to the Order - has worked to collect and preserve precious manuscripts. Now with the rise of the Islamic State group, his work has become all the more important.
Laurent Lemoine is a priest in the Dominican Order involved with the work of recovering the manuscripts. He's currently based in Paris, but has been to northern Iraq to help oversee the restoration process.
We’re trying to save these cultural artifacts because in northern Iraq it seems that everything is on the road to destruction: people of course, but also our cultural heritage. The artifacts were almost destroyed several times. There’s been tension in northern Iraq since August but the situation has been bad for decades. The collection has already been moved on many occasions. It was in Karakosh – a town with a fairly large Christian population. But it was invaded by the jihadists in August, so the artifacts had to be moved to Erbil. When the priests heard that jihadists were approaching, they threw the manuscripts in a few cars and raced out of there - sometimes with only 30 minutes advance warning.
At the moment the manuscripts are in a protected zone. There isn’t an immediate threat… at least for now. But across the region, Christianity is in the process of being swept away. Mass has been celebrated in Mosul for 1,600 years. This year was the first time that there hasn’t been a Mass in all that time [The city was captured in early June by IS group fighters. On Sunday, June 15, there was no mass held in the city].
In 2015, we’ll be celebrating 800 years since the Dominican Order was founded. This collection that we’re referring to belongs to brother Najeeb – an Iraqi priest in the Dominican Order. He began the painstaking work of collecting and preserving these manuscripts towards the end of the 1980s. The collection contains various manuscripts that date from the 14th to the 19th centuries. There are extremely valuable findings that we’ve come across, such as what could be a Carolingian manuscript. This collection brings together works the likes of which we have never seen before, especially from a Western point of view. There are manuscripts that focus on the Koran, theology, spirituality, music, and grammar. 
Many of them were in a lamentable state. There is a whole complex work of restoring the manuscripts. They have to be found and collected. Then the various fragments have to be collated and put in the right order. The work is extremely delicate. Our project is to recreate the manuscripts – create facsimiles – and put together an exhibition. We’re going to display these facsimiles in the National Archives in France next May.

This article was written with FRANCE 24 journalist Andrew Hilliar

Leggi tutto!
 

Iraq: Fondazione AVSI, una raccolta a favore dei profughi ad Erbil

By SIR

La Fondazione Avsi lancia una raccolta fondi a sostegno dei profughi iracheni, in gran parte cristiani, che hanno trovato rifugio nell’area di Erbil, nel Kurdistan iracheno, in seguito agli scontri tra Stato Islamico e milizie curde nel nord-est dell’Iraq.
L’intervento consiste soprattutto nella fornitura di beni essenziali (tra cui coperte, materassi), cibo e supporto al pagamento degli affitti, in partnership con il Patriarcato caldeo e la Caritas irachena. La Fondazione Avsi e Caritas Iraq sono attualmente al lavoro a Erbil per venire incontro ai bisogni di molti di loro e restituire alle famiglie condizioni di vita dignitose. Da luglio a oggi sono stati distribuiti circa 7400 kit di accoglienza, che includevano soprattutto materassi, cibo, acqua e altri beni necessari alla sopravvivenza. Con l’arrivo dell’inverno, i bisogni mutano. Non servono più letti, ormai disponibili per tutti coloro che attualmente si trovano a Erbil, ma diventano necessarie coperte, vestiti e beni utili ad affrontare l’inverno, ormai alle porte, e si prevede l’invio di maggiori quantità di cibo e acqua, che rappresenta al momento la principale priorità.

Con 10 euro si può assicurare un pasto ad almeno una famiglia, con 50 fornire coperte e materasso a una famiglia, con 100 pagare l’affitto per una famiglia.

Leggi tutto!
 

Caldei, pronte le sanzioni contro i "chierici vaganti"

By Vatican Insider - La Stampa
Gianni valente


“L'ultimatum” è fissato per mercoledì prossimo, 22 ottobre. Entro quella data, i tanti preti e monaci della Chiesa caldea che negli ultimi tempi hanno lasciato le proprie diocesi e le proprie case religiose e si sono imboscati in qualche Paese occidentale senza consenso dei superiori dovranno concordare con i vescovi e i capi delle comunità i tempi e i modi del loro rientro alla base o dell'eventuale trasferimento in altre diocesi e comunità. Se non lo faranno, saranno sospesi dal servizio sacerdotale e vedranno annullata ogni forma di retribuzione. Le misure canoniche, annunciate già  il mese scorso dal Patriarca di Babilonia dei Caldei Louis Raphael I Sako, verranno ufficializzate con un decreto ad hoc, approvato dal Sinodo permanente della Chiesa Caldea.
La vicenda fa affiorare uno dei fattori più determinanti e meno osservati nel processo di estinzione che sembrano aver imboccato in Medio Oriente comunità con radicamento e tradizioni millenarie. Se il cristianesimo di origine apostolica sembra spegnersi nelle terre dell’antica Mesopotamia, la colpa non è solo dei tagliagole jihadisti dello Stato islamico, ma anche di chierici – preti e monaci – che sono i primi a fuggire dalle proprie terre di nascita, per “riparare” in Occidente e cercare sistemazioni comode presso le fiorenti comunità in diaspora.
Ne è convinto il Patriarca Louis Raphael I, che nelle ultime settimane, con una sequenza crescente di messaggi-denuncia, ha preso di mira i sacerdoti e i monaci che hanno lasciato senza permesso le loro diocesi in Medio Oriente, e senza esitazioni ha bollato il fenomeno come vera e propria diserzione clericale, tanto da segnalare sul sito d’informazione legato al Patriarcato anche una lista “casi” sintomatici, con i nomi e i cognomi dei novelli chierici vaganti. Sono decine i nomi di preti e monaci segnalati da Patriarca che hanno approfittato di periodi di formazione e viaggi all'estero per chiedere asilo in Usa, Canada, svezia e Australia e non tornare più. Alcuni di loro, mentendo, si sono presentati come vittime di minacce da parte dagli islamisti. E adesso, alcuni di loro sono presi a organizzare l'esodo dei rispettivi clan familiari dall'Iraq in preda all'offensiva jihadista e al riesplodere dei settarismi.
Per il Primate della Chiesa irachena quantitativamente più consistente, i monaci e i sacerdoti hanno scelto di servire Dio e i fratelli con le proprie vite. Per questo «non è giustificato da parte loro tirare in ballo difficoltà e le insicurezze» della situazione irachena per sottrarsi al loro compito pastorale e agli impegni connessi con la loro vocazione, proprio quando tanti loro confratelli «restano saldi in Iraq, a consolare e sostenere i fedeli» in questo momento tremendo.
Nelle storie dei preti e monaci caldei che approfittano del loro status per emigrare in contesti ecclesiali e mondani più ricchi e comodi si tocca con mano che gli insistiti richiami di papa Francesco ai sacerdoti affinché non si trasformino in funzionari del sacro o in “chierici di Stato”non valgono solo per la diocesi di Roma. Ma dietro alla vicenda riaffiora anche il rapporto carico di problemi e tensioni che molte Chiese d'Oriente vivono con le rispettive comunità in diaspora, spesso influenti e più dotate di mezzi anche finanziari. I sacerdoti trasmigrati in Occidente sono spesso accolti a braccia aperte dai vescovi che reggono le diocesi d'Oltremare. Negli allarmi diffusi dal Patriarca, si denunciano con nomi e cognomi le responsabilità di quei membri dell'episcopato che, infrangendo le regole canoniche e anche il fair play nei confronti dei propri colleghi, hanno accettato i “chiarici vaganti” aprendo loro anche prospettive di più alta carriera ecclesiastica.
Sono almeno vent'anni che nella Chiesa caldea (come è avvenuto anche per quella assira, per che Chiese sire e per la Chiesa copta) le comunità della diaspora sono diventate vasca di coltura una svolta “nazionalista” e identitaria. La galassia di circoli, movimenti e sigle politiche “caldee” sorti all’interno della diaspora irachena negli Usa hanno sempre condannato senza appello la linea “arabizzante” assunta dalle comunità caldee in Iraq nei decenni del regime baathista. Una scelta “mimetica” che aveva garantito a tanti cristiani iracheni spazi sia pur limitati di agibilità e sopravvivenza. I circoli identitari caldei operanti soprattutto in Nordamerica  hanno sempre gestito in chiave lobbistica rapporti e buone entrature con gli ambienti politici Usa, con buoni risultati. Dopo il crollo del regime di Saddam hanno cercato di ottenere garanzie per i cristiani nella ristrutturazione del Paese sotto tutela anglo-statunitense. Adesso, nelle convulsioni settarie che scuotono il Medio Oriente e con le operazioni di pulizia etnico-religiosa messe in atto dai jihadisti dello Stato Islamico, le comunità in diaspora calamitano nei rispettivi Paesi quel che resta delle comunità caldee presenti in Iraq, fornendo anche appoggio logistico a quanti vogliono lasciare le terre  d'origine magari per unirsi ai propri parenti già emigrati. A settembre è stata l'eparchia di San Pietro dei Caldei, con sede a San Diego, in California a raccogliere su input di funzionari dell'amministrazione Usa la liste di decine di migliaia di cristiani caldei desiderosi di lasciare l'Iraq. Gli elenchi sono stati consegnati alla Casa Bianca direttamente dal vescovo Sarhad Jammo, alla guida dell'eparchia incaricata della cura pastorale dei caldei negli Stati Uniti occidentali.

Leggi tutto!

lunedì, ottobre 20, 2014

 

Iraq: ACN helps kids go back to school

By Aid to the Church in Need
John Pontifex 


Rania and Ranin are inseparable. The twins, who have just turned 10, both enjoy school or at least they did until they were forced to flee their homes as Islamic State forces advanced. We met Rania and Ranin and their mother Thirka, in Ankawa, outside the Kurdish capital, Erbil, where they are sharing a tent with other families in the compound of St Joseph’s Chaldean Church. It was early October when we saw them and Thirka was anxious about the start of the school year, which the twins and their brother, Habib, a year older, had already missed.
It is for children such as Ranin, Rania and Habib that the Catholic charity Aid to the Church in Need (ACN) has committed €2 million for schooling projects. Under the scheme, eight schools will be built: four in Ankawa and another four in the Dohuk province in the far north of Kurdish northern Iraq.
On our very first day in northern Iraq, Chaldean Archbishop Bashar Warda of Erbil proudly took us to see the new porta-cabin Mar Yamana School (St. Mary’s School) being developed in Ankawa. The school will provide for 900 children, classes divided into morning and afternoon rotations of 450 each, and next door a clinic is being created, run by the Ankawa-based Holy Cross Sisters so any medical needs they have can quickly be dealt with. With 120,000 Christians now descended on Kurdistan, there are teachers and others in the education profession among their number willing and able to join the staff, their salaries met by the government.
Greeted with news of the schools, Rania and Ranin’s mother is immediately enthusiastic. “Thank you for offering your kind support,” she says. Thirka, who dresses in black, continues to grieve her husband, a policeman in Qaraqosh, killed five years ago attending the scene of a bomb blast. “I was just beginning to cope with life without my husband,” says Thirka, “but being forced to leave our homes has made life impossible. “To have no school for the children to go to is a disaster. If they are to have any hope for the future, school is an absolute necessity.”
Recently ACN announced 12 urgent aid packages for Iraq to help the thousands of displaced Iraqi Christians. They are to receive food, shelter, schooling and gifts for children in a concerted emergency relief programme rushed through by the Catholic charity before the onset of winter. The 4 million Euros scheme announced by ACN – one of the largest in the charity’s 67-year history – also includes pastoral support for priests and Sisters displaced by the crisis that has swept the country.

Leggi tutto!
 

Nowhere to Lay Their Heads: Christians in Iraq Face Uncertain Future

By Aleteia
John Burger, October 19, 2014

Tens of thousands of refugees in northern Iraq are facing a winter living in tents or unfinished concrete buildings.

Humanitarian aid organizations, local governments and NGOs are doing what they can to keep internally displaced persons warm, healthy and well-fed, but the task is huge, and some people on the ground say a humanitarian crisis looms
.“It’s very dire. It’s not going to improve very soon. Conditions are deteriorating. People are in desperate need for help, and the government of Iraq has not helped in any way,” said Joseph T. Kassab, founder and president of the US-based Iraqi Christians Advocacy and Empowerment Institute. “Winter is really fierce in Iraq. Lot of people living in shelters or in the open.”
Kassab, whose brother is Bishop Jibrael Kassab of the Chaldean Church in Australia and New Zealand, was himself a refugee from Iraq in 1980.
It is estimated that there are 120,000 Christian refugees in the Iraqi Kurdish capital of Erbil, living in schools, churches, monasteries and parks after they were forced from their homes in Mosul and other cities of the Nineveh Plain over the summer by forces of the Islamic State group.
Natalia Prokopchuk, spokeswoman in Iraq for the Office of the United Nations High Commissioner for Refugees, described several projects the UNHCR is working on to help internally displaced persons get through the winter, including the distribution of blankets and kerosene stoves. "We are also working to winterize tents where people are living, providing insulation to protect them from rain and snow and put insulation on the floors,” she said.
But limited resources permit the agency to help only half of the IDPs. Also assisting, whether by building shelters or providing medical care or funding are several Catholic agencies: Aid to the Church in Need, Caritas, Catholic Near East Welfare Association, the Knights of Columbus, and Malteser International—as well as Iraqi-American organizations such as the Iraqi Christian Relief Council. Juliana Taimoorazy, the Relief Council's founder and president, said her organization is appealing to American companies to donate much needed pharmaceuticals and hygiene products for IDPs.
Because of a shortage of medicines, somepeople are dying of heart disease and diabetes, saidTaimoorazy, an Assyrian Christian who found asylum in the West in the 1980s.
Malteser International, the Order of Malta's relief agency, is setting up a primary health center in one of two UNHCR camps being built between Dohuk and Zakho, in the north of the region, where winter temperatures can drop to 5 degrees. "I was in Dohuk the other day and saw families living in buildings that are still under construction, without walls," said Malteser's emergency coordinator, Leigh Ryan, who just returned from two months in the region. 
However the IDPs survive the winter, though, a question still remains in the minds of many refugees and those assisting them: “Do Christians have a future in Iraq?”
“They are really traumatized. I never experienced a people so depressed,” said Father Andrzej Halemba, head of the Asia-Africa Department for Aid to the Church in Need, who visited Erbil recently. “They say, ‘There’s no future for Christians here. This is the end. We are not going to survive.’”
Aid to the Church in Need is building a village for some 4,000 refugees to shelter for the winter and supporting the construction of eight schools in Erbil and Dohuk.
Even if the international coalition led by the United States defeats the Islamic State group, Christian refugees say they are reluctant to go back to the homes they fled, according to Father Halemba and others interviewed for this article. Christians, whose numbers have been steadily decreasing over the past 30 years, feel betrayed by the central government in Baghdad, by the Kurdish peshmerga militia, which failed to protect their towns from the Islamic State’s onslaught, in spite of their assurances to the Christian residents, and by their former neighbors, who in many cases stole the property they had abandoned.
“In many cases, they were the first to go to their properties and steal from them,” said Father Halemba. “Now they have only one thought—to go away: ‘We’re not going back. If we were betrayed three times, how can we trust? How can we build a future?’”
International religious freedom activist Nina Shea agreed that Christians in Iraq feel vulnerable. Commenting last week on the kidnapping and subsequent release of a Franciscan priest in Syria, she said, “Lay Christians have been kidnapped by the thousands, both in Iraq and Syria because they don’t have any protection—neither militias nor tribal networks nor the protection of their governments or any foreign power. So there are only positive consequences for kidnapping Christians—taking ransom money if they can get it.”
Shea, director of the Hudson Institute’s Center for Religious Freedom and a former member of the U.S. Commisssion on International Religious Freedom, said that the Nineveh Plain in northern Iraq, which has been home to Christians for almost 2000 years, is “effectively religiously cleansed for years to come. I don’t see how Christians can return without protection, and there is no protection for them. They will leave for another country. The international Church really needs to be serious about a resettlement plan for them, whether it’s somewhere in the region or somewhere in the West, because they cannot return home.”
Father Halemba reports that 10 or so Christian families are emigrating from Iraq daily—a small number, perhaps, but not so small when seen in the light of a drastic reduction from some 1.5 million Christians in Iraq in 2003 to about 400,000 today.
A meeting of cardinals at the Vatican on Oct. 20 will include a discussion of the situation facing Christians in the Middle East.
Kassab noted that the the Church in the Middle East is “calling for our people to stay, and we agree. But how?” He would like to see more visas available in Western countries for refugees, especially those who want to reunite with their families in the diaspora.
Said Shea, “We’re at the point where we need to make a decision of whether we want to put a massive aid effort into Kurdistan for them to weather the winter, or to put the resources instead into resettling them in a third country."

John Burger is news editor for Aleteia's English edition.

Leggi tutto!
 

Winter is coming – the other terror stalking Iraqi Kurds


The heroic Kurdish resistance in Kobane rightly commands headlines. A larger disaster, however, looms in Iraqi Kurdistan where – absent urgent action by the UN and Iraq – thousands of vulnerable people who fled from the Islamic State (Isis) could die in weeks from cold-related illnesses.
It was comfortably warm in the Kurdish capital of Erbil last week, but in December temperatures will drop to below zero in the cities and much lower in the mountains. The warmth made the makeshift camp I visited in the Christian enclave of Ankawa look almost bearable. It occupies a public park and houses 50 families, mainly Christians from Mosul, in increasingly threadbare tents. Soon, torrential rain can be expected to turn the hard ground here into a muddy lake, soaking everything and reducing hygiene. The cold will exacerbate this but there are few heavy blankets around – one per family, in another sprawling camp outside Erbil.
Kurdistan is home to roughly 250,000 Syrian refugees, with more now coming from Kobane, and roughly 800,000 internally displaced people from Arab Iraq. Most arrived after the fall of Mosul in June with only the clothes on their backs. The current pace of camp-building means that about 170,000 people will lack shelter when winter calls.
Shelter, food, sanitation and health fall to three forces: the international community – donor countries, NGOs and the UN; the federal government in Baghdad; and the regional government in Erbil.
The UN is held in cold contempt here, as clunky, flat-footed and abominably led. That’s how polite observers put it, anyway. The UN official in charge of humanitarian affairs has just left and will not be replaced for a fortnight. I hear of unwieldy meetings in Erbil where 40 representatives of UN agencies – some of no relevance – all have their say in seeking consensus, when the priority should be making decisions.
Baghdad is present through Skype, but contributes little. Iraq is nominally a rich nation, although there is talk of an unexplained deficit of many billions. I understand that Iraqi Arabs in Kurdistan have not received ration entitlements.
Iraqi Prime Minister Haider al Abadi has his work cut out. He must overcome the poisonous legacy of his predecessor, defend Baghdad, reconstruct the pathetic shell of the Iraq Army, and reach out to Sunnis who preferred Isis to the federal government.
Kurdistan has itself not yet received its budget entitlements from Baghdad and employees on the public payroll – most workers – have not been paid for months. Investment projects are stalled and the economy is tanking. The dramatic fall in oil prices will wreck Iraqi budgets.
Foreign workers are thin on the ground, business class seats on my flights were mostly vacant and hotels and bars are emptier than normal. The usually active cranes are still, but one accidental benefit is that empty construction sites could be requisitioned as safe and temporary accommodation.
The Archbishop of Erbil told me of Christian fund-raising from as far afield as Detroit to supply caravans for families, which can be fabricated locally. Money is best, rather than goods that can be bought locally without huge transport costs and delays.
It is likely that these temporary camps will last many years, until Isis is defeated and there is a settlement in Syria, without Bashar Assad. The well equipped Isis army, bigger than Kuwait’s, is outwardly medieval but combines the sophisticated use of the social media and spectacle to scare, as well as a lethal combination of Kamikaze and Blitzkrieg to maintain momentum. The Kurds need heavy weapons to defend themselves and a deal with Baghdad to go on the offensive against Isis.
Arab Iraqis cannot return until hundreds of battle-damaged and dangerous villages are made safe. After slaughtering anyone left, Isis retreats, having seeded nests of booby traps that, even if the expertise were to hand, take ages to destroy.
The danger of old people and babies dropping like flies in the camps seems distant but will come suddenly. The UN and Iraq need to get a grip, work with the Kurds, and help those who have already lost everything and now face needless death in the Kurdish winter.

Gary Kent was recently in the Kurdistan Region for the 17th time since 2006 as a director of the European Technology and Training Centre in Erbil. He is also the Director of the All-Party Parliamentary group on the
Kurdistan Region.
He writes in a personal capacity.

Leggi tutto!
 

Concistoro Medio Oriente: P. Lombardi, nessun "imminente" viaggio del papa in Iraq

By SIR

“Quello dei viaggi del Papa è un tema sempre evocato, ma non c’è nulla di preciso, e certamente nulla di imminente, che riguarda la presenza di Papa Francesco in Medio Oriente”. 
Con queste parole padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede, durante il briefing di oggi relativo al Concistoro sul Medio Oriente, ha risposto alla domanda di un giornalista in merito a un possibile viaggio del Papa in Iraq.

Leggi tutto!
 

A Erbil una casa per ricominciare a chi è fuggito dagli orrori dell'Is

Luca Geronico

L'altoparlante, come d’incanto, rompe il fruscio sordo del campo e riesce a scuotere dall’apatia ormai cronica, persino gli adulti. I bambini, abituatisi dopo pochi incontri all’appuntamento di metà pomeriggio, sono già schierati in attesa delle prime note delle melodie tradizionali. Un suono – nostalgia di casa e normalità – che con un MP3, piccolo prodigio della tecnologia, si riesce a riprodurre anche lì, fra i profughi ad Ankawa, il sobborgo cristiano di Erbil. In quello che doveva essere un centro commerciale, l’Ankawa Mall, hanno trovato riparo 250 famiglie, circa 2mila profughi di Qaraqosh e Bartalla, sistemati in micro-camerette con le pareti in lamierino fissate al nudo cemento. È li che Focsiv e Avvenire hanno deciso di avviare il progetto «Emergenza Kurdistan: non lasciamoli soli» con un intervento iniziale stimato per 104mila euro. L’animazione dei ragazzi è il primo passo, quello che gli esperti di primo soccorso umanitario definiscono “Child protection”: da lì può partire una serie di interventi mirati secondo la filosofia Focsiv di completare con l’«elemento mancante» a quello che è il sostegno di base di Unicef e Acnur.
Si tratta di fornire pentole e posate a chi ha solo un fornelletto; il sale per cuocere a chi riceve un pacco di riso alla settimana; coperte a chi ha solo un materassino; kit igienico sanitari in particolare per donne con neonati; istruzione, a chi ha solo tempo da perdere. Tutti passi successivi con richieste motivate e documentate. Intanto sono già quattordici, tutti ragazzi tra i 18 e i 22 anni, i giovani del “Focsiv team”, reclutati da padre Jalal Jako pure lui sfollato: prima erano studenti o neo-diplomati di Qaraqosh e Bartalla. Prima che lo Stato islamico strappasse via tutto, comprese scuole, giochi e i sorrisi dei più piccoli anche a Qaraqosh e Bartalla, 50mila cristiani da secoli insediati nella Piana di Ninive. Prima del 6 agosto, la notte della ritirata dei peshmerga e l’arrivo dei miliziani dello Stato islamico. Il “dopo”, per i rifugiati ad Ankawa Mall, sono stati due mesi senza tempo: solo attesa di un ritorno impossibile, solo speranza un aiuto improbabile.
Per questo quella musica che da inizio settembre, nei giorni stabiliti, risuona ad Ankawa Mall, nel salone della chiesa Assira di San Giovanni e in altri cinque punti che raccolgono in tutto 1.300 bambini, significa ricominciare. Risuona, ritmata e un poco ossessiva, la melodia, mentre i bambini, come in una danza, ripetono passi, flessioni e gesti della «mosika sha’bia» (la musica popolare) già imparati nelle piazze di quella che era la loro terra. Basta quel suono ad avvicinare anche adulti. Una scintilla per far nascere ricordi e incontri: «Come quella insegnante, madre di tre figli, che frequentava un corso di specializzazione per leggere i caratteri cuneiformi del codice di Hammurabi», ricorda Terry Dutto, il responsabile del progetto Focsiv in Iraq. Vite prima intense, ora quasi cancellate e messe all’angolo: ma le tre figlie sono a danzare, anche per dimenticare la sola stanzetta in cui convivono, in più di una decina, con un’altra famiglia. Qualcuno, quasi di nascosto dagli altri, ferma padre Jalal: richieste d’aiuto, un vergognoso dolore da confidare, l’atroce speranza di poter un giorno tornare. «Spesso il silenzio o gli occhi inumiditi chiudono quelle poche battute», confida Dutto. Come è dura provare a ricominciare. Intanto padre Jalal ha già iniziato la sua breve lezione: una storiella tratta dalla Bibbia, un canto, un po’ di letteratura. Poi i ragazzi divisi per classi di età iniziano i lavori di gruppo: negli ultimi giorni è spuntata pure una lavagna assieme a quaderni e pastelli colorati.
Un disegno, per dimenticare quegli stanzoni in cui si vive ammassati, o le tende che prima dell’inverno tutti sperano di aver abbandonato almeno per un tetto in lamierino. Peggio di tutti stanno quelli che per due mesi hanno pagato, a prezzi di guerra, un appartamento in affitto dando fondo ai risparmi di una vita. Ora, sul lastrico e ultimi arrivati, sono ai margini persino della comunità dei senza terra. Ma i racconti che giungono ancora da chi è rimasto nella Piana di Ninive danno ragione al dolore della fuga: «Una solo reazione ai soprusi e sono brutalmente eliminati», raccontano. Per questo, quando ormai è sera, la danza finale è una liberazione per tutti. Anche i grandi iniziano a ballare fra i serpentoni dei bambini. Un canto a cui ha voluto unirsi mercoledì pure il segretario della Cei, monsignor Nunzio Galantino: «Anche voi genitori, avanti: ballate tutti insieme», ha urlato nel microfono. Solo le tante mamme con bimbi neonati in braccio restano a guardare. Giovedì sono però iniziate le piogge: in tanti, tremanti con le magliette a maniche corte, hanno chiesto un maglione a padre Jalal. Abuna non ha risposto: da Qaraqosh lui è arrivato a piedi con solo due camicie.

Leggi tutto!
 

Iraq, futuro solo nel dialogo

Elisa Storace

«La situazione sta peggiorando perché fra poco arriverà l’inverno, che nella zona di Erbil è molto duro, e in Iraq abbiamo migliaia di profughi fuori dalle loro case, alloggiati in sistemazioni di emergenza, migliaia di famiglie per le quali noi come Chiesa stiamo provvedendo come possiamo, ma alle quali oggi non siamo assolutamente in grado di dire quando o se potranno riavere la loro vita di prima: una situazione veramente drammatica».
A parlare così è Louis Raphaël I Sako, patriarca cattolico iracheno di Babilonia dei Caldei, a Roma per il Sinodo e a cui Roma Sette ha chiesto un commento sulla situazione dei cristiani in Iraq. «La presenza dei cristiani nei Paesi arabi – spiega ancora -, la loro stessa esistenza, oggi è minacciata: l’altro ieri ho celebrato una Messa ad Amman, capitale della Giordania, e mi hanno riferito che solo nell’ultima settimana cinquemila persone sono arrivate dall’Iraq, un esodo di gente spaventata che va avanti da mesi e che vede ogni giorno nuovi arrivi».
«Sinceramente – aggiunge con preoccupazione – noi non capiamo dove va l’islam perché quello che vediamo oggi è un islam violento che cancella l’altro, che vuole convertire la gente con la forza, ma che, così facendo, rischia davvero di autodistruggersi: la “jihad,” la guerra nel nome di Dio, è un pericolo che rischia di sconvolgere irreparabilmente la società araba».
Su quali siano le possibili soluzioni il patiarca esprime con chiarezza una posizione molto ferma, che coinvolge sia il fronte interno che le responsabilità dei Paesi occidentali: «Ieri – dice – ho incontrato il re di Giordania, Abd Allah II, il quale, come tutti gli altri capi di Stato arabi, è cosciente che questo islam estremista non rappresenta tutti i musulmani, ma sa anche che il suo regno, come gli altri della regione, ha enormi problemi di sicurezza e soffre della tensione fra sunniti e sciiti, perciò teme di prendere una posizione che possa accendere reazioni violente».
Sul fronte interno, osserva il patriarca, «toccherebbe ai capi religiosi islamici la responsabilità di dire che questi attacchi contro degli innocenti non sono accettabili, condannando ufficialmente le violenze con una “fatwa”, ma sul piano politico, accanto a un lavoro comune di tutti i Paesi arabi a partire dalla presa di coscienza che l’estremismo è un pericolo anche per gli stessi musulmani, è assolutamente necessario un intervento internazionale».
Ricordando la grande fuga dei cristiani da Mosul di quest’estate – «in una sola notte 120mila persone hanno lasciato le loro case senza niente, senza soldi, camminando per ore prima di trovare rifugio, dopo aver visto le proprie case saccheggiate» – e paventando che le violenze possano arrivare fino a Baghdad, Sua Beatitudine insiste sull’urgenza di un’azione delle potenze occidentali, le quali non sono scevre di responsabilità riguardo questa situazione.
«Se si guarda al Libano – fa notare il Patriarca -, un Paese dove da molti anni convivono pacificamente cristiani, ebrei e musulmani, è facile rendersi conto che la differenza maggiore con gli altri Paesi arabi è l’assenza di risorse naturali che possano indurre qualcuno da fuori ad alimentare le divisioni interne per meglio sfruttarle». Il conflitto che oggi in Iraq vede vittime i cristiani e le altre minoranze, prosegue, «fa parte di questa strategia economica di controllo come tutti quelli che da anni affliggono le nostre regioni, e io penso che anche Isis ne faccia parte come qualcosa che è sfuggito di mano. Ora fermarli dovrebbe essere responsabilità sentita soprattutto da chi l’ha armato».
Interesse di tutti è, secondo il patriarca iracheno, che i cristiani «costruttori di ponti, portatori di pace» rimangano nelle terre dove abitano da sempre, partecipando al progresso della società araba: «Se noi possiamo avere un futuro, questo è possibile solo dialogando con tutti e chiedendo con coraggio i nostri diritti come cittadini, sollecitando la separazione della religione dallo Stato, nella convivenza, finalmente pacifica, di tutte le fedi».

Leggi tutto!
 

Roma: il 23 ottobre veglia missionaria a San Giovanni in Laterano

By SIR

Giovedì 23 ottobre alle 20.30 nella basilica di San Giovanni in Laterano, a Roma, si svolgerà una veglia di preghiera presieduta dal cardinale vicario Agostino Vallini. Tema della veglia missionaria diocesana è una frase tratta dall’Evangelii Gaudium, “Io sono una missione su questa terra”.
“Un passaggio dell’esortazione apostolica di Papa Francesco che mette in evidenza che se non vogliamo avviare un sistema di autodistruzione dobbiamo riappropriarci della missione che è parte della nostra vita. Questo è il motivo per il quale noi siamo nel mondo”, spiega don Michele Caiafa, addetto del Centro diocesano per la cooperazione missionaria e organizzatore dell’evento. Ad aprire la veglia sarà la testimonianza di don Gaspare Margottini, missionario fidei donum in Perù dal 1984. Seguiranno gli interventi di Ignace Youssef, patriarca della Chiesa cattolica siro-antiochena, e di Louis Raphael I Sako, patriarca della Chiesa cattolica caldea. Alla fine della veglia il card. Agostino Vallini consegnerà il mandato ai missionari in partenza. “Le periferie del mondo - dice don Caiafa - sono meta per quanti si preparano a trasmettere un messaggio di salvezza ma sono anche teatro di persecuzioni”. L’auspico “è che cresca sempre di più il senso di fraterna responsabilità nei confronti di coloro che nel mondo soffrono l’esperienza della guerra e della persecuzione a causa del Vangelo”.

Leggi tutto!
 

L'Arcivescovo Lahham: i 4mila profughi cristiani iracheni vogliono tutti emigrare in Occidente

By Fides

Sono già tremila i profughi cristiani iracheni fuggiti per l'offensiva dei jihadisti da Mosul e dalla Piana di Ninive che hanno trovato rifugio in Giordania, e nei prossimi giorni è annunciato l'arrivo di altri mille.
Lo conferma all'Agenzia Fides, l'Arcivescovo Maroun Lahham, Vicario patriarcale per la Giordania del Patriarcato latino di Gerusalemme. La gran parte dei profughi cristiani – in larga maggioranza cattolici – sono distribuiti in 10 parrocchie latine, greco-cattoliche, siro cattoliche e armene. Per 2mila di loro l'assistenza è garantita direttamente da Caritas Giordania, mentre gli altri vengono sostenuti da una rete di associazioni umanitarie e di volontariato con profilo sia locale che internazionale.
Oltre a chiedere aiuto per le esigenze primarie di sopravvivenza, le famiglie dei profughi cercano anche di ottenere l'inserimento dei propri figli nelle scuole, mentre gli studenti universitari chiedono di poter seguire i corsi e sostenere gli esami presso gli Atenei del Regno Hascemita.
“Due tratti - riferisce a Fides l'Arcivescovo Lahham - accomunano la stragrande maggioranza dei profughi cristiani: nessuno vuole più tornare in Iraq e tutti cercano di ottenere un visto per l'Australia o per l'America. In questo senso, le scelte delle ambasciate e delle cancellerie occidentali rischiano, a modo loro, di contribuire in maniera pesante al venir meno della presenza cristiana in Medio Oriente. Il Patriarca caldeo - sottolinea mons. Lahham - ha riconosciuto che ogni cristiano deve decidere secondo coscienza cosa fare e come guardare al futuro suo e della sua famiglia. Ma se si spalancano ai cristiani le porte dell'accoglienza in Paesi avanzati dell'Occidente, tra l'altro in maniera privilegiata rispetto al resto della popolazione araba, si finisce per fomentare la partenza anche di quelli che potrebbero rimanere. Così tutti i discorsi sulla necessità di tutelare le comunità cristiane radicate da millenni in Medio Oriente, assumono un sapore quasi beffardo”. 

Leggi tutto!
 

Galantino: diamo un casa ai profughi iracheni

By Avvenire
Ivan Maffeis

«Quello che ho toccato con mano in questi giorni ci consegna la responsabilità di una risposta pronta e diversificata, in stretta continuità con l’appello alla preghiera che, come Chiesa italiana, abbiamo lanciato ad agosto a tutte le nostre comunità, a fronte delle persecuzioni che si sono abbattute sui cristiani e sulle altre minoranze religiose».
Monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei – in Iraq da lunedì 13 a giovedì 16 ottobre con una piccola delegazione, fra cui il direttore di Caritas Italiana, don Francesco Soddu – scandisce le parole sottovoce, uscendo dall’“Ankawa Mall”, un magazzino in cemento armato ancora in costruzione, in cui da un paio di mesi hanno trovato un primo rifugio migliaia di persone. La struttura è una delle 27 che a Erbil, nel nord dell’Iraq, dalla mattina alla sera sono state trasformate in campo profughi per migliaia di famiglie in fuga dai terroristi dell’autoproclamato Stato islamico, guidato da Abu Bakr al-Baghdadi, sedicente successore di Maometto.
Monsignor Galantino, quando parla di “risposta diversificata” a che cosa pensa?

Innanzitutto, al sostegno immediato con cui aiutare questa gente ad affrontare la prima emergenza. Va in questa direzione il milione di euro messo a disposizione dalla Presidenza della Cei per sostenere la Chiesa locale nel predisporre agili prefabbricati in pvc che consentano di uscire dalle tendopoli e quindi di affrontare il rigore dell’inverno. I vescovi stanno predisponendo inoltre quattro scuole, nelle quali i bambini e i ragazzi qui sfollati possano ritrovare anche in questo modo un minimo di normalità. Contestualmente, ci siamo impegnati a lanciare attraverso Caritas Italiana una sorta di gemellaggio tra diocesi, parrocchie e famiglie italiane con le famiglie dei profughi: mettendo a disposizione 140 euro al mese saremo in grado di assicurare un minimo di sicurezza a una famiglia media.
Incontrando le autorità sia ecclesiastiche che governative lei si è impegnato anche a un intervento sul fronte culturale.

La formazione è il terzo livello del nostro intervento. Accanto ai bisogni primari è necessario affrontare la creazione di strutture che rafforzino l’identità e l’appartenenza cristiana in maniera ben diversa da quanto sta facendo una parte del mondo islamico. Investire in cultura significa non solo offrire a tutti la possibilità di accedervi, ma rispondere anche a un’esigenza impellente: è toccante incontrare nei campi profughi giovani universitari che, a dispetto del fango e della confusione, sono chini sui libri a preparare quell’esame che non hanno potuto sostenere nella loro città. Per questo ho garantito ai vescovi, al sindaco, al ministro per gli Affari religiosi i 2 milioni e 600mila euro per la costruzione di un’Università cattolica a Erbil. Saranno stanziati subito dal nostro Servizio per gli interventi caritativi a favore del Terzo Mondo, su fondi dell’Otto per mille.
Ha accennato alla Chiesa locale: che impressione le ha fatto?

Ho trovato una Chiesa che è in prima linea nell’accoglienza e nella gestione dell’emergenza, con un servizio che le è riconosciuto da tutti. Dagli stessi profughi emerge un sentimento di profonda riconoscenza per questa generosità intelligente e sollecita di cui sono testimoni e primi beneficiari. Tra l’altro, fra loro ci sono parroci che hanno seguito le loro comunità anche nell’esilio e ora spendono le loro giornate tra tende e box di fortuna. Uno di loro, padre Paolo, fuggito da Kirkuk, mi ha detto: “I miei cristiani sono venuti qui, in quale altro posto potevo pensare di andare io?”. Così hanno fatto il vescovo caldeo di Mosul e quello siro-ortodosso di Qaraqosh, i cui episcopi sono stati occupati dai terroristi: oggi hanno trasferito la loro curia nei pochi metri quadrati di un container, accanto a quello del pronto soccorso e della farmacia. Qui capisci cosa significhi essere pastori con “l’odore delle pecore”, come raccomanda papa Francesco.
Di tale pastorale se ne respirano i frutti fra la gente?

Basta entrare nei campi: ogni tenda, ogni piccola struttura, pur spoglia pressoché di ogni cosa, non manca di un crocifisso o di un’immagine mariana, di un segno religioso appeso alla parete o collocato su un supporto di fortuna. E che dire dei giovani che, in una simile condizione, a sera si riuniscono e preparano i canti per la celebrazione della Messa? O dell’affetto per il Papa, al quale tutti indirizzano parole di gratitudine, insieme all’invito a far loro visita? Come non rimanere coinvolti dalla donna che ti si para davanti per dirti: “Porti al Santo Padre il messaggio che noi gli vogliamo bene, e che rimarremo fermi nel Vangelo per il quale oggi stiamo pagando un prezzo così alto”?
Oltre alle necessità materiali, quali bisogni le hanno manifestato i profughi?

Vivono un desiderio struggente di tornare alla loro terra, anche se sono consapevoli che le loro abitazioni sono state requisite e depredate dai jihadisti o – e questo fa ancor più male – dai vicini di casa, che hanno potuto rimanere proprio perché musulmani. Anche immaginando un improbabile ritorno, non sarà facile ricostruire la convivenza sociale.
Negli incontri con le diverse autorità che idea si è fatto della situazione complessiva?

Si tocca con mano una profonda incertezza politica, per usare un eufemismo. In questo periodo vengono al pettine in maniera drammaticamente violenta tutte le contraddizioni tenute a bada dal regime dittatoriale di Saddam Hussein e mantenute in equilibrio dagli interessi delle potenze sia occidentali che del mondo arabo. 

Leggi tutto!
 

«Cristiani perseguitati nell'indifferenza»


Si è aperto stamani nell’Aula nuova del Sinodo il Concistoro Ordinario Pubblico presieduto dal Papa per la Canonizzazione dei Beati Giuseppe Vaz (sacerdote dell’Oratorio di San Filippo Neri, fondatore dell’Oratorio della Santa Croce Miracolosa a Goa e apostolo di Sri Lanka e India) e di Maria Cristina dell’Immacolata Concezione (fondatrice della Congregazione delle Suore Vittime Espiatrici di Gesù Sacramentato). Al Concistoro partecipano anche i patriarchi del Medio Oriente per informare i membri del Collegio Cardinalizio sull’attuale situazione dei cristiani in questa regione. “All’indomani della chiusura della terza Assemblea generale straordinaria del Sinodo dei Vescovi sulla famiglia – ha esordito il Papa salutando i presenti - ho voluto dedicare questo Concistoro, oltre ad alcune cause di canonizzazione, ad un’altra questione che mi sta molto a cuore, ovvero il Medio Oriente e, in particolare, la situazione dei cristiani nella regione. Vi sono riconoscente per la vostra presenza”.
“Ci accomuna – ha detto - il desiderio di pace e di stabilità in Medio Oriente e la volontà di favorire la risoluzione dei conflitti attraverso il dialogo, la riconciliazione e l’impegno politico. Nello stesso tempo, vorremmo dare il maggiore aiuto possibile alle comunità cristiane per sostenere la loro permanenza nella regione. Come ho avuto occasione di ribadire a più riprese, non possiamo rassegnarci a pensare al Medio Oriente senza i cristiani, che da duemila anni vi confessano il nome di Gesù”. “Gli ultimi avvenimenti, soprattutto in Iraq e in Siria – ha sottolineato - sono molto preoccupanti. Assistiamo ad un fenomeno di terrorismo di dimensioni prima inimmaginabili. Tanti nostri fratelli sono perseguitati e hanno dovuto lasciare le loro case anche in maniera brutale. Sembra che si sia persa la consapevolezza del valore della vita umana, sembra che la persona non conti e si possa sacrificare ad altri interessi. E tutto ciò, purtroppo, nell’indifferenza di tanti”. “Questa situazione ingiusta richiede – ha affermato - oltre alla nostra costante preghiera, un’adeguata risposta anche da parte della Comunità Internazionale. Sono sicuro che, con l’aiuto del Signore, dall’incontro odierno verranno fuori valide riflessioni e suggerimenti per potere aiutare i nostri fratelli che soffrono e per venire incontro anche al dramma della riduzione della presenza cristiana nella terra dove è nato e dalla quale si è diffuso il cristianesimo”.
Sullo “sfondo” del Concistoro per il Medio Oriente, “oltre alle condizioni per le ingiustizie subite e le gravi difficoltà in cui si trovano i cristiani, c’è il grande dilemma di andare o restare”. Lo ha riferito il direttore della sala stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi, nel briefing di oggi sul Concistoro, “molto importante”, sul Medio Oriente a cui il Papa ha invitato i cardinali e i patriarchi, subito dopo la conclusione del Sinodo sulla famiglia. Al Concistoro, ha riferito il portavoce vaticano, hanno partecipato 86 cardinali e patriarchi, oltre al cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, la cui relazione di base è stata “molto ricca e apprezzata”, mons. Mamberti e mons. Becciu, in rappresentanza della segreteria di Stato. Tra i 25 e i 30 gli interventi per due ore di dibattito: tutti e 6 i patriarchi delle Chiese mediorientali, presenti al Sinodo, hanno preso la parola, manifestando innanzitutto “grande gratitudine per il Papa e i suoi frequenti interventi sul tema”, nonché per il “vero sostegno e la partecipazione calorosa” delle altre Chiese alla loro situazione. I patriarchi hanno “passato in rassegna la situazione dei loro rispettivi Paesi”, ha riferito il portavoce vaticano.
Iraq, Siria, Egitto, Terra Santa, Giordania, Libano
: questi alcuni Paesi che hanno fatto sentire la loro voce in Aula del Sinodo. In generale, sono stati ribaditi alcuni principi: “L’esigenza della pace e della riconciliazione in Medio Oriente, la difesa della libertà religiosa, il sostegno alle comunità locali, la grande importanza dell’educazione per creare nuove generazioni capaci di dialogare tra loro, il ruolo della comunità internazionale”. Il Medio Oriente, in altre parole, ha un bisogno urgente di ridefinire il proprio futuro: a partire dall’importanza di Gerusalemme come “capitale della fede” per le tre grandi religioni monoteiste e dalla necessità di arrivare a una soluzione dei conflitti israelo-palestinese e siriano.
Di fronte alle violenze perpetrate dall’Is, è stato ribadito che “non si può uccidere in nome di Dio”. In particolare, è stata evidenziata l’esigenza che “ai cristiani siano riconosciuti tutti i diritti civili degli altri cittadini”, soprattutto nei Paesi in cui attualmente la religione non è separata dallo Stato. Riguardo, inoltre, al sostegno per le comunità locali della regione, è stato ribadito che “un Medio Oriente senza cristiani sarebbe una grave perdita per tutti”: di qui la necessità di “incoraggiare i cristiani affinché restino in Medio Oriente” e che i profughi possano tornare alle loro case, anche attraverso apposite “zone di sicurezza”.    
Il cardinale Béchara Boutros Raï, patriarca di Antiochia dei maroniti si è così espresso, intervistato da Radio Vaticana: «Siamo molto grati al Santo Padre per questa seconda iniziativa, dopo quella dell’incontro con i nunzi, per conoscere la realtà del Medio Oriente e, adesso, per il Concistoro. Vuol dire che il Papa ha una grande preoccupazione, e a giusto titolo, sia per il Medio Oriente come tale, e la pace, sia anche per la presenza cristiana, la quale vive momenti molto cruciali. E poi siamo anche grati che lui abbia invitato i Patriarchi a partecipare. Noi stiamo preparando un foglio, a nome dei Patriarchi, partendo da dove sono arrivati con l’incontro dei nunzi. Quindi faremo la nostra lettura sulle attese della Chiesa e della comunità internazionale.»
La riunione odierna segue quella di inizio ottobre che, sempre sul Medio Oriente, si è svolta tra i maggiorenti della Curia romana e i nunzi apostolici nell'area ed ha permesso alla Santa Sede sia di fare il punto sulla situazione della minoranza cristiana sia di tornare a ribadire la necessità di evitare una soluzione militare unilaterale.

Leggi tutto!

This page is powered by Blogger. Isn't yours?